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Virtù e follie delle Primavere, di Leonardo Servadio

creato da Denj — ultima modifica 21/07/2016 18:35
Dittatori condizionati da tare psichiche e rivoluzioni drogate da interessi stranieri: le rivolte dei Paesi arabi hanno un futuro democratico? Parla l'esperta Mirak-Weissbach

«Godevano di percentuali di voto tra il 95 e il 98%. Avrebbero fatto invidia a Erich Honecker, il dittatore dell’ex Germania Est...» commenta Muriel Mirak-Weissbach, studiosa americana di origini armene, esperta in Medio Oriente, parlando dei vari despoti i cui regimi (in Egitto, Libia, Tunisia, Yemen), si sono dissolti nella «Primavera araba». Ne ha trattato nel volume appena uscito in Inghilterra Madmen at the Helm: Pathology and Politics in the Arab Spring («Pazzi al comando. Patologia e politica nella Primavera Araba», Ithaca Press, pp. 164, 25 sterline).

C’è dunque una follia tipica dei dittatori?
«La letteratura specialistica ha preso in esame i dittatori europei del XX secolo: Mussolini, Hitler, Stalin. In molti si evidenziano esperienze traumatiche infantili. Nel caso di Milosevic, tra i più studiati, c’è una catena di suicidi in famiglia. Con la mia ricerca ho messo a fuoco l’esistenza di traumi anche nelle vite dei leader arabi. Gheddafi, per esempio, ancora piccolissimo ebbe esperienza della battaglia di El Alamein e il suo primo ricordo è quello dei bombardamenti. Tutti i quattro dittatori caduti tra Tunisia e Yemen provengono da famiglie poverissime e sono usciti da condizioni di miseria facendosi strada, con la forza e con l’astuzia, nelle file militari (l’unica scuola che permette ai diseredati di emergere), dove sono entrati giovanissimi: lo yemenita Ali Abdullah Saleh sin dai 12 anni apprese a usare le armi e a uccidere. Sono percorsi personali che possono portare alla paranoia e al narcisismo, sindromi caratteristiche dei dittatori».

Prima vittime, poi carnefici...
«La violenza genera violenza, la frustrazione brama una rivalsa, l’umiliazione ambisce alla sopraffazione. Bisognerebbe trovare la via della crescita personale, della condivisione, del perdono. Ma quei dittatori sono vissuti in condizioni in cui tutto questo era totalmente assente. L’eccezione è Bashar al-Assad: famiglia importante, educazione nelle scuole migliori, laurea in Gran Bretagna, una carriera ben avviata di oculista, ama mostrarsi come padre esemplare che accompagna i figli a scuola la mattina...».

Poi che succede?
«Nel 1994 muore il fratello maggiore, erede designato di Hafez al-Assad: Bashar è subito richiamato in patria e addestrato per assumere il potere in quella che diviene la prima "presidenza a vita" dinastica del mondo arabo. E il padre esemplare si scopre dittatore: il volto da buon borghese si rivela una maschera dietro cui si nasconde una personalità violenta. Il problema è stato studiato da Hervey Cleckley in The Mask of Sanity ("La maschera della salute mentale"). Quando muore Hafez al-Assad, il primo discorso di Bashar spalanca una nuova prospettiva: propone un passaggio guidato verso la democrazia, la progressiva introduzione dei diritti civili e della libertà di parola. Ben presto sorgono giornali indipendenti, si formano circoli di intellettuali che si ripropongono di diffondere quella cultura senza la quale l’idea di democrazia resta vuota: tutti guardano Bashar come la persona con cui dialogare. Poi, nel giro di un annetto, i giornali vengono chiusi, sono arrestati e fatti tacere coloro che credevano in un’evoluzione democratica. Tuttavia la rivolta in corso in Siria è nata come movimento pacifico: ha origine da manifestazioni nonviolente per protestare contro la tortura di alcuni giovani perpetrata dalla milizia di regime. Soltanto dopo che alcuni militari si sono uniti alla protesta, essa è divenuta rivolta armata: e, in tal modo, ha perso la fibra morale che aveva consentito di contrapporre la fermezza della dignità alla cecità della forza. Allora sono subentrate le ingerenze straniere: il Qatar e l’Arabia Saudita forniscono soldi e armi ai rivoltosi, l’Iran e la Russia sostengono il regime. Dalla rivolta pacifica è sorta una guerra civile subito divenuta "guerra per procura" che vede coinvolte in via diretta o indiretta le potenze ex coloniali o neocoloniali».

Ma questo è accaduto anche altrove...
«Certo: ovunque, in gradi e modi variabili. In Libia in particolare, dove dall’inizio i francesi hanno soffiato sul fuoco e poi l’intervento militare Nato, supportato da una risoluzione Onu di scarsissima legittimità, ha favorito la carneficina, provocando non solo vittime e danni materiali, ma anche un profondo problema morale che sarà difficile districare. Del resto questa è la sorte delle rivoluzioni: si sa come cominciano, ma chi può mai dire come finiranno? Soprattutto se ci sono di mezzo interessi stranieri».

Ovvero: la primavera araba è condannata, la democrazia non giungerà mai nel mondo islamico?
«La primavera araba ha enormi potenzialità, e i Paesi islamici a mio avviso sono capaci di reggersi con regimi democratici tanto quanto lo è il mondo occidentale. A conclusione del volume ho trascritto un’ampia pagina dal trattato sullo "Stato ideale", del filosofo Al-Farabi, che si era formato tra l’altro sui classici greci. Come molti altri saggi, indica le qualità appropriate per chi governa: fortezza, capacità di capire e di farsi capire, prontezza, sensibilità, amore per la conoscenza, rifiuto dei piaceri materiali e carnali, amore per la verità e per la giustizia, magnanimità, rifiuto dell’oppressione... E se non c’è un singolo uomo che abbia tutte queste qualità assieme, spiega, allora molti devono mettersi assieme tra coloro che ne possiedano almeno una, formando così un mosaico dove i pregi di ciascuno siano al servizio di tutti. Mi sembra un ragionamento prodromico alla democrazia, e siamo nel X secolo».

Oggi i rivoltosi si rifanno ad Al-Farabi?
«La primavera araba non nasce solo per cacciare i dittatori, ma soprattutto per affermare nuovi sistemi di governo in cui prevalgano il diritto, l’eguaglianza di fronte alla legge, la democrazia. Lo si respira nell’aria. E questo non era possibile anche solo dieci anni fa: allora, quando mi trovavo in Tunisia, in Egitto, in Yemen, i giovani e gli intellettuali comunicavano le loro idee sussurrando: conoscevano la corruzione e le storture delle dittature, ma avevano paura. Per contrasto, nei mesi scorsi ricordo l’immagine di una persona che in piazza Tahrir al Cairo diceva: "Ho vissuto per decenni nella paura e nel tremore; ora tutto questo è superato e finalmente so di essere un uomo, di avere dignità e diritti". Quando molti in una società possono esprimersi così, allora si è veramente sulla strada della democrazia. E la follia dei dittatori può restare solo un brutto ricordo».

 

fonte: www.avvenire.it, 12.03.2013

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