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Un capitalismo sostenibile: il futuro è nelle nostre mani, di Gianmario Verona

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 02/12/2021 09:04
Dobbiamo imparare molte cose, sopratutto l’uso etico e responsabile della grande massa di dati disponibili…

Il capitalismo rappresenta la fonte principale della prosperità della storia umana moderna eppure oggi è necessario un suo profondo ripensamento che ponga un argine alla crescente disuguaglianza e contribuisca a salvare il pianeta.

Da parecchi anni un nutrito gruppo di studiosi ha rispolverato una nozione illuminata di imprenditore e, più in generale, di attore economico, non finalizzato solo al calcolo utilitaristico e individualista. Questa visione — associata al termine «sostenibilità» e che era già presente anche nei primi scritti di filosofi morali e studiosi dell’impresa della prima e seconda rivoluzione industriale — è nel tempo stata soverchiata dal liberismo spinto che ha prodotto la globalizzazione che oggi conosciamo.

Seppur sia recentemente divenuta più popolare anche tra policymaker e manager, allo stato attuale rappresenta più un auspicio che un mainstream vero e proprio. Si pensi all’importanza e all’inclusione dei portatori di interesse dell’impresa rispetto agli azionisti nel definirne gli obiettivi e l’operato. Nonostante sia spesso invocata, nella realtà operativa è spesso evanescente — a riprova, basti guardare banalmente alla composizione dei consigli di amministrazione di gran parte delle imprese del mondo occidentale volti a rappresentare i soli azionisti e nessun altro stakeholder. Si pensi anche all’impegno di molte istituzioni volte a produrre bilanci sociali e di sostenibilità per dimostrare il loro buon rapporto con il sociale e l’ambiente: questi ultimi sono frutto dello sforzo, sì innovativo, ma artigianale, delle singole aziende, senza chiare linee guida che ne certifichino la effettiva bontà che possa essere adeguatamente valutata dai mercati.

Se questo è il dato di partenza, vi sono tuttavia tre accadimenti recenti che ci devono invece aiutare a rendere definitivamente centrale il tema della sostenibilità nell’ambito di una nuova visione di capitalismo. Il primo riguarda la crescente consapevolezza della conseguenza delle azioni industriali rispetto alla tenuta del sistema climatico del pianeta. Nessuno oggi mette in discussione che il grado e mezzo di surriscaldamento del pianeta che stiamo cercando oggi di recuperare nelle complesse negoziazioni pre e post Cop 26 è figlio della industrializzazione spinta degli ultimi due secoli — a tal punto da far affermare al premio Nobel per la Fisica Parisi che coeteris paribus la tanto auspicata crescita voluta dagli economisti produce inquinamento.

Il secondo riguarda la pandemia indotta da Sars Cov2, che ha messo in luce l’imponenza delle sfide che il mondo globale pone a medicina e salute pubblica, evidenziando anche la non sostenibilità di filiere produttive globali, disegnate su una divisione del lavoro mondiale a volte speculativaLa consapevolezza che questo virus, non sia stato il primo a mettere in difficolta il mondo industriale (ad esempio la Sars di inizio millennio che ha colpito massivamente 17 Paesi industrializzati prevalentemente nel mondo asiatico) e, cosa anche più significativa, che purtroppo non sarà l’ultimo, crea una forte tensione a una conversione di pensiero.

Ma, a fronte di questi due eventi drammatici, una terza causa è foriera di profonde opportunità per il futuro della nostra società: la presenza di una tecnologia digitale basata sull’informazione e sulla conoscenza che ci consente di impiegare una nuova infrastruttura di sapere per trovare soluzioni efficaci e tempestive ai problemi che un mondo sempre più complesso pone alla società. La trasformazione digitale ci sta difatti inondando di grandi dati, che ci permettono di immaginare innovazioni in grado di riorganizzare i processi strategici e organizzativi delle nostre istituzioni e di ridurre l’impatto inquinante dell’attuale organizzazione globale di filiere standardizzate non più sostenibili. La tecnologia digitale rappresenta l’infrastruttura su cui progettare il futuro industriale. Ne è un esempio eccellente la capacità di condivisione di protocolli e dati che ha permesso agli ospedali di tutto il mondo di trovare terapie più o meno efficaci in tempo reale alla pandemia e ha soprattutto permesso alle aziende farmaceutiche di ridurre a 8 mesi la produzione di un vaccino che fino a pochi anni fa avrebbe impiegato 10 anni in media.

Cambiamento climatico, pandemia e trasformazione digitale ci portano rapidamente verso un «capitalismo sostenibile», per realizzare il quale occorre ripensare l’operato dell’impresa, che da macchina analogica di produzione di profitto guidata dall’homo oeconomicus evolve verso una impresa sostenibile impostata su una infrastruttura digitale e finalizzata a valori economici e sociali. Una impresa che coniughi sempre di più il profitto con il «purpose» — il termine che è emerso in questi ultimi cinque anni come ponte tra impresa e società, tra interesse privato e pubblico, tra anima meccanica e razionale della finanza e dell’industria con il cuore pulsante degli stakeholder e dei territori.

Ce la faremo a realizzare un capitalismo sostenibile? Tante cose dobbiamo ancora imparare, a partire dall’usare in modo etico e responsabile la grande massa di dati che sono a disposizione per l’impiego degli algoritmi dell’intelligenza artificiale che andiamo a progettare in questa nuova infrastruttura poderosa. Ma una cosa è certa: che la sua realizzazione dipende da tutti noi. Fino a qualche anno fa potevamo additare le colpe al crescente bilateralismo nella geopolitica mondiale e a un Europa severa e fredda con gli stati del Sud. Ora non più. Il mondo sembra assestarsi verso un nuovo equilibrio in cui il multilateralismo è tornato la pratica che fa sedere al tavolo tutti i commensali per siglare accordi non necessariamente migliori, ma inclusivi e indirizzati verso un traguardo coerente con il capitalismo sostenibile. L’Europa offre generosamente fondi con il Next Gen a chi ha sofferto di più durante la pandemia per realizzare la trasformazione digitale ed ecologica che sono alla base del capitalismo sostenibile.

Tocca quindi a noi. A noi consumatori che dobbiamo imparare a consumare meglio e a usare in modo più intelligente il digitale. A noi imprenditori e capi azienda che dobbiamo rendere centrali le sfide ambientali e sociali sfruttando il potenziale che i dati ci danno. A noi investitori che dobbiamo essere più esigenti nel ricercarle nei nostri investimenti. A noi politici che dobbiamo mettere sostenibilità e digitale al centro del dibattito. Come tutte le sfide epocali è una sfida complessa, ma non impossibile.

https://www.corriere.it/editoriali/21_dicembre_01/capitalismo-sostenibileil-futuroe-nostre-mani-fe3bb26c-52c5-11ec-ab0b-edc8d88d98d0.shtml

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