Molto rumore per nulla? Perché ora la palla passa agli europei e Zelensky, di Federico Rampini

Tanto rumore per nulla? A prima vista il vertice «storico» di Anchorage ha prodotto propaganda, effetti d’immagine, comunicazione, sorrisi complici e amichevoli, lusinghe. Ma a parte il successo di legittimazione per Putin un accordo preciso e dettagliato non c’è. Neppure la parola «tregua» o «cessate-il-fuoco» è stata pronunciata. Lo stesso Trump ha ammesso che un accordo ancora non è stato raggiunto ma si sono fatti «progressi».
Se esiste una bozza, un embrione di intesa, non se ne conoscono i contenuti, dopo la brevissima conferenza stampa finale – senza domande dei giornalisti.
In questa totale assenza di dettagli, a voler essere ottimisti, c’è un aspetto positivo. Il più laconico dei due è stato proprio Trump, solitamente debordante. L’americano ha giustificato la propria brevità e discrezione (davvero insolite), dicendo di dover fare delle «chiamate internazionali»: agli europei e a Zelensky. Se davvero si tratta di questo, sembra un gesto di rispetto, peraltro coerente con ciò che lui stesso aveva promesso dopo la videoconferenza di mercoledì con alcuni leader Ue e l’ucraino. La palla passa nel loro campo?
Se di questo si tratta, saremmo di fronte a una novità positiva e quasi clamorosa: il ritorno ad un rituale diplomatico piuttosto tradizionale, la volontà di non scavalcare gli alleati, e di non mettere di fronte al fatto compiuto il paese che è stato vittima di un’aggressione.
Forse già nelle prossime ore ne sapremo di più, soprattutto via via che queste telefonate avvengono.
Se di questo si tratta, la primissima impressione è di uno scampato pericolo. Una conferenza stampa con domande e risposte poteva trascinare Trump nella solita rissa coi giornalisti: si sa come comincia, non si sa dove può portare. Un eccesso di dettagli su quel che i due si erano detti avrebbe potuto mettere l’Ucraina e l’Europa di fronte alla sgradevole sensazione di dover «prendere o lasciare».
Per il resto abbiamo tutti visto un Putin gongolante (ha perfino chiuso l’incontro parlando in inglese: «Next time in Moscow»). Che per lui questa trasferta sul suolo americano sia stata un successo, era innegabile fin dall’inizio. Lo ha sottolineato ricordando di aver rinfacciato a Joe Biden il «grosso errore» di averlo voluto isolare.
Putin è partito da un ricordo storico, un omaggio vibrante all’alleanza Usa-Urss che vinse la seconda guerra mondiale. Ha presentato l’incontro in Alaska come l’inizio di una nuova fase di cooperazione tra le due superpotenze (affari, Artico, spazio).
Sull’Ucraina Putin ha sottolineato che la «situazione attuale» nasce da una minaccia alla sicurezza della Russia. Ha auspicato che gli europei «non silurino la soluzione con manovre dietro le quinte», ma neppure lui è mai entrato nel merito di cosa un accordo possa essere. Non ha annunciato né vagamente accennato a una cessazione dei combattimenti. Ha sottolineato che «bisogna eliminare le cause di fondo» – cioè la presunta minaccia alla sicurezza russa – perché si raggiunga una soluzione durevole. Ha riconosciuto che l’Ucraina «naturalmente» ha diritto anch’essa a delle garanzie sulla sua sicurezza, espressione piuttosto inedita per lui: ma prima di aggrapparsi a queste parole bisognerà conoscere che tipo di sicurezza è pronto ad accettare (un esercito ucraino forte e sorretto da continue forniture di armi occidentali? qualche presenza di truppe straniere? Adesione di Kiev all’UE? Nulla di tutto ciò?)
Tornando a Trump, l’unico vero scivolone nel suo succinto intervento è stato quando è tornato a regolare i conti con l’opposizione democratica e con i media per il Russiagate, lo scandalo su cui nel suo primo mandato fu imbastito un tentativo di impeachment. Poteva di sicuro risparmiarselo, ormai è acqua passata (è appurato che la teoria del complotto su manovre russe che avrebbero favorito la vittoria di Trump contro Hillary Clinton nel 2016 mancava di sostanza), fa parte delle sue frequenti cadute di stile questo usare platee internazionali per delle rivalse di politica interna.
Sulla questione davvero cruciale, l’Ucraina, si è limitato a dire che «restano un paio di questioni da risolvere». Forse, per una volta, se lui terrà la sua parola i governi europei e quello ucraino sapranno di cosa si tratta prima dei media. Sarebbe giusto così, bisogna augurarselo. Sempre che non cominci da Mosca qualche gioco di «indiscrezioni».
Il resto dell’apparizione è stato segnato da gestualità e riti fra i due leader che molti giudicano eccessivamente amichevoli. Che ci sia unattrazione fra i due non è una novità. L’importante è che non si trasformi in un patto scellerato a danni di altri. Troppo presto per dirlo.     

corriere.it/oriente-occidente-federico-rampini/25_agosto_16/ruolo-europa-zelensky-ucraina-vertice-putin-trump-c24f06e5-3ed4-46c4-a780-ad66904c5xlk.shtml

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