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Testa: "Considerate che questo è stato", di Giorgio Trichilo

creato da Denj — ultima modifica 21/07/2016 17:13
Treiso è un paese di poco più di 800 abitanti. Si trova in Piemonte, nelle Langhe, a pochi chilometri da Alba. Terra di contadini che conosce il sapore della fatica, coltiva la memoria del passato, il rispetto di quei valori tramandati di padre in figlio. Treiso non ha dimenticato i suoi giovani figli che, in quei lontani anni della Resistenza, scelsero di combattere per la democrazia e la libertà. E lo fa in musica.Grazie al contributo di uno dei cantautori più raffinati della scena italiana: Gianmaria Testa.

Treiso è un paese di poco più di 800 abitanti. Si trova in Piemonte, nelle Langhe, a pochi chilometri da Alba. Terra di contadini che conosce il sapore della fatica, coltiva la memoria del passato, il rispetto di quei valori tramandati di padre in figlio. Treiso non ha dimenticato i suoi giovani figli che, in quei lontani anni della Resistenza, scelsero di combattere per la democrazia e la libertà. E lo fa in musica.Grazie al contributo di uno dei cantautori più raffinati della scena italiana: Gianmaria Testa. Da dodici anni è protagonista in questo piccolo centro di uno spettacolo di parole e canzoni seguito da un pubblico fedele e variegato. Di questa esperienza ce ne parla Gianmaria in persona.

- Testa, com'è nata questa iniziativa e perché Treiso, nelle Langhe?

"È nata per volontà di Paolo Farinetti, il Comandante Paolo della Brigata Matteotti. L’incontro si tiene a Treiso perché qui ogni anno in questa località si svolge una fiaccolata dal centro del paese fino alla cappella che ricorda i fratelli Ambrogio, vittime della violenza fascista".

- Il Piemonte, la regione in cui sei nato e vivi, ha vissuto in modo intenso gli anni della Resistenza e ne ha tenuta alta la memoria. Ti ricordi i 25 aprile che festeggiavi da ragazzo?

"Ai tempi dell’adolescenza questa data rappresentava per me un’occasione in più per un giorno di vacanza da scuola. Negli anni immediatamente successivi pensavo che la Festa della Liberazione fosse un anniversario retorico e che servisse più che altro come tappeto sotto cui nascondere la polvere di storia recente. Poi mi sono ricreduto: devo all’incontro con Nuto Revelli (scrittore, ufficiale e partigiano cuneese ndr) e alla sua tenacia l’aver capito che è fondamentale ricordare per continuare a resistere".

- In questi ultimi anni questa data è stata oggetto di divisione. A riguardo tu come la pensi?

"Qualcuno, non ricordo chi, per spiegare i danni provocati da certa informazione, ha fatto questo esempio: se un sopravvissuto ai campi di concentramento partecipa a un talk show insieme a un negazionista e fra di loro siede un moderatore, il primo racconterà la sua drammatica storia, il secondo sosterrà le sue idee. Il giornalista modererà e il pubblico a casa si farà un’opinione. Il problema è che i campi di concentramento non sono un’opinione. Il fascismo e il nazismo hanno lasciato un marchio indelebile sulla pelle dell’Europa e del mondo che non ammette amnesie o revisionismi. I conti con la storia vanno fatti interamente se si vuole immaginare di andare oltre. “Considerate che questo è stato…”, scrive Primo Levi nella poesia che precede il suo libro più conosciuto: mi sembra un monito quanto mai attuale che non lascia spazio a repliche di alcun tipo".

- Qual è secondo te l’approccio delle nuove generazioni alla Resistenza?

"Ho conosciuto anni fa un giovane tuareg. Il suo rispetto quasi religioso per l’acqua non era frutto di un ragionamento filosofico, semplicemente ne conosceva la penuria. È difficile rendersi conto della fragilità di certi beni primari fino a quando non si tocca con mano la loro vulnerabilità. Alle generazioni più adulte compete il dovere di evitare che quelle nuove debbano conoscere la scarsità o l’assenza di democrazia per rendersi conto della sua indispensabilità".

- Celebrare in musica il 25 aprile e anche un’occasione per riflettere sull’Italia di oggi. Come artista e musicista quale aria respiri tra il pubblico dei tuoi concerti?

"Non so riconoscere quale aria stia tirando. In generale mi sembra che siamo in molti a vivere come punti interrogativi che camminano. Naturalmente sento una gran voglia di cambiamento, ma in quale modo e verso quale direzione sembrano essere una questione lontane dall’essere risolte".

- Tu ti esibisci anche all’estero. Come percepisci l’idea dell’Italia vista da fuori confine?

"Io parlo solo l’italiano e francese: spesso mi capita di chiedere se qualcuno fra il pubblico conosca l’italiano e se abbia voglia di salire sul palco con me a tradurre ciò che dico fra una canzone e l’altra. Tempo fa mi trovavo all’Aia, in Olanda, per un concerto. Quella volta si presentò un medico olandese che parlava molto bene l’italiano. Alla fine dello spettacolo ci sediamo in un bar a bere una birra. Quando ci portano i boccali, il medico olandese alza il suo e invece di pronunciare cin cin, o prosit, mi guarda e mi chiede “Perché?”. Sapevo cosa volesse sapere, gli ho risposto: “Non lo so”. Questo è stato il nostro brindisi; questa è, più o meno, l’idea che all’estero hanno di noi".

- A Treiso come in altri concerti, unisci musica, poesia, letteratura. Da dove nasce questo tuo interesse per la contaminazione?

"Attribuisco alla parola contaminazione un valore negativo, di malattia. Preferisco il termine incontro. Musica, poesia, teatro o prosa si possono incontrare su terreni condivisi e aumentare l’incisività della comunicazione".

- Qualche anticipazione sul concerto del 25 aprile di quest’anno?

"Sul palco salirà con me lo storico e scrittore Marco Revelli. La scelta delle canzoni dipende dai passi che Marco deciderà di leggere".

- Un’ultima domanda. In quel lontano 25 aprile 1945 rifiorì il sentimento della speranza. Oggi in che modo è possibile nutrire speranza. Qual è il contributo della musica?

"La musica, come nel caso dei miei concerti a Treiso, può creare un’occasione di incontro. Il resto lo fanno, come sempre, le persone di buona volontà. L’unica salvezza possibile è collettiva. Nessuno può dire seriamente di immaginare il futuro in solitudine".

fonte: www.famigliacristiana.it, 24.04.2013

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