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Un incontro interessante, di Angela Donatella Rega

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 18/03/2021 17:51
Un racconto molto attuale…

In quei momenti di respiro, sempre rigorosamente vissuti dentro l’involucro della mia mascherina chirurgica, all’aria aperta della mia cittadina, a spasso col mio cane, mi è capitato di far inciampare nel guinzaglio del mio improvvido “amico dell’uomo”, una giovane donna. Infatti, non a caso….   Si trattava di una donna. La poverina capitombolò a terra, purtroppo. Agilmente si rialzò da sola massaggiandosi i polsi ed io allora mi chinai a raccogliere i fogli che portava in mano ed erano sparsi sulla strada. Un’occhiata veloce e mi colpirono alcune parole : ‘Bosnia’ e poi “aula” e poi ‘Roma’. Glieli porsi e lei mi ringraziò ripetutamente, nonostante dovesse semmai avercela con me per la caduta che le avevo procurato. Questo suo svagato comportamento mi fece sorridere e le chiesi d’istinto se fosse una scrittrice.  “Ah” sorrise “come ha fatto a capirlo?”. “No, niente, le risposi, così…intuito!”. L’avevo talmente stupita che non si muoveva e mi guardava incerta se salutarmi e proseguire per la sua strada. Così, sempre a distanza di sicurezza, mi venne di dirle che avevo notato che il suo scritto parlava di Bosnia e di Roma. “Ah sì” fece lei” Infatti….” E così, una parola dietro l’altra, ci confidammo alcune esperienze vissute negli anni precedenti a causa del nostro impegno lavorativo per me e sociale per lei.

Ed ecco che, per farla breve, alla fine sono venuta in possesso dello scritto, il reportage di una mattinata in un caseggiato abusivo, che qui, col suo permesso pubblico, rispettando l’anonimato richiestomi. Non anticipo nulla, ma dico che a me sembra una pennellata che dipinge di calore e di colore umano, un angolo di società che preferiamo in genere non vedere, ma che c’é e ci da l’idea dell’uomo che il Levita ed il Sacerdote lasciarono ai margini della strada per Gerico, cioè del nostro….prossimo. Buona lettura.

L’aula di Amina”

Febbraio 2021. Freddo, pioggia. Il globo nella morsa del COVID-19, un nuovo Presidente negli States, un nuovo governo in Italia. Un migliaio di migranti ammassati in condizioni disumane nei gelidi boschi della Bosnia-Herzegovina, lungo un diaframma impermeabile alla sofferenza che è il confine europeo. Lipa: è questo il punto di arrivo della rotta balcanica, una delle tante arterie del mondo nelle quali gli esseri umani scorrono come sangue carico di speranza che poi si riversa – invisibile come l’ossigeno – nei freddi polmoni europei. Febbraio 2021, dicevo. Nei lunghi week-end di semi-confinamento divenuti ormai una routine della pandemia, decido di mettere ordine nei miei vecchi ricordi, ben protetti dalla fedele memoria del mio PC. Ripesco un file del 2008, al quale avevo affidato il racconto di una giornata particolare. Era primavera, vivevo a Roma, stavo per laurearmi e insegnavo italiano come volontaria presso un’associazione di migranti. Sono passati tredici anni da allora, anni nei quali il “progresso” ci ha reso sempre più efficienti, connessi, performanti...Tuttavia, da quello che leggo, devo constatare che la nostra società è rimasta esattamente dove stava. Ovvero, non dalla parte dei più deboli.

‘Stamattina sono andata a casa di Amina, una ragazza che sembra una signora, marocchina, che è venuta qualche volta a seguire il mio corso di italiano. Sono andata da lei per leggere, al telefono, a mia madre che è medico, il referto delle sue analisi del sangue. Amina ha fatto alcuni accertamenti perché da qualche tempo aveva giramenti di testa e si sentiva molto debole. Arrivo, parcheggio l’auto, e già intuisco cosa mi aspetta.

Mi trovo esattamente nello stesso luogo dove ero all’incirca un anno fa, con una coppia di amici, Silvia e Mauro. Mi avevano invitata a vedere uno spettacolo organizzato da un’associazione di ragazzi, un po’ artisti un po’ alternativi, che si svolgeva nel cortile di un grande edificio in stato di semi-abbandono. Durante lo spettacolo avevo scoperto che quel palazzo malandato era una ex scuola costruita e mai utilizzata e occupata da centinaia di persone che non avevano altro posto dove stare.

Ricordo quello spettacolo come uno dei più belli che abbia mai visto. Ho visto recitare i bambini che in quello stabile, errore della pubblica edilizia e della burocrazia, abitavano con le loro famiglie. Senza chiedermi di quale errore fossero espressione quei bambini e i loro cari tristemente entusiasti dell’evento, ho goduto dell’umanità e della semplicità della storia.

Mentre la mia mente curiosa cercava di immaginare come fosse la vita al di là di quell’enorme portone in legno marcio e ferro arrugginito, il mio cuore mi gridava che avrei tanto tanto voluto fare qualcosa per le persone che avevo davanti e che addirittura erano capaci di intrattenermi e farmi sorridere della loro storia disgraziata.

Quindi, dicevo, ho appena lasciato l’auto, e vedo Amina che mi aspetta davanti al cancello di ingresso. Seguendo il suo passo tondeggiante varco la soglia della mia pietà, del mio altruismo, e insieme del mio egoismo.

Mentre ci incamminiamo lungo un piccolo vialetto puntellato di erba incolta, ancora la mia mente razionale mi dice: “prova a immaginare che questa sia la tua casa, questo è quello che vedresti ogni giorno, ‘come rain or come shine’, come dice una vecchia canzone”. Entriamo nell’edificio, grandi corridoi di mattoni rossi e muri di un celeste sgangherato. Qualche graffito, qualche scritta sulle pareti. Mi colpiscono gli stendini, sono ovunque. Beh, ci vogliono molti stendini per far asciugare, in questi immensi corridoi dimenticati dal mondo, i vestiti di più di novanta famiglie. Novanta famiglie. Più di novanta famiglie. Questo mi scuote.

Facciamo le scale, tante, e arriviamo al piano di Amina. Grandi vetrate sporche con infissi terrificanti illuminano a stento il corridoio. Amina si ferma davanti a una porta di legno chiaro tenuta chiusa da una gruccia. È la porta della sua aula. Sì: Amina, suo marito e i loro tre figli di 2, 4 e 8 anni vivono in un’aula. Lei e il marito hanno costruito un muro di fortuna che divide l’aula in due: zona notte e zona giorno direbbero i più sofisticati. Soffitti alti più di cinque metri, spazi orizzontali quasi soffocanti, elettrodomestici che sono molto, molto peggio di quelli che tante volte si trovano vicino ai cassonetti.

La mia mente che ormai cerca di arrampicarsi a fatica sullo specchio della razionalità mi dice: qui manca qualcosa. In effetti, manca non solo il bagno - cosa che avevo immaginato - ma manca anche il lavandino. Manca, in generale, nell’aula di Amina, acqua che scorra da un tubo per fare tutto quello che serve fare di solito in una casa. 

A questo punto, prima ancora di espletare la mia azione altruistica ed egoistica di leggere le sue analisi del sangue, sono già a pezzi. Mi siedo su una specie di divano che rinuncio a chiedermi cosa sia, e sento un disperato bisogno di abbracciare Amina, di stringerla forte, di farmi consolare da lei.

Poi passiamo alla telefonata con mia madre, il referto. Tutto a posto, tranne il ferro. Amina ha 5 non so che di ferro mentre il valore di riferimento va dai 60 in su. Praticamente, non ha ferro nel sangue. Per fortuna ha già iniziato la cura, anche se si sente ancora debole. Allora le chiedo se c’è qualcos’altro che non va, che la fa stare in pensiero.

Domanda superflua.

Naturalmente C’E’ qualcosa che non va. Molte delle famiglie che vivono nelle altre aule di quel luogo vogliono che lei e i suoi se ne vadano. Perché? Perché diamine, mi chiedo. Perché all’ultima assemblea una ragazza italiana che occupa un’aula sullo stesso corridoio ha detto che Amina minaccia i figli (di Amina!) puntando loro il coltello alla gola. E c’è chi le crede. Amina dice che lei li mena i suoi figli, ma solo sulle gambe, e non li minaccia con i coltelli. Io credo ad Amina. Però se cacciano la famiglia di Amina loro non hanno un altro posto dove andare, e altre “occupazioni” che ci sono dice lei che sono molto peggio. Lei sta bene dove sta, i figli (cittadini italiani perché nati in Italia, grazie a Dio) vanno a scuola lì vicino, a lei piace il quartiere. E poi, pagano dieci euro al mese, e non hanno il permesso di soggiorno per prendere una casa in affitto, o per fare alcunché.

Scopro che un altro problema di Amina è il permesso di soggiorno. Aveva anche trovato due anni fa una donna italiana che in cambio di 2000 o 3000 euro si sarebbe sposata con suo marito per fargli prendere la cittadinanza. Ma lui non ha voluto, perché poi doveva fare il divorzio, e ci volevano due anni. Ma intanto due anni sono passati e non c’è stato né matrimonio, né divorzio, né permesso di soggiorno.

Beh, sarò pure Alice nel paese delle meraviglie, ma io non lo sapevo che gli italiani vendono la loro cittadinanza. Cioè io credevo che si sposassero gratis, che lo facessero per carità. Mi sbagliavo.

Frastornata da questa notizia, inizio a sentire Amina che, mentre mi serve il té alla menta in favolosi bicchieri blu e dorati che teneva esposti nella loro scatola, dice “quattordicimila euro, ma io non ce li ho”. Quattordicimila euro. Quattordicimila. Allora le chiedo di spiegarmi bene cosa sono questi quattordicimila.

Sono i soldi che H., il misterioso tuttofare del C.A. (dove insegno italiano), il quale scopro anche avere la cittadinanza del nostro bel Paese senza essere sposato con una italiana, sono i soldi che lui ha chiesto ad Amina per procurarle un permesso di soggiorno. Ora capisco quanto è dura per questa ragazza-donna che ha solo tre anni più di me entrare ogni volta al C.A. per fare la sua lezione di italiano, e resistere alla tentazione di sputare in faccia a H. E da oggi lo sarà anche per me.

Il discorso slitta poi su Souad Sbai, candidata di AN alle prossime elezioni: marocchina, donna, immigrata. Ma qui non mi dilungo perché in tutta questa giornata, la candidatura di Souad Sbai è la cosa meno assurda. 

Comunque, spiego ad Amina della legge Bossi-Fini, di cui lei vive le conseguenze ma ignora il nome. Beviamo il té, mangiamo un po’ di frutta secca che non so chi le ha portato dal Marocco. Intanto, scopro che il figlio più grande di Amina (8 anni) ha vissuto fino all’anno scorso in una casa-famiglia, non capisco bene se perché ha problemi mentali o cosa, ma non voglio chiedere oltre. So solo che lo seguirà uno psicologo a scuola perché non studia e distrugge le banane che la mamma gli dà per merenda, invece di mangiarle.

La mia testa è ormai leggera, trasportata in giro per l’aula dall’italiano complesso e sbagliato di Amina. Già, l’italiano. Avevo portato con me il libro perché mi ero detta che forse Amina voleva approfittare e fare lezione, visto che l’ultima volta non era venuta perché era in ospedale. Ormai mi sono messa nei panni della “maestra”, come mi chiamano loro. Lei vuole fare lezione. Studiamo insieme. Brevi momenti di distrazione. 

Finita la lezione tergiverso un po’, poi finisco il mio té pregando che non mi faccia male perché mi sento così inadatta a questo posto che credo che anche se in fondo l’acqua che sto bevendo è acqua di Roma, bollita per giunta, io sia troppo vulnerabile a tutto ciò che si trova qui.

Poso il bicchiere, le dico che me ne vado, la ringrazio. Mi hanno detto tutte le amiche che hanno vissuto in Paesi arabi che è difficile lasciare la casa di una famiglia araba. Ti invitano a rimanere a pranzo, o a cena. Anche Amina mi invita a rimanere a pranzo nella sua aula. Io dico no un paio di volte, e poi mi dico, ma sì ma che m’importa, accetto l’invito e vediamo che succede. Lei tira fuori della carne dal suo frigo buio e pieno di muffe e va a chiedere la cipolla alla sua vicina di aula. Ma niente, così decidiamo di andare a comprarla.

Al supermercato con Amina. Attenta ai prezzi, pesa le cipolle premendo per sbaglio sulla bilancia il tasto dello zenzero, viene fuori un prezzo allucinante, lei se ne accorge, la aiuto a capire qual è il tasto giusto. 

Al banco del pane, la signora che ci serve saluta Amina. È italiana. Amina chiede un chilo di “sciabatte”. Mi dice che anche la signora dall’altra parte del bancone vive nella scuola occupata. Quella signora. Una signora normale, come tutte quelle del banco pane. Italiana. Già. Normale.  Anche lei vive lì. Per me è un colpo duro. Allora anche gli italiani possono essere così poveri.

Prendo due confezioni di biscotti che mi sembrano buoni per portarli nell’aula, per i bimbi, che però non vengono a pranzo. Amina vuole pagarli, ma io ovviamente glielo impedisco. La sua spesa, due buste pesantissime, viene poco più di dieci euro, santi i discount. Le due confezioni di biscotti io le pago cinque euro. Mi sento così fortunata. Così tanto, tanto fortunata.

Torniamo verso “casa”, perché per Amina quella E’ casa. Lei ha bisogno di fermarsi più volte per strada perché si sente debole e io mi chiedo come avrebbe fatto da sola a portare quelle buste pesantissime.

La seconda volta che varco la soglia della scuola occupata, già mi sembra tutto più facile, già mi sento meno vulnerabile, anche se impacciata. Di nuovo corridoi, scale, la gruccia, l’aula senza acqua.

Iniziamo a cucinare. Chiacchieriamo di ricette, di cous-cous, io chiedo ad Amina di venire a pranzo da me un giorno, e di insegnarmi a fare il cous-cous. Mi sto rilassando. Ma subito devo ricredermi.

Uno scarafaggio mi passa accanto, cammina veloce sul ripiano della cucina dove Amina sbuccia la cipolla. Lei lo vede, cerca di ucciderlo ma lui si nasconde sotto un mobile, e pazienza. Mi dice che ha messo “la medicina” qualche giorno fa, e che le fa schifo, così ha deciso che prima di usare posate e piatti li sciacqua. Sì, versa un po’ d’acqua da una bottiglia e sotto mette la sua bacinella. Il lavandino di Amina.

Intanto, inaspettatamente, appare il marito. Lui vende cd e dvd al mercato, ma oggi piove, così è tornato prima. Ci presentiamo molto timidamente, poi lui sparisce nella zona notte. È stanco, dice Amina, la loro figlia piccola non li ha fatti dormire durante la notte perché aveva paura di qualcosa che indicava nel vuoto.

Continuiamo a cucinare. Intanto che lo spezzatino si cuoce, guardiamo la TV, quella satellitare, e Amina mi spiega cosa succede nella soap opera egiziana che a lei piace molto e che si chiama “Non ti dimenticare che sono una donna”. Sostanzialmente si tratta di una serie di storie parallele di donne che tradiscono o che vengono tradite dai mariti. E di solito o le donne, o i mariti, o tutti e due sono molto ricchi. Una versione mediterranea di ‘Desperate Housewives’ dove tutte le donne  mi sembrano uguali, e molto più disperate. Amina mi dice quali sono le trasmissioni italiane che le piacciono. A quanto pare è una fan di rete quattro, adora Forum e Stranamore. Mi sforzo di condividere l’interesse per Stranamore.

Quando la carne è quasi pronta, Amina prepara anche l’insalata. Sempre nel suo “lavandino” sciacqua alla men peggio pomodori e cetrioli e io mi ritrovo stupidamente di nuovo a sperare di avere difese immunitarie degne del posto.

Mi chiede se per me è un problema se mangiamo da un unico piatto. Sento la mia voce dire, come va bene per te va bene per me. Il marito non mangia con noi. Credo che non abbia molto piacere a condividere l’aula con me. Io ho messo la sciarpa intorno al collo, per coprirmi il più possibile. Ma lui rimane a letto.

Così mi faccio insegnare da Amina, con notevoli danni per la sua tovaglia, come si fa a mangiare con le mani. In realtà si prende il tutto con il pane e con le dita e poi si manda giù. Si usa il pane come posata, e quindi Amina mangia due “sciabatte” enormi per poter prendere la sua parte di spezzatino. Per me una basta e avanza. Lei non crede che io sia sazia. Ma non insiste. Le faccio molti complimenti, è veramente buono, e lo credo davvero.

Dopo pranzo la aiuto un po’. Passo la scopa a terra, gesto rituale che mi fa sentire quasi a casa, e poi andiamo nel bagno “al piano” a lavare i piatti. Devo insistere per sciacquarli almeno, non voglio stare con le mani in mano.

Amina mischia il sapone per piatti con la candeggina, per lavare meglio le stoviglie. E si fa portare dal Marocco un’“amuchina speciale” per lavare il pavimento perché i bambini mettono in bocca le cose che cadono a terra. Anche Amina ha le sue fisime, o forse ha ragione? E io, quante fisime avrei?

Si è fatto tardi, io devo andare, aspettiamo che il marito di Amina faccia la preghiera e poi usciamo tutti insieme. Loro mi accompagnano alla macchina e vanno a prendere i bambini da scuola. No, un attimo, lui non viene, dice che la raggiunge giù. Ormai è chiaro che non vuole avere a che fare con me. Mah? Forse rappresento un rischio di emancipazione per Amina? Il fatto che io le insegni la lingua italiana svegliandola dal torpore fatto di frasi abitudinarie e mettendole fiducia nel fatto che può migliorare è forse un pericolo per suo marito? Potrebbe aumentare la stima che Amina ha in sé stessa, una donna ragazza completamente sfatta che non ha neanche uno specchio nella sua aula? O forse è solo timido?

Io e Amina lasciamo l’aula. Nel corridoio, dulcis in fundo, c’è lei. La ragazza italiana un po’ drogata che ha fatto un casino per la storia del coltello alla gola. Insulta Amina, le dice cose in romanesco. È molto aggressiva, e so che una volta sono arrivate alle mani. Io arrossisco, ho paura e voglia di picchiarla allo stesso tempo. Preferisco darle le spalle mentre Amina torna indietro per prendere il telefonino. Beh, il cerchio della mia visita sta per chiudersi. 

Arriviamo alla macchina, il marito ci ha raggiunto. Ci accordiamo per vederci a lezione la settimana prossima. Ci baciamo, un ciao veloce al marito, e poi lei mi grida qualcosa che non capisco. Si avvicina, me lo faccio ripetere. Già, ora la sua speranza è che io la aiuti a trovare un contratto da colf: il primo passo per puntare alla regolarità, al famoso permesso di soggiorno. Avevo detto che avrei chiesto a qualcuno se aveva bisogno. L’avevo detto all’inizio della mattinata, cosciente che avrei creato aspettative e sogni potenzialmente infrangibili. Mi ero sentita un piccolo padre eterno pronto a elargire speranza. Ma avevo anche pensato, e lo credo ancora, che avrei fatto di tutto per aiutarla.

Entro in auto, chiudo lo sportello, un respiro profondo. Ora sono di nuovo nel mio mondo. Dove uno più uno fa due. E non fa sempre, sempre zero. O peggio. Mi rimane il traffico di Roma e un fastidioso mal di pancia, pieno di significati.’ ”

Un racconto molto attuale. Guardiamo dentro il nostro cuore in questi momenti di sconvolgimento epocale, approfittiamo del silenzio che ha procurato questa pandemia per riflettere sull’importanza di cambiare strada. Sentire anche noi un “mal di pancia pieno di significati” sarebbe opportuno.

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