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Una guerra che riguarda tutti, di Cesare Martinetti

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 13:12
Alla fine l’incidente è arrivato, lo scenario da guerra fredda è da ore sugli schermi tv-computer-smartphone di tutto il mondo. Quale che sia la causa e chi sia il colpevole, un aereo non può cadere per caso in un zona di guerra. Qualcuno ha premuto un grilletto...

Alla fine l’incidente è arrivato, lo scenario da guerra fredda è da ore sugli schermi tv-computer-smartphone di tutto il mondo. Quale che sia la causa e chi sia il colpevole, un aereo non può cadere per caso in un zona di guerra. Qualcuno ha premuto un grilletto.

 

Le 298 povere vittime originarie di ogni angolo del pianeta trasformano il conflitto che da mesi sobbolle in quella periferia di confine tra Ucraina e Russia in un conflitto dal valore globale. Non è più una nuova, vecchia, sporca storia tra ex sovietici. Quella guerra, ora più che mai, ci riguarda tutti.

Anche per questo la mancata nomina dell’Alto commissario per la politica estera stende sulla già critica immagine dell’Unione europea un’ulteriore patina di grottesca impotenza. Mentre a Bruxelles si discute e non si decide, nel Donbass si muore. Certo la composizione della Commissione europea – l’organismo che di fatto «governa» 28 Paesi – non è cosa semplice. Non va dimenticato che l’Europa è una realtà ma è anche – ancora – un processo.

 

Come diceva Helmut Kohl – opportunamente citato dal nuovo presidente Juncker nel suo discorso di insediamento – l’Unione europea è «come il corso del Reno». Ma il suo avanzamento verso il traguardo non è mai stato così lento, contraddittorio, segnato dalla crisi e dunque ostacolato da dubbi e ripensamenti, svuotato di energie solidali e comunitarie, reso egoista dall’attitudine dominante fatta di furbizie e particolarismi.

Collocando Kohl – con François Mitterrand e Jacques Delors – a nume tutelare del suo programma Juncker ha voluto iscriversi in un’ottica decisamente comunitaria, sociale e solidale, per superare i pregiudizi e le divisioni. Rompere cioè con quell’andazzo intergovernativo che ha piagato gli ultimi tempi della politica europea trasformandola in un rodeo: Nord contro Sud, forti contro deboli, ricchi contro poveri. Per superare tutto questo è necessaria una leadership forte, come non lo è stata quella del tandem Barroso-Van Rompuy cui si deve aggiungere la presenza impalpabile di Lady Ashton, inefficace e velleitaria ministro degli Esteri.

 

Tuttavia la colpa è solo in parte dei protagonisti, le nomine sono sempre il frutto di rapporti di forza. Vengono scelte personalità deboli quando i governi vogliono continuare a comandare, quando si smarriscono le priorità comunitarie. Jean-Claude Juncker è certamente un leader forte, gode – primo presidente della Commissione – del consenso del Parlamento europeo, ha una solida esperienza riconosciuta. Il presidente del Consiglio europeo e l’Alto commissario per la politica estera – i due principali posti che devono essere riempiti – dovranno esserlo altrettanto.

 

L’impasse che ha impedito ai capi di governo e di Stato di pervenire mercoledì notte ad un accordo è invece la fotografia dell’attuale paralisi comunitaria. Sulla nomina del ministro degli Esteri si è poi manifestata una divisione netta e ardua da sormontare: gli ex paesi satelliti di Mosca (fra tutti Polonia e Baltici) considerano discriminante il rapporto con Putin. Sono loro – a torto o a ragione – a spingere su posizioni da «guerra fredda», per quanto anacronistica ed irreale possa apparire. Sono loro gli ultrà dell’Alleanza atlantica, quelli che già all’epoca della guerra con l’Iraq avevano spaccato l’Ue (alleati però allora di Blair-Aznar-Berlusconi) schierati senza se e senza ma con Bush e contro la coppia franco-tedesca e timbrati allora con l’appellativo di «maleducati» dal presidente francese Chirac.

 

Matteo Renzi ha sicuramente fatto bene a porre con determinazione la candidatura di Federica Mogherini a ministro degli Esteri Ue, posto che nella ripartizione geografica e politica delle nomine spetta a un rappresentante italiano della sinistra. Non siamo certi che abbia fatto altrettanto bene a non tenersi una carta di riserva, perché proprio nella logica comunitaria instaurata da Juncker le poltrone si conquistano con il consenso e in funzione di una politica condivisa. Da questo punto di vista gli indugi e le esitazioni europee nella vicenda ucraina hanno fatto più male che bene a Kiev, allargando lo spazio di manovra di Putin. La visita della nostra ministra al Cremlino, al di là dei contenuti, è servita da pretesto simbolico ai suoi nemici per attribuirle l’etichetta di amica di Mosca. La Farnesina avrebbe fatto bene ad equilibrare quell’immagine con le foto degli incontri della Mogherini con i dirigenti ucraini.

 

Nell’intervista pubblicata su La Stampa di sabato scorso, il presidente Giorgio Napolitano ha rappresentato la complessità della situazione e indicato un possibile percorso per uscire dalla crisi: riaffermare la legalità internazionale, sostenere i nuovi poteri legittimi a Kiev, discutere con Mosca le sue preoccupazioni e i suoi interessi. Non si può azzerare la storia e quanto essa ha depositato di russo in Crimea e nel Donbass. Né si deve – per effetto della crisi – considerare esaurita la strategia di coinvolgimento della Russia nella comunità internazionale con un atteggiamento di esclusivo «contenimento» riproducendo un’anacronistica guerra fredda.

 

Per affermare una tale linea – che possiamo definire di mediazione e certamente non gradita ai «nuovi» europei – ci vogliono leader e leadership forti e riconosciute, la politica non è un esame di relazioni internazionali. Troppi «focolai di crisi» sono accesi intorno a noi, avvertiva Napolitano. Ogni crisi – oggi – può diventare globale. Per quanto possiamo fare in fretta l’aereo malese abbattuto ieri sulla terra grigia e dolente d’Ucraina ci dice che siamo drammaticamente in ritardo.

 

fonte: www.lastampa.it, 18.07.2014

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