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Taranto: salute, lavoro e società, di Walter Napoli

creato da webmaster ultima modifica 14/09/2015 11:44
E' in distribuzione il n. 74 di Cercasi un fine sul caso Taranto come caso italiano. Questo saggio di Walter Napoli riflette su quanto è necessario comprendere i fenomeni e esprimere una nostra intenzione di collaborazione consapevole e responsabile con la natura...

 

Chi ricorda ancora i problemi della salute in fabbrica e le relative battaglie sindacali per il miglioramento delle condizioni di lavoro (che si sono affacciati nei paesi occidentali in tutta la loro urgenza e drammaticità, fin dai primi anni '70 del secolo scorso) non potrà fare a meno di interrogarsi su come sia stato possibile che il miglioramento iniziale abbia, poi, rallentato il suo corso fino a generare degrado ambientale e pericoli per la salute umana - almeno per certe produzioni e per alcuni loro siti - e su come sia ritornato reale il pericolo del ricatto occupazionale, che pretende di far accettare, ai lavoratori, minori garanzie per la loro salute, ma che poi coinvolge anche i cittadini residenti negli intorni, anche molto ampi, delle fonti di inquinamento industriale. In particolare per l'ILVA di Taranto si presentano i problemi di un progetto iniziale pensato in anni nei quali la salute e l'ambiente non erano considerati fondamentali: mancati efficaci aggiornamenti, le logiche del privato che tendono ad addossare alle precedenti proprietà l'inadeguatezza degli impianti e i problemi, non certamente ultimi, derivanti dall'aver trascurato il significato sociale di uno sviluppo industriale che ha determinato la storia di tutta una comunità di cittadini e lavoratori (rischiando di favorire, così oggi, contenziosi estremi e contrasti istituzionali drammatici nei quali è lo stesso concetto di giustizia ad essere messo in crisi). Eppure in altri impianti siderurgici, anche appartenenti alla stessa proprietà dell'ILVA, hanno affrontato e risolto i problemi rilevanti della diossina e del suo monitoraggio e controllo continuo, delle cokerie che rilasciano vapori di idrocarburi aromatici cancerogeni, dei gas degli altiforni quali diossido di azoto, anidride solforosa, ecc. e dello stoccaggio protetto del carbone e dei minerali ferrosi nel parco minerario, per evitare la dispersione delle loro polveri più sottili nell'ambiente urbano, oltreché nell'ambiente di lavoro.

Chi ha partecipato, negli anni '70, ai controlli ambientali nei luoghi di lavoro delle attività industriali della Puglia - ma le situazioni rilevate avevano accertati riscontri in tutto il territorio nazionale - ricorda sicuramente due fatti ricorrenti: il primo, relativo all'elevata concentrazione di inquinanti dovuta essenzialmente all'assenza di sistemi per il controllo della nocività ambientale e, spesso, perfino allo spreco di materia prima per mancato controllo di qualità dei processi produttivi; il secondo, relativo, invece, ad un fattore umano, alla paura di perdere il posto di lavoro che portava a minimizzare il pur evidente e tragico rapporto fra malattia professionale o causa di morte, da una parte, e condizioni di lavoro dall'altra. In particolare, a questo proposito, possiamo ricordare i ben oltre 100 lavoratori morti (inizialmente non attribuiti, da molti degli stessi lavoratori, alle fibre di amianto) per mesotelioma polmonare dell'Eternit di Bari e l'indefinito numero di casi riguardanti anche la popolazione civile. Ricordo ancora, le parole di un lavoratore, addetto ad una lavorazione pericolosa di un'industria metalmeccanica pugliese, che con struggente angoscia, esprimeva le sue preoccupazioni sui risultati delle indagini chimico-fisiche ambientali. Quel lavoratore non si preoccupava del rischio estremo e mortale che correva, ma si interrogava disperatamente su cosa avrebbe potuto mai raccontare ai suoi figli se la fabbrica avesse chiuso le proprie attività e se lui, in conseguenza, fosse rimasto senza lavoro. L'interezza del senso della vita, per quel lavoratore, ma era così per la quasi totalità dei lavoratori di una qualsiasi altra industria di quei tempi, appariva tutta racchiusa nella dignità di un lavoro che non doveva mancare e che coinvolgeva anche le relazioni familiari.

Oggi non solo i lavoratori a tempo, ma anche quelli che non lavorano sono indicati come precari, quasi fossero una consolidata e fondata nuova categoria sociale e, invece, sono uomini ai quali è stata tolta la dignità del lavoro in cambio di nulla. Dunque, la nostra, sembra una società arrivata, o meglio portata, ad un bivio che, di fatto, non permette alternative, ma permette solo di scegliere se finire in uno stato di miseria diffuso (che trascina anche altri, innocenti e ancor più indifesi, perché privi del tutto di una rappresentanza diretta nel mondo del lavoro) o se, consapevolmente, mettere a rischio di malattia professionale e del suo eventuale esito mortale, la propria esistenza e quella di altri, e per il resto sperare solo che gli effetti della nocività sulla salute, causate dagli inquinanti provenienti dalle attività industriali, siano un destino il meno crudele possibile. È dunque in questo scenario, pur disegnato solo in alcuni suoi aspetti, che dobbiamo cercare risposte a quelle domande iniziali sia sul degrado ambientale e sul crescente danno alla salute ad opera di molti impianti industriali, sia sul ritorno del ricatto occupazionale. C'è un documentato e drammatico effetto - vedi le perizie depositate recentemente presso la Procura di Taranto sugli inquinanti e sulla salute degli abitanti residenti in ampi intorni dell'ILVA - dovuto ad un mancato e adeguato intervento tecnico e tecnologico (oggi, per le condizioni nelle quali versano quei luoghi, piuttosto che i politici, dovrebbero intervenire i tecnici per realizzare opere per la difesa della salute di cittadini e di lavoratori e porre, così, rimedi ai problemi evidenziati dall'azione della magistratura). Ma c'è soprattutto un problema, diventato ingestibile, di informazione e partecipazione in un mondo che la globalizzazione, l'ideologia liberista e le finalità del fare profitti ad ogni costo, hanno di fatto sottratto alla nostra consapevolezza e responsabilità. Siamo stati trasformati in produttori e fruitori di consumi che si avvitano mortalmente in una ingiustificabile distruzione di risorse non rinnovabili. Una condizione che non consente momenti di riflessione personale e collettiva per cercare il senso di questo modo di concepire il nostro esistere nel mondo. Non ci sono ricette, non ci sono salvatori della patria che possano surrogare le vere responsabilità che, a noi sottratte facendo leva sulle debolezze della natura umana, sono solo personali per ciascun essere vivente, anche quando sono espressione di tutta una collettività umana. C'è una complessità da affrontare con le sinergie delle quali sono capaci le comunità umane, anche con l’uso di strumenti già noti e disponibili, per passare dal consenso acritico alla partecipazione costruttiva: per esempio quelli della valutazione degli impatti, del bilancio delle attività fra attese e risultati, sull'innovazione e cambiamento suggerito e messo alla prova con l'esercizio della riflessione personale e collettiva, c'è il metodo della ricerca e azione per promuovere il progresso umano e non un meccanico sviluppo dell'economia del mercato dei consumi, ecc. Ma mancano le nostre sensate parole, quelle che è necessario conoscere ed usare per metterci in relazione con i nostri simili e con la realtà (per poter, così, smascherare quella complicazione costruita del vivere che ci viene imposta). Siamo, di fatto, isolati e confinati in inesistenti angosce, che ci rendono sudditi di un potere e di ideologie di qualsiasi natura da quelle proletarie, a quelle populiste, a quelle liberiste, a quelle finanziarizzate della politica, dell'economia e della democrazia. Siamo in balia dell'ossessione indotta della ricerca di sicurezze competitive che vorrebbero trasformare la nostra natura sociale in una lotta primordiale che, da cercare strategie per la nostra sopravvivenza, si è trasformata in una lotta senza limiti per il possesso delle cose e perfino dell'anima dei propri simili e delle loro comunità. Una lotta che sembra possa trovare origine solo nelle turbe mentali di pochi individui, che generano avidità globali, una lotta che rende ciascuno vittima delle proprie non curate debolezze, una lotta che diventa una folle e micidiale ragione di vita.

Dunque non possiamo immaginare formule risolutorie, di qualche pur illuminato scienziato, né possiamo pensare di affidarci a qualche ispirato e assoluto progetto di salvezza che trova fondamento in principi universalmente riconosciuti, ma altrettanto malamente esposti ad essere interpretati per secondi e malvagi fini. Possiamo, invece, spenderci nel provare il piacere di poter dare ciascuno il proprio contributo ad un percorso sempre da valutare, verificare e cambiare per rispondere meglio alla prospettiva di quel progresso umano che è definito dalla qualità della vita, equamente condivisa, dalla ricerca sinergica del bene comune, tutte cose che possiamo procurarci come benessere psicofisico (puntando sui bisogni e non certo sui consumi) e spirituale (da cercare senza costrizioni ideologiche, ma come senso del nostro esistere del quale siamo solo personalmente responsabili e sul quale possiamo, poi, collettivamente sentirci anche impegnati a confrontarci senza immaginare di possedere una verità da imporre ad altri). Siamo stati spettatori inermi, per quasi mezzo secolo, di inerzie e distrazioni che hanno avvitato le nostre energie intorno a problemi contingenti e senza prospettive di progresso umano. Abbiamo sostanzialmente cercato solo di porre rimedi ai problemi formali di un sistema meccanico e senza senso che, ancora oggi, si preoccupa di fare soldi con i soldi, di distruggere risorse da trasformare in consumi e in sottomissione delle libertà umane alle arroganze dei mercati e dei poteri che li impongono. È forse il tempo di alzare lo sguardo per cercare un senso delle cose che vada oltre i beni e i servizi offerti ai nostri consumi, per condividere una consapevole valutazione su un sistema che, con le risorse, ci ruba anche la libertà di dare un significato al nostro vivere e di poterne, alla fine, rispondere non solo a noi stessi e ai nostri simili, ma anche a quegli equilibri naturali che dobbiamo saper comprendere per entrare in sintonia con una realtà capace di generare fenomeni vitali e non certo insensati consumi terminali. Visti in una loro dimensione dinamica, potremmo, forse, scoprire, di essere di fronte ad un problema di mancata formazione che paralizza le nostre iniziative e ci emargina dalla realtà, dalle sue relazioni sinergiche e dal riconoscimento del nostro essere parte vitale, non certo padroni, della natura. Oggi cittadini non si nasce, ma si diventa. La nostra relazione con il divenire del mondo non è né di sottomissione passiva agli eventi, né di dominio delle forze naturali per piegarle ad un nostro volere superiore. È, invece, necessario comprendere i fenomeni e esprimere una nostra intenzione di collaborazione consapevole e responsabile con la natura. La formazione come dialogo partecipativo, creativo e di supporto, agli equilibri vitali è, dunque, fondamentale. È un percorso per acquisire la capacità di dare senso alle cose e alla loro diversità, di indagare sui “perché” delle alternative e delle scelte. È un percorso che non potrà mai, invece, essere solo formale e tutto puntato sul “come” fare le cose spinti da compulsioni, da suggestioni e da tutte le alienazioni che ne possono derivare.

Walter Napoli

[tossicologo e analista ambientale, Bari]

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