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Tra i ragazzi di Hong Kong che sfidano il potere rosso, di Giampaolo Visetti

creato da webmaster ultima modifica 21/09/2015 13:45
Lanciano un ultimatum all'esercito di Pechino: "Via o occupiamo i palazzi". E hanno contestato anche la cerimonia dell'alzabandiera, il giorno della 65esima festa nazionale per la fondazione della Repubblica Popolare Cinese
Tra i ragazzi di Hong Kong che sfidano il potere rosso, di Giampaolo Visetti

(reuters)

 

HONG KONG - Alcune decine di studenti, tra cui il diciassettenne leader delle proteste Joshua Wong, hanno contestato oggi la cerimonia dell'alzabandiera a Hong Kong, ripetendo con gesti e slogan la loro richiesta di dimissioni al capo del governo locale Chun-ying Leung.

I giovani, parte delle decine di migliaia che da domenica scorsa occupano il centro della città in protesta contro Leung e la Cina, si sono radunati davanti a piazza Bauhinia (il fiore simbolo di Hong Kong), dove si è svolta la cerimonia per la celebrazione del sessantacinquesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare di Cina.

Alcuni di loro sono riusciti a superare il servizio di sicurezza e hanno contestato apertamente Leung, che ha preso parte alla cerimonia, prima di essere allontanati.

Le dimissioni del cosiddetto 'chief executive' sono la prima richiesta dei giovani che occupano da tre giorni il centro della città. Inoltre, i giovani chiedono che il governo di Pechino garantisca elezioni pienamente libere per l'elezione del prossimo chief executive, che si terranno nel 2017.

L'ordine non è partito da Pechino, però qui piove e anche se questa è stata battezzata "rivoluzione degli ombrelli", il cielo sopra il delta del fiume delle Perle non sembra dare una mano ai manifestanti democratici. Dopo tre giorni di guerriglia tra i grattacieli di Hong Kong, sette per gli studenti in sciopero, un'altra notte fradicia e bollente, trascorsa per strada, fiacca le energie anche dei più giovani. "Molti sono stanchi - dice il designer Wong Hing - ma nessuno cederà prima di aver ottenuto la vittoria". Un giorno di tregua, dopo il ritiro dei reparti speciali, serve così per far aumentare nell'ex colonia inglese la tensione per la ripresa della rivolta anti-cinese. I leader democratici degli studenti e di Occupy Central approvano l'ultimatum: se il governatore Leung Chun-ying non si dimetterà entro oggi, ritirando la riforma elettorale-truffa, riesploderà la disobbedienza civile con lo sciopero generale.

Poche ore, dunque, prima di occupare, disarmati e con metodi non violenti, le sedi del potere politico e di quello finanziario, affacciate sul Victoria Harbour. «Ci ispiriamo a Thoureau, Mandela e Martin Luther King — dice il segretario della federazione degli studenti, Alex Chow — e sappiamo che chi difende l’ingiustizia viene superato dalla Storia». Nessun assalto, nelle ultime ore, ma la febbrile preparazione di una resistenza che potrebbe durare a lungo. Mobilitate anche mamme, anziani e famiglie, incaricati di ammassare scatoloni di biscotti, bottiglie d’acqua e impermeabili agli angoli delle arterie bloccate, o nei sottopassi del metrò. Davanti ai negozi più eleganti del mondo, tra Kowloon e Wan Chai, crescono montagne di coperte, tende da campo e fantocci del governatore, vestito come un boss delle triadi. I democratici di “Occupy Central”, per non perdere lo slancio contro il potere filo-cinese invitano la popolazione a «invadere cantando e sorridendo ogni angolo della metropoli».

Sull’altro fronte, un regime invisibile e muto. Chi resta schierato con la “madrepatria”, mondo del business, funzionari, vecchi nostalgici di Mao, vive asserragliato nei palazzi sotto il Victoria Peak, scosso dall’incubo del tramonto della capitale degli affari off-shore.

Dopo un giorno di silenzio, si dice causa convocazione urgente a Pechino, torna invece a farsi sentire Leung Chun-ying. Intima lo «sgombero immediato delle aree occupate», avverte che non si dimetterà mai, anche «per non costringere la città a rivotare con il vecchio sistema», ripete che la Cina considera «definitiva» la riforma approvata a fine agosto e intima ai diplomatici stranieri di «stare alla larga da proteste illegali». «Il mio governo — aggiunge — non cederà ai vandalismi degli estremisti e spero che la gente rifletta sull’impatto che i fuorilegge hanno su sicurezza, sviluppo e immagine di Hong Kong». Anche i leader cinesi, a poche ore dai solenni festeggiamenti per il 65° anniversario dalla fondazione della repubblica di Mao, tornano a minacciare. «Sosteniamo in pieno il governatore Leung contro chi calpesta lo Stato di diritto — dice a Pechino la portavoce del ministero degli Esteri — e diffidiamo chiunque dall’intromettersi in affari nazionali interni».

Trascorre così una notte di braccio di ferro, di muro contro muro, con il fiato sospeso per quanto potrebbe succedere oggi. Una data cruciale. A Pechino e nel resto della Cina continentale sono previste parate militari, feste e celebrazioni patriottiche all’insegna dell’orgoglio nazionalista. A Hong Kong, fuochi d’artificio e sfilate sono state cancellate e si teme possa accadere qualcosa di peggio, di una semplice esplosione degli scontri. «Sappiamo
che da settimane la città è circondata dall’esercito cinese — dice il veterano dei democratici, Martin Lee — e che per ora non c’è l’ordine di occuparla. In occasione del primo ottobre però, se la situazione sfuggirà di mano, potrebbe scattare una sorta di cordone sanitario esterno, teso a isolarla ». Per il presidente Xi Jinping, imbarazzo e rischio sono al massimo.

Oggi, da tradizione, milioni di turisti cinesi del continente dovrebbero invadere Hong Kong per la settimana di ferie d’autunno, votata allo shopping. Il problema, per il regime comunista, è che i cinesi, a causa della censura, non sanno che la colonia riannessa nel 1997 è in rivolta. Tantomeno Pechino, che teme il contagio del virus democratico sulla terraferma, accetta che i suoi patrioti in vacanza si imbattano in migliaia di connazionali che sul Mar
Giallo non festeggiano, ma lottano proprio contro l’autoritarismo. Hong Kong oggi rischia dunque di tornare un arcipelago irraggiungibile e consegnato al nulla, in modo che la censura di Stato non risulti ridicolizzata in un’occasione storica. «Per questo — dice Lee Shing-ho, studente di Mongkok — i nostri governanti e quelli di Pechino cercano di prendere tempo. Fingono di rinunciare alla forza, si richiamano alle legge e prospettano il crollo dell’economia cittadina. Sanno che se passa un’altra settimana il mondo piazzerà anche Hong Kong nel cestino delle seccature». Scuole, uffici, banche, negozi e imprese, nei quartieri occupati dai democratici, restano chiusi. Sospese centinaia di linee dei mezzi pubblici. L’impressione è che il potere filo-cinese, approfittando delle ferie, conti di sgonfiare la “rivolta degli ombrelli” privando i manifestanti di un avversario fisico.

La propaganda nel frattempo è già al lavoro. Anche le tivù di Hong Kong, controllate dai tycoon leali a Pechino, nelle ultime ore delegittimano i leader democratici, compreso il teenager-eroe Joshua Wong, accusati di essere pagati dagli Usa, o comprati con la promessa di master negli States. Studenti e intellettuali vengono presentati come «snob viziati», l’opposto di operai e imprenditori «operosi e semplici». Fino ad ora però il potere filo-cinese non è riuscito a mobilitare un solo sostenitore. Gli oppositori invece crescono di ora in ora. «Sì — dice la liceale Christine Lai — è come prima di Tienanmen. Nell’89 Pechino ha poi soffocato nel sangue la voglia di libertà: ma nessuno ha il dubbio su da che parte stia la ragione, oggi come un quarto di secolo fa».

Fonte: La Repubblica del 01 ottobre 2014

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