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Una tomba nel mare. Un dolore che un cristiano non può non provare, di Riccardo Cristiano

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 30/06/2018 12:15
Mentre i Paesi europei sono presi dalla tutela dell’interesse nazionale, l’umanità perde consistenza. Don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, commenta l'ennesima tragedia al largo delle coste libiche…

Don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italiana, ha appena appreso del naufragio al largo delle coste libiche. E mentre cerca le parole per commentare questa ennesima tragedia che trasforma il Mediterraneo da Mare Nostrum in Mare Mostrum, ripercorre il viaggio dei cosiddetti “migranti”, partiti dall’Africa sub sahariana dove venivano quotidianamente derubati del loro diritto alla vita. “Attraversano il deserto tra sofferenze indicibili, per noi inimmaginabili: sole, sete, fame, fatica, paura, sono compagni di vita. Poi arrivano sulla sponda nord dell’Africa, vengono catturati, torturati, derubati, si imbarcano su queste carrette del mare (non hanno alternative, nda) e trovano nel mare la loro tomba”.

La scarsezza di informazioni al riguardo della tragedia del giorno dei santi Pietro e Paolo non lo trattiene: “Proprio in questi giorni ho parlato con un collega di una Caritas nord africana. Mi ha detto che chi attraversa il deserto e riesce ad arrivare nel paese dove lui opera se viene fermato dalle forze di sicurezza viene riaccompagnato al confine ed espulso. E di là chi trova? I mercanti di carne umana, ecco chi trova. Ecco da cosa fuggivano gran parte dei morti di questo naufragio. Ma non penso che nelle prossime ore sapremo chi fossero, come si chiamavano, da quali patimenti fuggivano. Su questa realtà si parla poco, si scrive poco, anche se ogni tanto qualche inviato, qualche giornalista arriva, e racconta. Ecco perché il punto è quello dell’abitudine. Queste notizie si consumano in modo tale da alimentare quella che il papa ha definito la cultura dell’indifferenza e i Paesi europei sono presi dalla tutela dell’interesse nazionale, interesse che non gli appare promozionale dell’umanità, e così l’umanità perde consistenza”.

Inevitabile chiedergli perché tutto questo coinvolga sempre di più africani, dell’area sub sahariana: “Non è una novità che l’Africa sub sahariana faccia le spese di tutto. Gli Stati già coloniali da tantissimo tempo sono stati e seguitano ad essere dediti alla difesa di interessi finanziari volti allo sfruttamento di territori ricchi, così ricchi e sempre più ricchi, tanto da rendere la popolazione sempre più povera. È interessante questo rapporto. E ci dice che tutti siamo conniventi. Non possiamo tacere riferendoci a certe cose, a certe storture, a certe realtà storiche che qui accenno solo per titoli, non possiamo tacere dicevo che oramai vengono foraggiati capi di governo che sono soltanto dei tiranni. Non ne posso più di sentire certe cose. È stato il presidente francese Macron (paese dal lungo trascorso coloniale, nda) ad aver coniato il termine “migranti economici”. Davvero sono migranti economici? Le dico che i veri migranti economici sono altri, sono gli Stati dal presente e dal passato coloniale. Chi sono i migranti? Sono persone come lei, come me, ma affogate nella loro stessa vita da questi sistemi”.

Ma le opinione pubbliche, le loro reazioni, non sembrano più testimoniare quella fratellanza, quel valore del mutuo soccorso. “L’opinione pubblica recepisce queste notizie come tutte le altre notizie. Parliamo dei progetti di cooperazione? Delle grandi aziende? Se questi progetti fossero finalizzati ad aiutarli a casa loro avremmo un leggero miglioramento della situazione nell’Africa sub sahariana. E invece la situazione peggiora. Ma fino a pochi anni fa parlarne era un anatema. Lo facevamo solo noi, della Chiesa, o poche altre meritevoli organizzazioni. Ma la grande politica ignorava completamente il tema dell’Africa sub sahariana. E allora io dico che aiutare le persone a casa loro non significa far loro l’elemosina, vuol dire restituirgli il maltolto! Vede, questa notizia, aggrappata al sensazionalismo, domani o dopodomani scomparirà. Perché l’Europa si chiude, il mondo si chiude, in un esercizio all’inspirazione ed espirazione che dà un senso di morte più che di vita. E questo è drammatico perché il dolore che io mi porto nel cuore è il dolore che ogni cristiano non può non provare. Certo, non possiamo risolvere i problemi del mondo, ma possiamo… sì possiamo “condividere”. Vuol dire che possiamo essere attivi, in tanti modi, assolvere al nostro dovere per quel che possiamo: e possiamo anche pregare… Ma prima di salutarla mi lasci ripetere una cosa: esiste un mercato globale degli esseri umani che fa vergognare: da vergognarsi!”

http://formiche.net/2018/06/naufragio-libia-morti-soddu-caritas/

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