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Un capitalismo sostenibile che riduca le disuguaglianze, di Gianmario Verona

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 02/01/2021 10:13
Nella tragedia della pandemia ci siamo scoperti più fragili ma anche più resilienti. Ora dobbiamo ripartire da solidarietà e tecnologia con attenzione per l’ambiente…

Più fragili, ma anche più resilienti. Con questa nuova consapevolezza su noi stessi ci apprestiamo ad affrontare il 2021 dopo aver condotto in porto il 2020, un anno letteralmente fuori dall’ordinario e che ci ha cambiati più di quanto ce ne rendiamo conto.

Nonostante le conquiste scientifiche, tecnologiche ed economiche del Novecento, il Covid 19 ci ha anzitutto posti di fronte alla nostra fragilità. Non che non ne fossimo pienamente consapevoli: il Novecento e questi primi vent’anni del nuovo millennio ci avevano abituato a crisi economiche e politiche che ci facevano periodicamente interrogare sulla stabilità della società e sul nostro futuro. Ma in tutti i campi sembravamo aver trovato risposte più o meno adatte, soluzioni che quantomeno non compromettessero nel lungo periodo la tanto agognata crescita che contribuisce in modo determinante alla nostra evoluzione. 

Invece, il Covid 19 ha messo in discussione molte di queste certezze. Come si dice nel linguaggio caro alle generazioni dei nativi digitali, quello dei videogame, il Covid ci ha fatto improvvisamente cambiare il livello del gioco: ci ha fatto vivere una complessità incommensurabile rispetto a quella pur significativa a cui eravamo abituati. Dalla mattina alla sera, prima e dopo la scoperta di Wuhan, siamo stati costretti a un lockdown collettivo che ha messo a nudo la fragilità nostra e della società. E con lei è emerso un naturale istinto di paura, di constatazione dei nostri limiti, di razionalizzazione della nostra imponderabile marginalità nell’universo.

Così facendo, la nostra fragilità ha fatto però riemergere l’animale sociale che è in noi. Ci ha spinto a rivolgerci al prossimo, a chiedere aiuto e cercare conforto: ai nostri famigliari, ai nostri amici, ai nostri colleghi, ai nostri concittadini. E in questa ricerca di aiuto, ci scopriamo più umani in quanto la naturale reciprocità ci porta anche a restituire oltre che a chiedere. E questo ci fa diventare migliori, come ben dimostrato dalle innumerevoli iniziative di carità messe in campo in questi mesi. Nonostante tutti i lati negativi di uno smart working ancora da calibrare e di una logistica di alcune famiglie costrette in spazi limitati di convivenza, ci porta a riscoprire dimensioni affettive dei vecchi tempi (quando mai in tempi recenti abbiamo avuto occasione di pranzare a casa tutti assieme con una certa sistematicità?) in un mondo moderno che discute sistematicamente l’importanza del «quality time».

Dalla dimensione famigliare a quella politica, la collaborazione ritrovata è diventata anche l’arma per silenziare le voci dei sovranisti mentre in Europa si trova la forza per un aiuto epocale che prende il nome della generazione del futuro: il Next Generation Eu Fund. E a livello mondiale si torna a parlare di accordo sul clima di Parigi.

Ma nella sua tragedia, Covid 19 ha anche il merito di aver confermato la resilienza e la capacità di adattamento dell’essere umano. Sapiens ha dimostrato di essere adattivo nel rispetto della situazione anomala al limite del surreale per chi non ha mai combattuto una guerra. Ma adattivo anche nel senso darwiniano del termine, per poter trovare velocemente soluzioni che permettano di rimanere in gioco e non essere oggetto della selezione naturale che in altre epoche ci avrebbe fatto perire per l’assenza delle conquiste recenti cui la scienza ci ha abituato. 

Tutti ci siamo sforzati a imparare a usare il digitale per stare vicini, approvvigionarci, per studiare, per lavorare. Gli scienziati hanno condiviso le informazioni per trovare più velocemente cure potenzialmente utili riducendo così da sette anni a dieci mesi i tempi per la produzione di un vaccino innovativo per sconfiggere la pandemia.

Si dice che la necessità è la madre delle grandi invenzioni: be’, se il Covid ci ha offerto il contesto, non ci siamo certo tirati indietro. La consapevolezza della fragilità ci ha insegnato a collaborare come non sapevamo più fare, la conferma della nostra resilienza a usare gli strumenti che scienza e tecnologia ci mettono a disposizione per innovare e migliorare la società.

Sarà importante per tutti noi, a partire dai politici, non dimenticare questi due insegnamenti una volta superata la pandemia. Molte sono le sfide da vincere nel nuovo normale, prima fra tutte la trasformazione del recente capitalismo finanziario in un capitalismo sostenibile che riduca le disuguaglianze economiche e preservi l’ecosistema ambientale. Proprio questo senso di fragilità e questo rinnovato spirito di innovazione potranno aiutarci, permettendoci di trovare la chiave di volta per la crescita sostenibile in un mondo sempre più globale e sempre più complesso.

 

https://www.corriere.it/editoriali/21_gennaio_01/capitalismo-sostenibile-che-riduca-disuguaglianze-bed50e94-4c5d-11eb-a215-44d7eb47eab9.shtml

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