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Troppa indifferenza rispetto all'odio, Alberto Bobbio intervista Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 03/12/2019 10:11
Alberto Bobbio dell'Eco di Bergamo intervista Rocco D'Ambrosio sul tema dell'odio, che sembra essere diventato normale...

 

“Certo che sono preoccupato di questo ritorno dell’odio. Ma mi lasci dire che sono più turbato del fatto che oggi l’odio è diventato normale. Non ci si accorge della folle e tragica operazione che  è stata permessa e che ha avuto nelle contestazioni alla senatrice Liliana Segre, dentro e fuori il Parlamento, il punto più alto”. Il professor Rocco D’Ambrosio insegna filosofia politica alla Pontificia Università Gregoriana, l’ateneo del Gesuiti, e cerca di mettere insieme i fili di quello che nasce all’inizio come perdita di fiducia nella politica e che poi si trasforma in individualismo di gruppo fino a strutturare appartenenze omogenee, che si muovono come una falange, non solo virtuale, contro gli altri fino a negare la Storia.

Professore, cosa l’inquieta di più?

“La riduzione di tutto ad un’opinione. Oggi si può dire tutto, anche le più grandi castronerie, e accettarle come opinione. Quando ho contestato come inaccettabili gli attacchi alla senatrice Segre mi è stato risposto da qualcuno ‘questa è la tua opinione e noi ne abbiamo un’altra’. Dunque negare l’Olocausto è un’opinione, ritenere il fascismo e il nazismo poderose macchine di formazione dell’odio è sempre un’opinione, credere nella misericordia è altrettanto un’opinione. E’ in atto una riduzione ad opinione dei fatti. E davanti a questo drammatico salto di qualità sento levarsi pochissime voci contrarie. Anzi si indulge, si autorizza in nome della libertà di espressione. Invece no. Una società compiuta deve avere il coraggio di stabilire ciò che si può dire e cosa non si può dire. E ribadire che su alcune cose non si possono avere opinioni”.

Spesso è chi non sa che cerca di giustificarsi con le opinioni.

“Esatto. L’Italia sta sprofondando nell’ignoranza generale, ignoranza di fatti, di regole, ignoranza etica e di principi. Per nasconderla si cerca di sostenere con veemenza la propria opinione, costruita attorno al nulla. E’ un’operazione assai semplice. Per rafforzare le opinioni s’ inventano nemici ad ogni angolo, io e tu, noi e loro. Cresce la cultura del nemico. Non c’è più alcuna esitazione all’insulto come normale arma dialettica, poi si passa alla minaccia, perché ormai è il rancore l’unità di misura dei rapporti interpersonali”.

I politici e social che ruolo hanno?

“I primi spesso danno un cattivo esempio. Come anche i cosiddetti opinionisti televisivi. La loro azione è più pericolosa di quella dei social, perché legittimano, in quanto autorità, quanto è disumano e anticostituzionale. I social moltiplicano emozioni e irrazionalità ad alta velocità. So di dire una cosa ovvia, ma aiuta a comprendere fino in fondo il problema. Forse oggi non c’è più odio, ma c’è un odio solo più moltiplicato di quanto lo era prima”.

Dove abbiamo inciampato?

“Il consolidamento delle democrazie nel dopo-guerra ci ha fatto illudere su una nuova era di pace, di amore e fraternità. Sembrava che potessimo finalmente bandire la parola ‘odio’. Anche l’Ottantanove e la caduta del Muro ci hanno ingannato”.

Invece cosa è accaduto?

“Ci siamo accorti che non ci siamo solo noi, ma che ci sono anche loro ed è emersa l’aggressività”.

Si riferisce alle migrazioni provocate dai fallimenti della globalizzazione?

“Mi riferisco a tutto ciò che porta a conflitti. Il conflitto è un fatto positivo, ma va gestito e non può essere ignorato o dissimulato, altrimenti l’interlocutore da avversario diventa nemico e il conflitto si trasforma in guerra. Per capire dove sta il punto credo si debba procedere da un analisi antropologica prima che politica. Le suggestioni più valide restano quella di Erich Fromm in ‘Anatomia della distruttività umana’ secondo cui ognuno di noi porta dentro un carico di aggressività che lo segue ‘filogeneticamente’, cioè c’è un gene che ci fa essere aggressivi. La psicologia ci ha aiutato a capire che l’aggressività è un emozione fondamentale, come l’amore, la gioia, la paura”.

Perché lei invita a non partire da analisi politiche dell’odio?

“Perché le analisi politiche sono inquinate. C’è chi nega, per buonismo si diceva una volta, l’esistenza dell’odio e chi invece lo blandisce, naturalmente dissimulando, perché sa che nel proprio elettorato l’odio è un elemento decisivo di consenso. L’analisi antropologica è più onesta, perché accetta l’esistenza dell’aggressività e di conseguenza si attrezza per imparare e insegnare a gestirla. Sul piano politico tale insegnamento consiste nel ritenere l’altro un avversario e non un nemico”.

Eppure la filosofia politica che sta alla base teorica del partito che oggi riscuote il maggior consenso è esattamente quella che ritiene la distinzione amico/nemico fondamentale per ogni azione politica.

“La cultura del nemico è antica quanto il mondo. Certamente Carl Schmitt a cui lei si riferisce e il suo principale studioso italiano il professor Gianfranco Miglio, parlamentare della prima ora della Lega, ritenevano che in tutti gli ambienti ci fossero solo amici o nemici dal condominio alla scuola, dalle fabbriche agli uffici, dalla Chiesa alle istituzioni. Schmitt arrivava a forzare il Vangelo spiegando che quando Gesù diceva amate i vostri nemici si trattava di un’esortazione valida nella sfera privata, mentre in pubblico si era autorizzati ad odiarli. E’ esattamente quello che oggi pensano molti cattolici praticanti sugli immigrati. C’è una cultura del nemico assai diffusa anche nella Chiesa”.

Gesù invece cosa fa?

“Si schiera contro la ghettizzazione del sentimento religioso e spiega che non ci sono più nemici ma solo fratelli. La sua è opera educativa che riconosce l’aggressività nel cuore dell’uomo, il male che non è mai colpa della società, e insegna a gestirla. Infatti dice agli apostoli: ‘Se voi che siete cattivi riuscite a dare cose buone ai vostri figli…’. Anche allora era diffusa la cultura dell’odio”.

Oggi però non ci si rende conto che è un dramma?

“No. Ce ne rendiamo conto inconsciamente. L’ampio uso di psicofarmaci nella nostra società è un’attiva gestione delle proprie emozioni. Le pillole aiutano scaricare l’aggressività. Pensi ai luoghi di lavoro:quanta aggressività, invidia, competizione si consuma negli uffici dove lavorano a gomito cinque persone. E’ inevitabile”.

E in politica?

“Se i politici sono uomini alla sfrenata ricerca del potere per soddisfare interessi la cultura dell’odio è l’unica che porta consenso, al punto di spingersi sempre più in là. Il conflitto tra avversari, ragione della politica, in realtà la mina alla base. E i cittadini, davanti a tale confusione sapientemente organizzata, prenderanno in mano l’unica mappa a buon mercato che trovano, quella degli amici e dei nemici. La confusione in politica, annotava già Emanuel Mounier nel ‘Manifesto al servizio del Personalismo’,  non sono altro che ‘le idee feroci, cariche di rancore, sgomentate dal disordine’. Mettono fine alla politica, la negano e si predispongono a organizzare l’inizio della guerra. Qui la storia recente può insegnarci tanto”.

L’odio ha a che fare con le identità?

“Certo. Si può dire che alla fine sia un affare di identità. Oggi abbiamo grandi difficoltà, perché il villaggio globale ha avvicinato le identità e le identità deboli si sentono schiacciate. L’odio così diventa uno strumento per rinsaldare identità deboli. Perché quando parliamo di immigrati citiamo la loro fede religiosa? Cosa c’entra? Nulla in realtà. Noi la citiamo perché la nostra identità non è serena, né tranquilla e abbiamo bisogno di renderla più aggressiva utilizzando uno strumento sempreverde: la religione”.

Però vuol dire che anche la nostra fede non è serena né tranquilla. Secondo lei è per via del cesaropapismo ancora diffuso dalle nostre parti?

“In parte sì, la confusione tra trono e altare è ancora grande, soprattutto in Italia, Spagna e nel mondo ortodosso. Eppure ciò che ci salverà non sono i simboli, ma la gestione quotidiana del multiculturalismo. Mi spiego. Il crocefisso nelle aule scolastiche verrà salvato dall’incontro dei genitori e non dalle norme ideologiche. Il multiculturalismo è una sfida quotidiana, perché l’altro non ruba la mia identità, anzi paradossalmente la rafforza, se il dialogo e la capacità di costruire ponti sono sinceri. Se invece io solo con il mio gruppo stabilisco cosa connota la mia identità e cosa struttura la mia fede si inaspriscono le posizioni e si arriva alla guerra”.

C’è chi la chiama una società liquida dove non ci sono più punti di riferimento.

“Io contesto la posizione di Zygmunt Bauman. Ho avuto sempre parecchie perplessità. Non nego che sia affascinante e come slogan abbia avuto un discreto successo. Ma non sono d’accordo. La rigidità, lo scontro il fondamentalismo, il razzismo, il profitto, l’economia che uccide sono cose che han ben poco di liquido. L’odio che si respira oggi non è liquido, ma molto molto solido. Chi vive nell’odio si autoalimenta. Chi disprezza Liliana Segre, chi urla contro di lei sui social crede con forza in quello che dice. Hanno dato la scorta alla senatrice sopravvissuta all’Olocausto. Così come le campagne periodiche contro Papa Francesco  dentro e fuori la Chiesa, frutto anch’esse della cultura dell’odio. Sono compatte e robuste e tutte dotate di molto denaro”.

Con la cultura dell’odio dobbiamo imparare a convivere?

“No, dobbiamo combatterla e c’è un solo modo: l’educazione, lo studio. La cultura dell’odio si forma e si consolida per via di tante fragilità e di un contesto tossico e deteriorato. Per rimettere le cose a posto non c’è che la formazione, la scuola, l’educazione, i libri”.

Alberto Bobbio

fonte: L'Eco di Bergamo del 1 dicembre 2019

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