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Tra inquietudine e speranza, di Salvatore Vento

creato da Denj — ultima modifica 29/09/2015 12:43
La vita buona nell'economia e nella società, il nuovo libro di Lorenzo Caselli

 

Il nuovo libro di Lorenzo Caselli rappresenta una sintesi di lunghi anni di ricerche e studi compiuti nell’esercizio del suo ruolo di docente universitario, nonché di riflessioni derivanti dall’impegno civile ed ecclesiale. Molti sono, infatti, i richiami al pensiero sociale della Chiesa (dalla “Gaudium et Spes” del Concilio alla “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI) e alla tradizione del cattolicesimo democratico. Anche se particolarmente rivolto ai giovani il volume è un utile strumento di consultazione per tutti coloro che sono protesi a immaginare una vita buona nell’economia e nella società. Le sue analisi, attraverso la trama unificante della continua ricerca del bene comune e del personalismo cristiano, si sviluppano in sette densi capitoli: il bene oltre il benessere, l’Europa nel contesto della globalizzazione, l’impresa responsabile, il lavoro, la donna e la famiglia, la città aperta, la formazione (dalla scuola all’università) per costruire il futuro. Completa il volume una breve postfazione sui cristiani impegnati in politica. In momenti di sconforto e di acuto pessimismo, Caselli riesce a cogliere i segni di inquietudine e di speranza, il bisogno di etica nelle relazioni sociali, politiche ed economiche. Il pluralismo etico costituisce una caratteristica fondamentale del nostro tempo, sono compresenti più valori, più principi, più codici comportamentali e ognuno ha la sua pretesa di validità, ma il rischio di conflitti potenzialmente distruttivi può essere superato se le differenze si vivono sulla base di un “principio di tolleranza” e sulla volontà di accordarsi intorno a un comune denominatore di principi condivisi (etica universale).

La diffusione del neoliberismo invece rischia di distruggere i fondamenti stessi del bene comune; dall’economia di mercato si è rapidamente passati alla “società di mercato diventando una vera e propria ideologia, una cultura, uno stile di vita, un pensiero unico. La crisi degli ultimi anni dimostra che la dimensione finanziaria non coincide con la dimensione reale dell’economia (produzione di beni e servizi), anzi la sua tossicità sta avvelenando la base materiale produttiva. D’altra parte la solidarietà non si esaurisce in un sentimento di vaga e superficiale compassione per le situazioni di sofferenza, di povertà, deve piuttosto tradursi in un impegno determinato per il bene di tutti e di ciascuno; non è lecito contrabbandare come dono, come carità ciò che invece è dovuto a titolo di giustizia. Il “principio di solidarietà”, nell’approccio personalista, si combina strettamente con quello di sussidiarietà. E qui l’Europa, con la sua storia umanistica e di avanzate esperienze di welfare, con i suoi 500 milioni di abitanti, può dare un contributo decisivo, di idee e di azioni, a patto che riesca a trasformarsi in unione politica a tutti gli effetti (fiscalità sovranazionale, tesoro europeo, difesa, politica estera) concretizzando le tre grandi priorità poste a ondamento dell’Europa 2020: crescita intelligente (conoscenza e innovazione), crescita sostenibile (più verde e competitiva), crescita inclusiva (promozione della coesione sociale e territoriale). L’Europa sarà così in grado di rispondere ai quesiti del cosa, come e per chi produrre. Se in economia sono possibili più strade, occorre entrare nel merito delle diverse esperienze, senza i pregiudizi e i condizionamenti ideologici del passato. Per esempio il “capitalismo renano” (o economia sociale di mercato) privilegia l’industria rispetto alla finanza, opera nell’ottica di medio-lungo termine, regola i rapporti capitale-lavoro tramite la cogestione, difende gli assetti di welfare. Un’altra forma di economia, sperimentata spesso con successo nel nostro paese, è quella relativa al “terzo settore” basata sul protagonismo della società civile, capace di coinvolgere privato e pubblico, essa non nega il profitto, ma lo considera strumento per realizzare finalità umane e sociali.

Tra i tanti studiosi citati da Caselli segnaliamo il contributo di Domènec Melé, professore di business ethic all’Università di Navarra. Egli vede l’impresa come una comunità di persone che producono bene e servizi per il mercato. La comunità è compatibile con la visione dell’impresa come nesso di contratti e sistema di interessi, ma la supera in quanto le persone che costituiscono la comunità sono esseri sociali, non semplici individui auto interessati, esseri sociali capaci di cooperazione, reciprocità, spirito di servizio.
Coerente con questa impostazione vi è la scelta a favore della Rsi (Responsabilità sociale dell’impresa). L’impresa economicamente eccellente, ribadisce Caselli, deve anche essere socialmente responsabile ed ecologicamente sostenibile, ovvero in grado di assumere come obiettivo di comportamento il perseguimento congiunto del valore economico, del valore sociale, del valore ambientale. Essa, in particolare a partire dagli anni duemila (il primo Libro verde risale al 2001), occupa una posizione di rilievo nelle strategie dell’Unione Europea.

Nell’ottobre 2010 la Commissione ha presentato una “rinnovata strategia” di Rsi per il periodo 2011-14: dalla formazione alle pari opportunità e alla salute e benessere dei dipendenti, dalla tutela ambientale e sviluppo locale alla trasparenza e affidabilità delle informazioni. Circa 2500 imprese europee (su un totale di 42 mila grandi imprese) pubblicano sistematicamente relazioni in materia di responsabilità e sostenibilità. Ai fini della diffusione di tale filosofia aziendale appare interessante il caso degli studenti del Master in Business Administration dell’Università di Harvard, che, tramite giuramento su base del tutto volontaria, s’impegnano ad agire con integrità pensando non solo agli interessi dei loro azionisti, ma dell’intera società. Sui temi del lavoro, Caselli fa propria la definizione dell’ILO sul “lavoro decente” atto a valorizzare le capacità e le potenzialità di ciascuno e fornire le condizioni per un affidabile progetto di vita. Il lavoro è e resterà una dimensione fondamentale della vita degli individui e delle loro famiglie, un modo sicuro per essere cittadini e uomini liberi. Il lavoro non si crea per decreto e neppure discende spontaneamente dagli automatismi dimercato perché esso deve poter entrare in sinergia con la valorizzazione di tutte le risorse del paese, tra le quali le risorse imprenditoriali così come si esprimono nelle imprese. Occorre innescare masse critiche per quelle risorse che risultano strategiche: a livello di politiche e risorse per la ricerca scientifica, l’innovazione tecnologica, organizzativa e di mercato, a livello di risorse finanziarie, a livello di politiche e di risorse territoriali, infrastrutturali e per l’internazionalizzazione, a livello di fattori soggettivi dello sviluppo (creatività, imprenditorialità). Caselli si sofferma anche sul ruolo attivo del sindacato che sceglie la partecipazione, non solo quella leggera (informazione, consultazione), ma anche quella forte (partecipazione collettiva al capitale, con la presenza di propri rappresentanti negli organi societari) nella prospettiva dell’economia sociale di mercato. Ciò richiede maggiori responsabilità e un massiccio investimento culturale da parte del sindacato e delle imprese.
L’azionariato dei lavoratori può diventare, sostiene Caselli, un elemento connettivo dell’impresa. Il sindacato può farsi soggetto di modernizzazione e di trasformazione, accettando le sfide dell’innovazione, della flessibilità, dell’allargamento degli orizzonti di riferimento, della crescente complessità del sociale. In poche parole l’organizzazione sindacale dovrebbe passare da una “cultura delle conseguenze” a una “cultura di progetto”.

Arriviamo così alle città e ai bisogni che vi emergono attraverso l’analisi del malessere diffuso: per l’invecchiamento della popolazione, la destabilizzazione di categorie sociali sino a poco tempo fa ritenute senza problemi, lo sfilacciamento e l’atomizzazione del tessuto sociale (aumentano le disuguaglianze e le discriminazioni), l’immigrazione che amplifica le contraddizioni. A tale riguardo la cittadinanza non è solo uno status, bensì un progetto di convivenza, di vivere insieme con gli altri, è un rapporto costruttivo tra il singolo e la collettività; sono i “mondi vitali” intesi come luoghi della reatività sociale nella reciprocità. Sulla scuola e l’università, Caselli, a partire dall’analisi dei dati confrontati con altri paesi europei, sottolinea il deficit italiano: la percentuale di laureati su tutta la popolazione di età compresa tra i 25 e 64 anni si attesta sul 12% con un divario di 12 punti rispetto alla media dell’UE, tra le classi giovanili l’Italia arriva al 16% contro il 32% europeo. Occorre perciò una maggior investimento nei confronti dell’educazione a tutti i livelli perché, e qui Caselli cita Delors, scegliere un modello di educazione significa scegliere un modello di società. Infine l’annotazione/auspicio sul cattolicesimo politico, che nella sua tradizione popolare, personalistica, solidale, può dare un contributo decisivo allo sviluppo della democrazia italiana, conferendo ad essa, nel dialogo con le altre componenti culturali e ideali, un’anima e un’intenzionalità strategica. Concludiamo con la domanda che Caselli rivolge ai giovani: se tutti si comportassero come me in che mondo vivremo? Migliore o peggiore?

Lorenzo Caselli, La vita buona nell’economia e nella società, Roma,
Edizioni Lavoro, 2012, pp.
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