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Un'economia inclusiva è possibile, di Gianni Riotta

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 12:52
Il Papa ha detto con semplicità quel che le più sofisticate analisi del mercato comprovano: la disoccupazione è una trappola, sabbie mobili dove una generazione e milioni di giovani non solo rischia di smarrire il proprio avvenire, ma trova solitudine personale difficile da rimontare...

Il discorso di Papa Francesco in volo verso il Brasile su giovani e lavoro ha un valore di fede e pastorale che teologi ed esperti cattolici approfondiranno. Ma ha, in parallelo, una rilevanza per l’economia e lo sviluppo delle nostre società, che tutti possiamo considerare. Dice il Papa: «Corriamo il rischio di avere un’intera generazione che non avrà mai trovato lavoro…».

 

Quel lavoro da cui «Viene la dignità personale di guadagnarsi il pane… La crisi mondiale non fa cose buone con i giovani, visto che, sul mercato, un disoccupato ha sempre maggiore difficoltà a ottenere un impiego».

 

Considerate questo ragionamento alla luce dell’inchiesta che il New York Times ha pubblicato il 19 luglio: i laureati dopo la grande crisi finanziaria, dal 2009 al 2012 in America, paese che crea posti lentamente ma con maggiore lena della media Unione Europea, e assai più velocemente dell’Italia, stentano a lavorare perché le aziende penalizzano i loro due, tre anni di disoccupazione, preferendo ragazzi «freschi» di laurea 2013. Un posto in un bar, il lavoro da commessa per pagare l’affitto, non solo non commuovono gli addetti alle assunzioni ma, paradossalmente, li rendono diffidenti. La disoccupazione viene considerata causa di frustrazione, delusione, smarrimenti personali, meglio dare chance a chi esce dall’Università ancora carico di entusiasmo. Tanto più che, dimostrano analisi dell’agenzia Ernst & Young, nessuna grande compagnia offre lavoro più da annunci diretti, preferendo selezionare il personale su raccomandazioni private o tra chi ha già fatto, quasi sempre grazie ad amici di famiglia, stage presso la ditta.

 

Il Papa ha detto con semplicità quel che le più sofisticate analisi del mercato comprovano: la disoccupazione è una trappola, sabbie mobili dove una generazione e milioni di giovani non solo rischia di smarrire il proprio avvenire, ma trova solitudine personale difficile da rimontare. L’idea che questa sia una condizione umana da delegare ai singoli cittadini, dando loro magari consigli giusti sul corso post laurea da scegliere, le lingue da imparare, gli skills di cui dotarsi, e non invece un’emergenza globale per le economie sviluppate e i paesi nuovi è pericolosa, e porterà a instabilità, al Cairo e Istanbul, a Detroit e Pechino, a Roma e Parigi. Sintetizza Justin Wolfers, economista all’Università del Michigan: «Abbiamo creato un’economia in cui i giovani laureati cercano lavori svolti un tempo dai diplomati, i diplomati si accontentano di posti per chi non ha studiato e chi non ha studiato resta precario».

 

Papa Francesco denuncia la cultura del degrado sul lavoro, che non si corregge certo con leggine ad hoc, ma ricreando nuovi lavori e non illudendosi, lo ha scritto il direttore Calabresi qualche giorno fa, di «difendere» uno status quo che si scioglie senza soste, senza che imprenditori e sindacalisti possano fermare la realtà: «Siamo abituati a questa cultura dello scarto: con gli anziani si fa tanto spesso, ed è un’ingiustizia perché li lasciamo da parte, come se non avessero niente da darci, e invece essi ci trasmettono la saggezza e i valori della vita, l’amore per la patria, l’amore per la famiglia: tutte cose di cui abbiamo bisogno. Ma ora tocca anche ai giovani di essere scartati…Dobbiamo tagliare questa abitudine di scartare le persone» proponendo «una cultura dell’inclusione, dell’incontro, e uno sforzo per portare tutti nella società».

 

L’organizzazione industriale classica del Novecento non basterà a salvare la generazione dei senza lavoro, né in Occidente e neppure nei paesi del nuovo sviluppo e chi si ostina ad affermarlo tradisce i disoccupati, non li aiuta. Le autorità di Rio, in Brasile, hanno vietato l’uso di ogni maschera tradizionale agli incontri del Papa, temono che le proteste che hanno scosso il paese si riverberino lungo il viaggio del Pontefice. Francesco non sembra condividere queste preoccupazioni e anticipa il tema sociale ancor prima di metter piede in Brasile. «Questione di credibilità – spiega il teologo Ramon Luzarraga - la gente ormai crede agli esempi più che ai messaggi, quando Giovanni Paolo II predicava contro il totalitarismo era credibile perché lo aveva sofferto in Polonia, Francesco ha visto nelle parrocchie di Buenos Aires la povertà e se parla degli esclusi l’uomo della strada lo ascolta».

 

Il Papa sa anche che la crisi non è solo economica, che nel 1970 il 92% dei brasiliani si professava cattolico, cercando nella fede riparo contro oppressione e povertà, devastanti in aree come il Nordeste. Oggi il 62% dei brasiliani si dice cattolico, mancano all’appello milioni di fedeli passati ai Pentecostali e ai loro riti appassionati, di comunità, capaci di coinvolgere gli esclusi. Paese con più cattolici al mondo, il Brasile vede dunque la sua Chiesa cambiare, padre Marcelo Rossi adotta ritmi, canzoni, cerimonie scatenate dei pentecostali, offrendo un’alternativa ai fedeli. Milioni di dischi e libri venduti, milioni di credenti raccolti negli stadi fanno del Rinnovamento Cattolico Carismatico di Rossi una realtà inaspettata. Il Papa argentino lo sa, ma sa anche che i riti non mutano da soli le realtà. Lancia, nel suo primo viaggio per la Giornata Mondiale della Gioventù, un messaggio che non risuonerà solo nei luoghi di culto. Parla ai leader politici, agli uomini di azienda e finanza, ai sindacalisti, ai tecnici. Nel XXI secolo è possibile lavorare a un’economia «inclusiva», libera e capace di produrre innovazione e ricchezza, senza tuttavia lasciare indietro - come fossero granelli di sabbia perduta - gli esseri umani che, nella clessidra del presente, scivolano oggi nella sfera inferiore.

fonte: www.lastampa.it, 23.07.2013

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