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Stati Uniti, ancora faro di democrazia?, di Massimo Teodori

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 20/01/2021 16:24
Inizia l’era Biden - Stasera Joseph Biden giurerà come 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America…

L’assalto a Capitol Hill, l’unico in due secoli di storia degli Stati Uniti, una volta superato il trauma del momento non può essere archiviato senza una riflessione su quel che ha significato e significa per la democrazia americana.

Indipendentemente dall’esito della vicenda, l’assalto ha inferto una ferita all’immagine mondiale dell’America come “patria della democrazia liberale” affermatasi in Occidente e non solo nel secondo dopoguerra. La ferita, nonostante quel che potrà avvenire con la nuova presidenza, rimarrà nel futuro.

Una valutazione più a fondo di quel che è accaduto deve sciogliere tre interrogativi:

a) La democrazia – il complesso di valori, regole e procedure politiche e costituzionali consolidatesi nel corso di oltre due secoli - ha resistito all’assalto?

b) Che cosa emerge dal profondo della società americana nel rapporto con la politica e le istituzioni?

c) In che misura l’assalto al Campidoglio si chiude con l’uscita di scena di Donald Trump e la consegna al giudiziario del folclorico movimento che ne è stato protagonista?

La democrazia federale

Con l’insediamento, pur senza gli orpelli della festa, del presidente Democratico Joe Biden, si deve concludere sommariamente che il meccanismo antiquato e barocco dell’elezione presidenziale è riuscito a superare tutti gli ostacoli e i tentativi di blocco posti in essere prima e dopo il voto di novembre. Gli Stati, non solo a maggioranza Democratica ma anche Repubblicana, con le relative assemblee statali, i sistemi giudiziari e le corti supreme locali, hanno tutti rispettato i loro compiti costituzionali nel conteggio dei voti, nella verifica delle irregolarità, nella trasmissione dei dati, così resistendo alle pressioni di una parte politica.

La medesima lealtà nelle procedure di convalida e legittimazione del Presidente eletto si è manifestata nel Senato federale laddove una maggioranza Repubblicana avrebbe potuto inceppare il meccanismo previsto dalla Costituzione.

Si deve considerare che il Presidente degli Stati Uniti è eletto non solo dalla popolazione ma anche dagli Stati. Se davvero vi fosse stata un tentativo “golpista” volto a contestare la legittimità dell’elezione presidenziale, questo sarebbe passato attraverso l’azione degli Stati. Fu quello che accadde nel 1860 con l’elezione di Lincoln, la rottura dell’unità nazionale e la Guerra civile. 

La società americana

La divisione nella società americana resta tuttavia di tipo radicale come non accadeva dal maccartismo. Anche se allora l’agente della radicalizzazione era il nemico esterno “comunista” e non la contrapposizione culturale interna. Da tempo è noto che l’America è divisa secondo linee socio-etno-culturali: urbani e rurali, bianchi e non bianchi, élite acculturate e masse periferiche “invisibili”, nuove occupazioni e vecchi lavoratori, Stati “d’acqua” e “di terra”…. Dati alla mano, sappiamo che il voto pro-Trump è venuto in gran parte da coloro che rappresentano una delle parti della frattura socio-cultural-razziale.

Non è tanto significativo il dato degli oltre settanta milioni di voti Repubblicani ricevuti da Trump in quanto in un sistema bipartitico i due candidati sempre si dividono il voto popolare in misura prossima alla metà. Quanto Il fatto che all’interno dell’elettorato Repubblicano, la faglia radicale – con caratteristiche bianche, fondamentaliste “vecchia America” e sfumature violente-libertarie, ha acquisito un peso rilevante come mai negli ultimi cinquanta anni.

Trump, restituito alla sua originaria natura di personalità psicologicamente delirante, è sulla strada del tramonto politico. Ma quella parte della società americana (violenta e primitiva) da lui risvegliata, legittimata e scagliata contro gli avversari all’insegna di parole d’ordine false, non sarà facilmente ricondotta a una disciplina costituzionale e neppure a una militanza Repubblicana tradizionale.

Nel rapporto tra istinti sociali, comportamenti elettorali e obiettivi politici, è subentrato un nuovo fattore che ha radicalmente mutato il gioco della democrazia americana: l’uso massiccio dei social a disposizione di chiunque.

Tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento v’era stato un cambiamento nel grande gioco politico-elettorale. Non erano più le convenzioni dei partiti governate dai boss a decidere chi dovesse essere il candidato, in particolare quello presidenziale. Le primarie avevano trasferito il potere di decisione sui candidati da alcune migliaia di persone delle strutture partitiche statuali agli elettori “registrati” divenuti milioni per lo più sconosciuti ai vertici e soggetti alla propaganda non tradizionale. Senza quella rivoluzione - diciamo “procedurale” della democrazia elettorale – non sarebbero stati mai candidati a furor di popolo contro i boss di partito né Obama né Trump.

Oggi la moltiplicazione di milioni di tweet nella scelta dei candidati è la nuova rivoluzione nella democrazia americana. Di questo occorre tenere conto.

Trump e il trumpismo

Anche se Trump riuscisse a sopravvivere con legittimità politico-istituzionale, non pare che possa aspirare a una nuova candidatura Repubblicana. Può accadere, come in passato, che si formi un “terzo partito” integralista di destra repubblicana che si distacca dal tronco principale del GOP che - sembra - stia in parte recuperando lo stile e i contenuti della tradizione conservatrice su quella populista.

In passato alcuni partiti estremisti, Democratici e Repubblicani – hanno avuto fortuna nell’ambito degli Stati; e in tal caso il Mid-West e il Sud possono offrire il terreno per significative affermazioni politiche populiste. Tanto più che i piccoli Stati “di terra” sempre meno popolati aumenteranno di peso nella composizione del Senato grazie alla rappresentanza paritaria. Il “trumpismo” senza Trump potrà giocare le sue carte proprio sulla divaricazione cultural-territoriale che divide gli Stati Uniti.

Fino a quando gli Stati Uniti continueranno a essere gli “Stati Uniti d’America”. Vale a dire una nazione singolarmente divisa ma profondamente unita dal sistema federale che tiene unito in un matrimonio di interesse tanti contraenti che si detestano reciprocamente.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/stati-uniti-ancora-faro-di-democrazia-28965

 

L'Italia e l'America di Joe Biden, di Giampiero Massolo

E’ un’America divisa e disorientata, quella che assisterà il 20 gennaio al giuramento di Joe Biden. Alla polarizzazione politica ereditata dalla parentesi trumpiana, che veniva da lontano ma che è emersa in tutta evidenza dalle elezioni di novembre, si sono sommati lo sconcerto e il senso di insicurezza seguiti ai tragici fatti di Capitol Hill. E’ tuttavia anche un’America che ha reagito e che mostra di non voler rinunciare al ruolo di punto di riferimento storico e valoriale delle democrazie occidentali. Utilizzando una metafora tristemente attuale, potremmo dire che tanto i checks and balances istituzionali quanto lo stesso sistema partitico americani hanno dimostrato di possedere gli anticorpi necessari per respingere il virus dell’eversione antisistema. E’ un dato confortante e di grande significato, che non allontana tuttavia il rischio che nello schieramento democratico, come in quello repubblicano, prevalgano a lungo andare le voci più estreme a discapito di quelle più moderate, innestando una serie di sommovimenti tellurici i cui effetti sarebbero avvertiti in tutto il mondo. 

Se Biden è risultato il Presidente più votato della storia americana, d’altronde, Trump ne è risultato il secondo, ed appare determinato a giocarsi le sue carte fino in fondo in vista delle prossime scadenze elettorali. Il grande paradosso di un’America quale potenziale fattore di instabilità globale che taluni hanno evocato è quindi tutt’altro che scongiurato e l’Amministrazione entrante ne appare consapevole.

Anche in questa chiave, possiamo ragionevolmente attenderci che in politica estera la presidenza Biden si caratterizzi per un approccio meno personalistico e più inclusivo, nel solco della tradizione del Partito Democratico. Dichiarato sostenitore del multilateralismo, il nuovo presidente promuoverà, almeno nella forma, il ritorno a modalità nell’interlocuzione internazionale più in linea con la normale grammatica diplomatica, a partire dalla valorizzazione del rapporto con gli alleati tradizionali. Non è poco, ma non bisogna illudersi che tale cambiamento porterà con sé una rivoluzione nella sostanza, specie per una Presidenza le cui energie saranno gioco forza assorbite in primo luogo dall’emergenza sanitaria, dalla crisi economica e sociale, ma anche dalla necessità di consolidare la propria base elettorale, magari proprio cercando di attirare a sé la componente più moderata dell’elettorato di Trump. 

Non siamo quindi alla vigilia della fine dell’American First, ma possiamo attenderci da Washington toni nuovi specie nelle relazioni transatlantiche, in cui il nostro Paese ha da sempre un ruolo centrale. Un ruolo che l’Italia ha oggi l’opportunità di mettere a sistema almeno su tre direttrici. Quella multilaterale, in primo luogo, attraverso la Presidenza di turno del G20. Una piattaforma che potrà rivelarsi preziosa per avvicinare le posizioni tra i Paesi occidentali e quelli emergenti su temi globali decisivi quali la lotta alla pandemia, il cambiamento climatico, il commercio, il progresso tecnologico e le regole internazionali. Potendo influire sull’agenda dei lavori e sui negoziati per la dichiarazione finale l’Italia potrà spendere il proprio capitale di credibilità quale potenza di equilibrio per proporre soluzioni che favoriscano un riavvicinamento tra Washington e Pechino, mantenendo agganciate al negoziato le democrazie asiatiche oggi esposte all’egemonismo cinese.

In ciò, il nostro Paese potrà giovarsi dell’atteggiamento maggiormente cooperativo della nuova Amministrazione americana, ma anche della volontà della Cina di mostrarsi più cooperativa e responsabile rispetto alla prima fase della gestione della pandemia. La seconda direttrice è quella dei rapporti con l’UE a poche settimane dalla conclusione dell’accordo sulla Brexit. Anche in questo caso, l’Italia ha la possibilità di far valere le proprie qualità di alleato affidabile ed equilibrato. Qualità che potranno rivelarsi particolarmente preziose nella veste di attore centrale della costruzione di una difesa comune europea, favorendone gli aspetti complementari e sinergici con l’Alleanza atlantica piuttosto che quelli divisivi. Analoghe considerazioni potrebbero valere anche per i contenziosi in materia commerciale e tecnologica sino-americani, destinati a protrarsi e nei quali è sempre più evidente l’esigenza di un Occidente coeso sui valori come sulle regole. Vi è infine la direttrice del nostro vicinato immediato, nell’area del Mediterraneo, del Medio Oriente e dei Balcani, centro nevralgico dei nostri interessi e della nostra sicurezza nazionale.

Basti pensare alla crisi libica, dove l’azione di mediazione onusiana attraversa oggi snodi tanto promettenti quanto delicati, ma anche al Mediterraneo Orientale, oltre a crisi regionali che vedono la presenza consolidata dei nostri militari, quali il Libano, l’Iraq, il Sahel, il Kossovo o l’Afghanistan. Teatri dai quali Biden potrebbe proseguire il percorso di disimpegno avviato da Obama prima ancora che da Trump, rendendo ancor più evidente (e preziosa per Washington) la nostra presenzia in funzione di stabilizzazione. Quella che ci attende da domani è pertanto una prova di maturità per le nostre capacità di perseguire in modo coerente e unitario l’interesse nazionale. Essa chiamerà in causa tutto il Sistema Paese, dal mondo politico a quello delle imprese, dai media alla società civile. Prenderne coscienza, ad ogni livello, sarà fondamentale, così come tenere a mente la differenza tra l’essere alleati e dei semplici partner.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/litalia-e-lamerica-di-joe-biden-28964

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