Tu sei qui: Home / Meditando / In articoli e commenti, scelti da noi / Tra Guaidó e Maduro a perdere sono i venezuelani, di Emiliano Guanella

Tra Guaidó e Maduro a perdere sono i venezuelani, di Emiliano Guanella

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 04/05/2019 10:38
La cronaca di questi ultimi giorni e settimane è fatta di scontri di piazza, di morti e feriti, di arresti e di barricate, di promesse di vittorie finali che non arrivavano mai...

Il “pareggio tragico”, dove a perdere sono, irrimediabilmente, tutti i venezuelani. Nicolas Maduro da una parte, Juan Guaidó dall’altra; dopo il tentativo di insurrezione generale del 30 aprile i due presidenti si sfidano a distanza, puntellano le rispettive posizioni, ma sanno che difficilmente riusciranno a vincere la partita.

Si difendono, attaccano l’avversario ma lo stallo rimane. Guaidó sa che una fetta consistente della popolazione sta con lui. O meglio, sa che la stragrande maggioranza della popolazione non sopporta più il governo di Maduro, la gravissima crisi economica, la repressione, la gente che scappa come può. L’erede di Chavez questo lo sa benissimo, ma sa anche che i militari stanno con lui. Sono a lui fedeli, per ora, i generali e l’esercito dei sottoufficiali e soldati; i primi per interesse, nella penuria generale sono i pochi a ricevere alimenti, favori e medicine, i secondi per disperazione e paura di ritorsioni.

Si consuma così una lotta senza vincitori; Guaidó, che fa comizi su una jeep a Piazza Altamira, bastione da sempre dell’antichavismo e Maduro che sfila in parata militare al Fuerte Tiuna, il comando centrale dell’esercito. La cronaca di questi ultimi giorni e settimane è fatta di scontri di piazza, di morti e feriti, di arresti e di barricate, di promesse di vittorie finali che non arrivavano mai.

Non si sa, forse non lo si saprà mai, cosa c’è dietro l’”Operazione Libertà” che Guaidó ha voluto lanciare la mattina del 30 aprile, accompagnato a sorpresa da Leopoldo Lopez, il suo padrino politico, liberato grazie ad un blitz dei servizi segreti “ribelli” dopo 5 anni fra carcere e arresti domiciliari.

Credevano davvero di poter far scattare una ribellione generale nelle Forze Armate? Pensavano davvero in un golpe interno che avrebbe fatto cadere Maduro? È la stessa domanda che ci si è fatti il 23 febbraio, sulla frontiera colombiana; davvero l’opposizione pensava che i militari schierati dall’altra parte del ponte Simon Bolivar avrebbero disubbidito e fatto entrare davanti alle telecamere di mezzo mondo i camion con gli aiuti umanitari arrivati dagli Stati Uniti?

Se la risposta a queste domande è affermativa, allora siamo di fronte a dei leader improvvisati, ad una strategia sbagliata o influenzata da analisi e “soffiate” evidentemente infondate. È più logico quindi pensare che siano tutte tappe di una guerra di trincea. Si avanza passo dopo passo, seguendo due obbiettivi; logorare il chavismo ed ottenere il maggior appoggio internazionale. Fino a quando si può continuare? Fino a quando ha senso annunciare terremoti quando in realtà la terra si muove così poco e lentamente?

Gli Stati Uniti, che hanno appoggiato e forse guidato Guaidó fin dall’inizio della sua avventura, a metà gennaio, stanno iniziando a preoccuparsi. Se sarà risolta positivamente, la questione venezuelana potrà giovare a Donald Trump in vista delle elezioni del prossimo anno. Ma c’è il rischio di un buco nell’acqua o quello, ancor più pericoloso, di infilarsi in un pantano dal quale non si riesca più ad uscire. 

Forse a Washington hanno sopravvalutato la forza reale dell’opposizione, forse non si aspettavano una difesa così forte di Maduro da parte di Putin; sta di fatto che ora la cosa inizia a diventare pesante, col rischio di una guerra fredda o, cosa ancor peggiore, di un nuovo caos dopo quello libico e siriano.

Anche Maduro, però, non dorme sonni tranquilli. L’appoggio russo e la fedeltà dei militari non bastano per riportare la luce elettrica nelle case, per far ripartire un’economia morta da tempo o per salvare la produzione petrolifera, sempre più in picchiata anche a causa della mancanza di fondi e manutenzione di pozzi e raffinerie. Il presidente può promettere la luna, ma a stomaco vuoto la gente non ti crede più e la repressione dei barrios non fa che alimentare l’immagine di un governo nemico del pueblo. 

In pochi, ormai, credono che esista ancora una rivoluzione da portare avanti. Non tutti quelli che scendono in piazza contro il presidente voterebbero domani per Guaidó, né tantomeno per Leopoldo Lopez, popolarissimo fra i suoi ma odiato fin dai tempi del Comandante, ma di sicuro non intendono continuare con l’attuale status quo.

Dal buco nero della crisi si può uscire essenzialmente in tre modi; Maduro che cade per un golpe interno, le parti che si mettono realmente a dialogare per arrivare ad elezioni libere, un intervento armato dall’esterno. Le prime due ipotesi, per ora, sono fallite. La terza è sul tavolo da sempre, ma perché sia vincente dev’essere veloce ed efficace al 100%, prima dell’arrivo dei russi. Da tempo a Caracas si ripete un vecchio adagio: o la cosa si risolve domani o il tempo per risolvere la crisi potrà davvero diventare eterno.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tra-guaido-e-maduro-perdere-sono-i-venezuelani-22992

 

Guerra fredda a Caracas al tempo di Twitter, di Ugo Tramballi 

È stato con un tweet che l’altro giorno Juan Guaidò ha annunciato l’inizio della “fase finale dell’Operazione Libertà”, cioè la caduta del regime di Nicolàs Maduro.  Il messaggi faceva seguito ai ripetuti tweet di Donald Trump sul Venezuela a favore di Guaidò.

Così ripetuti che mentre a Caracas apparentemente accadeva di tutto (ma nei fatti non molto, per ora) a Washington un giornalista aveva chiesto a John Bolton se ai tweet minacciosi del presidente, gli Stati Uniti avrebbero fatto seguire i fatti. Se cioè quei “tweet of support” annunciavano un imminente golpe a Caracas: quello dei democratici di Guaidò contro i marxisti di Maduro, con l’aiuto delle principali cariche militari e civili dello stato, passati dal secondo al primo.

“Non è un colpo di stato”, ha risposto il baffuto Consigliere per la sicurezza nazionale. Di tanto in tanto anche Bolton è costretto a twittare, sebbene sia un falco interventista del XX secolo, interessato solo alle nuove tecnologie che rendono più letale l’arsenale militare americano.

Per quel che si può capire, componendo tweet e dichiarazioni sui media tradizionali di Guaidò, Maduro, Trump, Bolton, del segretario di Stato Mike Pompeo e del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, le cose sono andate così. Guaidò ha fatto un passo più lungo della sua gamba, probabilmente istigato da qualcuno a Washington; gli apparati militari e civili dello stato venezuelano che avevano promesso di scaricare Maduro, hanno cambiato idea (anche loro lo hanno annunciato via tweet); l’appoggio al regime di russi e cubani non è solo verbale e ha la forza di far cambiare idea a chi tentenna: anche a Maduro che era pronto a fuggire all’Havana ma al quale gli alleati hanno spiegato che la partita a Caracas non è finita. L’intervento militare americano come la repressione finale del regime contro Guaidò e i suoi, sono più titoli di giornale che ipotesi concrete. Almeno per ora.

Il risultato finale di questa fase che non sarà quella finale dello scontro per il Venezuela, è che Guaidò ora è più debole; e che senza la presenza di russi e cubani il regime di Maduro avrebbe le ore contate. Zero a zero, il paese resta a giocare in una palude la sua partita disperata.

Prima c’era una classe dirigente corrotta che aveva trasferito nei suoi conti in banca a Miami la ricchezza petrolifera nazionale. Poi è arrivato Hugo Chàvez, prodotto di quella corruzione. El Comandante era la conseguenza, non la soluzione dei problemi del Venezuela – l’ennesimo generale nel suo labirinto dell’America Latina – ma almeno dava contenuti al suo populismo. Poi è arrivato Nicolàs Maduro privo di arte e di parte; e Juan Guaidò, un liberale costretto a pensare a un golpe. 

L’unico fatto nuovo è questo esperimento multilaterale di Guerra fredda combattuta con Twitter: la retorica e la propaganda sono sempre le stesse, lo strumento è nuovo e ancora imprevedibile.

In realtà russi e cubani non ne fanno grande uso. Pur con tutti i suoi grandi difetti, Twitter consente a chiunque di commentare il pensiero del capo. A Mosca non si è mai usato. Ancora oggi i giovani geni prodotti dalle università russe non vengono usati per fare startup ma per hackerare il nemico a fini politici. Jack Dorsey e i suoi trentenni coetanei che nel 2006 crearono Twitter non avrebbero mai potuto fare uno strekotaniye (cinguettio in russo) a Mosca, priva di necessario “ecosistema” di libertà d’impresa.

 

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/guerra-fredda-caracas-al-tempo-di-twitter-22989

Azioni sul documento
  • Stampa
I nostri amici stranieri

Cercasi un fine organizza degli incontri settimanali di dialogo tra culture e insegnamento della lingua italiana per stranieri.

Maggiori info >>>

centro di ascolto.jpg

Associandoci

logo-barchetta.jpg
Cercasi un fine
è insieme un periodico, un’associazione onlus, di promozione sociale, iscritta all’albo regionale della Puglia, fondata nel 2008, con attività che risalgono a partire dal 2002 e una rete di scuole di formazione politica. Vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.

Una presentazione sintetica delle nostre attività la trovi nel video qui 

altre info su

presentandoci
cercasi una casa
sostenendoci

con carta di credito o PayPal

Leggendo il giornale

Cercasiunfine_115_Pagina_01.jpg

E' in distribuzione Cercasi un fine n. 115
(2019 - Anno XIV)

quadratino rosso Tema: Ambiente

Scrivendo per il giornale

Se volete scrivere per il giornale:
direttore@cercasiunfine.it


  Il 116 è sulla COPPIA (cosa vuol dire oggi essere "coppia"? Quali i ruoli nella coppia? Cos è la fedeltà nella coppia?) in preparazione.

 listing Il 117 è sul RAZZISMO (Dove nasce il razzismo? Cosa ci fa diventare razzisti? C'è il razzismo nella Chiesa?),  testi da inviare entro il 15 ottobre 2019.

 listing Il 118 è sull'ECONOMIA CIVILE (Cosa è l'economia civile? I Pro e i Contro di questo modello? Dove è applicato e come?)  testi da inviare entro il 15 novembre 2019.

 listing Il 119 è sul DIALOGO INTERRELIGIOSO  (Quanto abbiamo paura delle altre religioni? Le religioni dialogano tra di loro? Qual'è la finalità del dialogo? Cos'è il fondamentalismo religioso?)  testi da inviare entro il 31 gennaio 2020.

 listing Il 120 è sui DOVERI (si parla spesso di diritti: e i doveri? Cosa intendiamo per doveri? Esistono gruppi, culture e religioni che danno seria testimonianza sui doveri? Come educare ai doveri?)  testi da inviare entro il 15 marzo 2020.


Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.