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Transizione relazionale, di Rosina Basso Lobello

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 02/12/2021 10:48
Il compito educativo non può essere appannaggio delle madri: affermarlo non fa che ribadire il carico ineguale dei pesi familiari, che non è l’ultima causa di crisi della coppia contemporanea…

Nel profluvio monocorde delle manifestazioni verbali e gestuali che hanno affollato la giornata contro la violenza alle donne, mi sembra sia mancata una riflessione seria sul fenomeno, nella sovrabbondanza retorica della semplicistica contrapposizione donna vittima/uomo carnefice.

Credo che sia intanto importante non limitarsi ad invocare interventi repressivi del legislatore rispetto ad un fenomeno che è oggettivamente tragico e per quantità e per qualità.

Allora proviamo a riflettere seriamente intanto sul contesto che fa da sfondo al triste catalogo di episodi che quotidianamente si ripetono soprattutto nei centri urbani minori.

Questa, ad esempio, è una prima circostanza da tenere in considerazione: potrebbe costituire elemento di discussione il fatto che gli episodi più sanguinosi abbiano come sfondo centri abitati di dimensioni medio-piccole. Ché forse l’amplificazione dei conflitti di coppia è più operante nei contesti di provincia che nelle grandi città? E’ solo un interrogativo.

Una seconda segnalazione che mi sembra interessante riguarda le modalità utilizzate dai media per indurre l’opinione pubblica a prendere coscienza della gravità della questione. Ci si è limitati per lo più a replicare lo stereotipo della sequenza narrazione dei fatti-emozione-indignazione, accompagnata dal timido avvio di una riflessione frammentaria, spesso affidata a personaggi da copertina, per lo più donne.

Non è certo adatto alla comunicazione televisiva il modello seminariale, più acconcio ad ambienti accademici; pertanto non lo propongo come possibile alternativa.

Ma credo non sia sfuggito a nessuno la monotonia noiosa di frasi fatte, osservazioni orecchiate e non pensate, proposte superficiali e talvolta superate, oltre che la mitizzazione circolare di strutture come case per l’accoglienza di donne vittime di violenza o centri antiviolenza, che, benché utili, comunque sempre subentrano a cose fatte.

“Ma è una questione culturale!” sentenziava un’attricetta televisiva qualche pomeriggio fa e aggiungeva ”tocca alle mamme insegnare ai figli maschi il rispetto della dignità e integrità femminili”.

“Tocca alle mamme”: dunque le donne ad un tempo vittime e artefici del deficit di cultura dei maschi!

Che si tratti di una questione culturale non vi è dubbio, ma non è accettabile una soluzione semplicistica del problema. Innanzitutto il compito educativo non può essere appannaggio delle madri: affermarlo non fa che ribadire il carico ineguale dei pesi familiari, che non è l’ultima causa di crisi della coppia contemporanea. 

Infatti da un lato la donna è più consapevole della sua dignità, dei suoi diritti, della legittima aspirazione ad esprimere in piena libertà la sua ricerca di vita; dall’altro l’uomo, spesso ancora legato a stereotipi maschilisti che il contesto in cui vive gli suggerisce, fa difficoltà ad accogliere l’affermazione di una soggettività femminile sempre più esigente ed esuberante.

Questa difficoltà a comprendere ed accogliere il cambiamento intervenuto, sia pure confusamente, nella coscienza e nel comportamento femminile diventa più drammatica in alcuni contesti, in cui implicazioni sociali e culturali condizionano le relazioni di coppia e le alterano sino a dissiparle. Infatti la circostanza che spesso al femminicidio si associ il suicidio dell’uomo che ha colpito credo possa essere interpretata come l’espressione della conclusione tragica di una relazione consunta.

Di fragilità dunque deve parlarsi non solo a proposito delle donne vittime di violenza, ma anche a proposito di uomini autori di violenza, non già per giustificarli o attenuare la loro colpevolezza, ma per rifarsi alle origini del tragico fenomeno.

Vero è che è in crescita esponenziale, lo dicono le indagini specialistiche, la sofferenza del vivere, in tutte le generazioni dai bambini ai giovani, agli adulti agli anziani, e in tutti gli ambienti, con ricadute certo differenti ma in ogni caso mai trascurabili.

La pandemia è intervenuta a valle e non a monte di uno scollamento dei rapporti familiari e sociali che era già visibile da tempo nel nostro Paese.

Si tratta, allora, di mettere in campo tutte le energie, le competenze, le disponibilità, le responsabilità presenti nella società, dalle Chiese territoriali alle Scuole, all’Associazionismo educativo, agli Enti locali, al Governo, al Parlamento, perché anche all’interno del PNRR si delinei un capitolo dedicato alla transizione relazionale, ad ogni livello.

Intanto però è urgente che Magistratura e Forze dell’Ordine siano tempestive ed efficaci nell’azione repressiva e non si consentano più sottovalutazioni delle, peraltro sempre insufficienti, segnalazioni e denunce delle donne colpite da violenza.

Già docente di filosofia, socia Cuf, Bari

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Si chiama "Il seggio": è il gruppo territoriale di Cercasi un fine, nato a Minervino, a fine anno 2021.

Esso nasce dall'iniziativa dei soci fondatori e ordinari di Cuf, residenti a Minervino. Il gruppo (attraverso un apposito Regolamento) è un'emanazione territoriale della nostra Associazione, di cui condivide statuo, finalità, contenuti e strategie associative.

Auguriamo al gruppo di essere attivo e proficuo nella ricerca de nostro Fine come don Milani insegna: "Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come lei vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte".

 

indirizzo:

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