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Taranto, Europa, di Antonia Battaglia

creato da D. — ultima modifica 14/09/2015 11:30
Sfigurata dall’Ilva e da un modello di sviluppo superato, la città di Taranto è l’emblema del fallimento e della rapacità della classe dirigente del nostro Paese. Ma come dimostrano le lotte dei suoi cittadini, Taranto può diventare il punto di partenza di un'Europa e di una politica nuova, fatta di legalità e rispetto assoluto dei diritti umani.

Il banco di prova delle prossime elezioni europee, non ancora avvenute ma, per un certo verso già finite, é rappresentato da ciò che avviene nella mia città, Taranto; perché quello che accade qui é l’emblema di ciò che accade nel resto d’Italia, e cioè, fino al momento, è emblema della sconfitta generale della politica, se politica vogliamo chiamare il mero uso strumentale delle istituzioni per il tornaconto di pochi.

E’ stata una settimana importante per Taranto. Ieri, 6 Aprile, si è svolta una dignitosa marcia che ha visto sfilare 8.000 persone dal comune di Statte (Taranto, nei pressi dell’Ilva) fino agli stabilimenti. Un corteo pacifico e silenzioso che ha voluto ricordare la disperazione e la forza di una città che non accetta la propria condizione.

Qualche giorno fa, in rappresentanza di PeaceLink, sono stata ricevuta dal Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, al quale ho consegnato un dossier dettagliato e completo sulla situazione in cui versa Taranto, in parallelo con l’azione intrapresa con la Commissione Europea (che incontreremo giovedì 10 Aprile). Taranto deve diventare punto di partenza di un’Europa nuova, ispirata agli ideali della legalità, della coerenza e della non accettazione di compromessi politici nefasti.

E’ di questa settimana la notizia che la masseria della famiglia Fornaro, i cui capi di bestiame contaminato dalla diossina prodotta dall’ILVA furono macellati qualche anno fa, ha inaugurato la produzione di canapa: un segnale di rinascita in un panorama drammatico che ha visto altri allevamenti contaminati dalla diossina (comune di Massafra, Taranto).

Taranto é il simbolo dell’abbandono delle istituzioni, tutte: locali, regionali, nazionali. E’ il cuore della disfatta di un sistema intero che, decennio dopo decennio, non ha saputo interpretare i bisogni dei cittadini e che si ritrova di fatto adesso scollato dalla realtà.

Città triste e abbandonata, di una Puglia che ama dare di sé un’immagine naturalistica, avanzata e radical chic, Taranto é il posto annichilito dove tutte le peggiori bugie e tutte le peggiori colpe della classe dirigente hanno trovato la propria consacrazione. Città bellissima, regno della promessa vana di tanti partiti, fiore calpestato, al bordo della strada di un futuro che sembra non arrivare mai ma che ora si annuncia prorompente.

Sulla profonda crisi di valori in cui versa il Paese da qualche anno a questa parte, ha inciso l’azioni di tutti i protagonisti della politica italiana degli ultimi tempi: dal berlusconismo, al Partito Democratico, con tutte le sue mutazioni, e agli altri partiti della sinistra e della destra. Le prossime elezioni europee, elezioni dei candidati espressi da questi partiti, sono già fallite perché mancanti di un soggetto interprete delle istanze di rinnovamento che soffiano prepotenti a Taranto, così come in numerose altre realtà italiane.

ILVA, Vado Ligure, Terra dei Fuochi, Brindisi, Crotone, La Spezia, ambiente, degrado sociale, protezione dei lavoratori, rappresentano crisi che non sono state mai affrontate dalla politica in modo coerente ed adeguato, perché la politica ha sempre voluto comodamente vedere in questi drammi questioni da relegare in un’area, impropriamente definita marginale, di questioni esclusivamente ambientali e ecologiche.

Il degrado sociale e culturale ha consentito che si perpetuasse una politica di sottomissione dei diritti primari della popolazione locale ai diktat nazionali di produzione. Infatti, se l’ILVA ha potuto continuare a produrre con tecniche da età vittoriana, e nell’assoluta impunità, é perché la politica ha protetto in modo strenuo gli interessi legati all‘azienda, cercando di etichettare come ‘ambientalista’ una questione di primaria rilevanza.

La presa di coscienza della necessità di un cambiamento di prospettiva, che deve costituire la spina dorsale di una nuova politica, é stata già operata da tutti quei cittadini attivi che, nel Paese, lottano e non si stancano di denunciare le violazioni perpetrate contro salute, lavoro e ambiente.

La politica ha taciuto e tace tuttora, continuando a proporre un modello di sviluppo superato. Esemplare l’articolo di Feltri, pubblicato stamane su Il Giornale: la banalità di una certa retorica cozza violentemente contro una realtà che ha sorpassato la politica e che é ormai costituita di cittadini istruiti e coscienti dei propri diritti, un esercito di persone che studiano e che si ingegnano da sole per riuscire dove i politici non arriveranno mai.

Continuare ad inveire contro la magistratura fa parte di un modello che non può più rispondere alle sfide di un Paese del G7, il cui debito pubblico costituisce una minaccia per tutta l’area europea e che non si é ancora dato un programma di lavoro ambizioso per rilanciare l’economia. Stare al passo con lo sviluppo e con l’Europa vuol dire innovare, adottare le tecnologie, e garantire ai propri cittadini i diritti fondamentali quali condizioni sine qua non per lo sviluppo.

Le risposte date alle questioni più urgenti sono inadatte, vecchie, destinate al fallimento e non potranno che continuare a fallire.

La ragione economica, dietro la quale il governo si nasconde per giustificare l’avallo che dà al modello di produzione dell’ILVA, é una mera menzogna. Economia implica innovazione, sviluppo, tecnologia, eco-sostenibilità e, in primo luogo, rispetto assoluto dei diritti umani. Gli operai, i giovani, non vogliono lavorare in una fabbrica che uccide, né a Taranto né in India, né in nessun altro luogo.

Ulteriore e più grave menzogna è rappresentata dal rischio di perdita dei posti di lavoro: la chiusura dell’area a caldo dell’ILVA ed un vigoroso programma di bonifiche e di concomitanti progetti orientati allo sviluppo tecnologico, garantirebbero nuove opportunità di impiego e rappresenterebbero una sfida portentosa che Taranto non avrebbe difficoltà a vincere.

Ma per farlo ci vogliono investimenti e soprattutto la presenza di una classe dirigente nuova, che si lasci alle spalle modelli obsoleti e che metta al centro la persona umana quale motore primario del cambiamento.

La storia di questo Paese ricomincia da Taranto, un posto ove i cittadini, abbandonati dalle istituzioni nazionali, si sono dovuti auto-organizzare per trovare legittimazione e giustizia in Europa. La storia ricomincia altresì dagli allevatori di Taranto che, avendo dovuto distruggere il bestiame perché contaminato da diossina, hanno trovato nuove strade per ricominciare e dare nuovo impulso all’agricoltura. La storia passa dalla dignità e dalla caparbietà delle 8.000 persone che ieri hanno sfilato in modo composto e civile a Taranto, per dire che, nonostante tutto, non ci si arrende.

Taranto é quello che il filosofo Zygmunt Baumann chiama “danno collaterale”, la vittima segnata, nelle società moderne, dal marchio duplice dell’irrilevanza e della invisibilità attribuitele dal governo.

E’ alla sfida del cosmopolitismo di Jürgen Habermas – nella quale la politica europea deve cercare luce ed impulso – che Taranto deve ispirarsi: attraverso la centralità dei diritti umani, ed una dimensione etico-politica tutta nuova sulla quale fondare un innovativo quadro politico scevro di compromessi e di sterile immobilismo.

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/taranto-europa/, 07.04.2014

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