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Un programma nazionale di educazione al civismo, di  Enzo Manes

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 20/06/2020 09:50
L’obiettivo di ogni percorso educativo deve essere quello di permettere di vivere responsabilmente la complessità del nostro tempo. Quindi in nessun percorso scolastico o universitario può mancare uno spazio per riflettere sul tema del senso civico…

Fa bene Ferruccio de Bortoli a spronare gli imprenditori perché si impegnino di più sui temi del capitale umano e della formazione della classe dirigente. Va dissipato il sospetto che sia un argomento che nel mondo dell’impresa suscita solo tiepido interesse. È un’illusione che chi vive sui mercati internazionali possa ignorare la condizione delle nostre istituzioni formative, e cavarsela comunque mandando i figli a studiare all’estero. Chi lo pensa sega il ramo su cui è seduto: un Paese che non investe in educazione, ad ogni livello, è un Paese che condanna al declino (anche) la propria economia. 

È inevitabile, vista la complessità e la densità cognitiva richiesta oggi dalle imprese, vecchie e nuove. La società della conoscenza ha trasformato la produzione industriale e il mondo dei servizi, spostando sempre di più la competizione sul versante dei saperi e delle competenze. Se un Paese non forma adeguatamente e con lungimiranza i propri giovani, nel giro di un paio di decenni, o anche meno, il know how produttivo ne farà le spese e ci ritroveremo con un sistema industriale impoverito e incapace di stare al passo con la concorrenza internazionale. Quindi, si tratta di un tema rispetto al quale il mondo economico non può restare a guardare. Liberiamoci allora dall’indifferenza che ha portato ad archiviare un anno scolastico come se niente fosse e proviamo a rispondere alla sollecitazione di de Bortoli: quale responsabilità deve assumersi la classe dirigente imprenditoriale, la parte più ricca e internazionalizzata del Paese? Come può prendersi cura del bene comune, intervenendo sul versante dell’educazione?

Per quanto possa essere singolare sentirlo da un imprenditore, per conto mio la priorità non è investire in funzione delle esigenze dell’industria o ritenere che il problema stia tutto nel dare più spazio all’istruzione tecnica e scientifica. La priorità, a mio avviso, è riconoscere come competenza essenziale la formazione civica e agire perché diventi una componente fondamentale di qualsiasi programma di studi.

L’obiettivo di ogni percorso educativo — che si scelga una carriera nell’industria, nelle libere professioni, nella pubblica amministrazione o in qualunque altro ambito – deve essere quello di permettere di vivere responsabilmente la complessità del nostro tempo. A questo deve tendere la formazione, prima ancora che a plasmare specialismi e eccellenze settoriali. Per questo motivo, da nessun percorso scolastico o universitario può mancare uno spazio per riflettere sul tema del senso civico. 

Civismo è la forma breve per indicare l’esperienza di una vita che sa affrontare responsabilmente la complessità sociale, anziché lasciarsene travolgere. Civico è l’esercizio con cui si apprende che a volte per perseguire la propria libertà e il proprio interesse è necessario sacrificarne una parte per realizzare un bene superiore. Una vera educazione civica ha per tema i valori e le soft skill della convivenza in ambienti dove dominano la diversità ed è indispensabile la faticosa ricerca dei punti di incontro. Educare al civismo significa fornire gli strumenti culturali per comprendere che non si possono rivendicare diritti senza assumersi anche doveri.

Per fare la differenza, gli imprenditori illuminati che de Bortoli sfida a farsi avanti dovrebbero farsi carico di questo compito: investire in un programma nazionale di educazione al civismo, calato nella concretezza dei diversi percorsi formativi. Sostenendo un progetto culturale da portare in tutte le 96 università italiane. Un programma che investa in corsi, incorporati in tutte le discipline, su temi fondamentali come l’etica pubblica, i beni comuni e l’amministrazione condivisa, la dimensione sociale delle imprese, le forme della partecipazione sociale, le nuove metriche per una misurazione del benessere che non coincida solo con il Pil. Un’educazione pratica e non solo teorica. Con metodo aperto a esperienze esterne, a casi concreti, a scenari che si confrontano con situazioni reali.

Un progetto nazionale per stimolare lo sviluppo della cultura civica in quanto presupposto culturale e etico dell’esercizio responsabile del ruolo di cittadini, professionisti, imprenditori, policy-maker, operatori dell’informazione e della cultura, e di ogni altra posizione e funzione che non può prescindere da una componente di impegno civico. Perché lo scopo, in definitiva, è di creare quei «fondamentali» che non possono mancare nella formazione di nessun cittadino. Questo progetto, più della creazione di una nuova università privata o di qualche ulteriore master, sarebbe un gesto concreto di assunzione di responsabilità da parte delle imprese, per la crescita del capitale umano nel Paese. Perché è da questo, in definitiva, che dipende la nostra futura classe dirigente. E sappiamo quanto ne abbiamo bisogno.

 

https://www.corriere.it/opinioni/20_giugno_19/10-cultura-jjjjjjcorriere-web-sezioni-4a889920-b24d-11ea-b99d-35d9ea91923c.shtml

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