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Sovranità africana e predatori stranieri, di Giulio Albanese

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 08/05/2019 10:05
Il complicato scenario del continente nell’era della globalizzazione...

Nella tradizionale cornice della globalizzazione, il concetto di sovranità, così come viene comunemente inteso in Occidente, sembra essere messo in discussione in diverse regioni del vasto continente africano. Le ragioni sono molteplici: di matrice etnica, religiosa, politica sociale ed economica, soprattutto in riferimento all’allocazione delle risorse. Ma per comprendere l’attuale fenomenologia occorre tornare indietro nel tempo. Infatti, i processi in atto trovano un radicamento nella storia e da essa non possono prescindere. E dire che a lungo gli europei hanno preferito raccontare l’Africa quasi fosse una realtà continentale priva di passato. Una visione generata dall’imperialismo coloniale ottocentesco che di fatto ebbe il torto di negare la memoria delle grandi civiltà precoloniali.

All’opinione pubblica europea sono tuttora sconosciute, per esempio, le vicende del grande Regno del Ghana (od Ougadou), abitato dal popolo Soninke, che raggiunse il massimo dell’espansione nell’XI secolo; uno stato ricco e fiorente che si estendeva a nord del fiume Niger e comprendeva buona parte della Mauritania sudorientale e del settore occidentale del Mali. Così a molti è ignota la storia dell’impero Songhai, un popolo che viveva lungo le sponde del medio Niger. Alla fine del XV secolo esso divenne il più grande stato dell’Africa precoloniale. Più tardi, alla fine del Seicento, si impose il potente Impero degli Ashanti sotto la guida carismatica di Osei Tutu. Noto anche come Confederazione Ashanti, esso estese il proprio dominio lungo tutte le coste degli odierni stati del Ghana e della Costa d’Avorio. Quello degli Ashanti fu certamente il più potente degli stati che si svilupparono tra la fine del Quattrocento e l’Ottocento sulla dorsale atlantica, dalla foce del Senegal sino ai confini occidentali del Camerun.

Lo stato africano precoloniale non coincideva necessariamente con un determinato popolo o a una precisa cultura ma era spesso multietnico, fondato essenzialmente sul compromesso tra le classi sociali. Inoltre, a differenza degli stati europei, quelli precoloniali africani avevano una legittimità più limitata, non solo per quanto concerne il controllo dei territori ma, soprattutto, in riferimento alla legittimità del potere. Essa non era esclusiva nei confronti del consenso delle comunità e delle etnie locali. Ciò significava che il potere doveva continuamente essere riconosciuto da questi gruppi che, invece, per definizione, lo stato centrale avrebbe dovuto dominare.

Le conquiste coloniali dell’Africa, operate nel XIX secolo, prima lungo le coste e poi all’interno del continente, a seguito del Congresso di Berlino (1884-1885), determinarono la creazione di territori ben delimitati che, negli anni Sessanta del secolo scorso, divennero gradualmente indipendenti. Ma proprio in quegli anni, la rigida imposizione ai popoli africani delle logiche della guerra fredda, determinò la creazione di due distinti settori d’influenza: il primo legato al blocco statunitense, il secondo a quello sovietico. Ad esempio, lo Zaire di Mobutu Sese Seko era allineato con gli Usa, mentre l’Etiopia, governata allora da Mènghistu Hailè Mariàm, detto il Negus Rosso, rientrava nell’orbita dell’Urss.

Successivamente, dai primi anni Novanta, si è verificata una vera e propria parcellizzazione del continente a macchie di leopardo, col risultato che, oltre alle ex potenze coloniali e agli Stati Uniti, sono scesi in campo paesi come la Cina, l’India, il Giappone, la Corea del Sud, la Malesia, il Canada, la Turchia e tanti altri. Ciò ha determinato una graduale crescita del Prodotto interno lordo (Pil) in molti paesi africani e un significativo aumento dell’occupazione, sebbene sia cresciuta l’esclusione sociale, evidenziando un deficit di virtuosismo da parte di alcune leadership locali.

In effetti, fenomeni come il land grabbing (il cosiddetto accaparramento dei terreni da parte di imprese straniere) — con modalità diverse, a seconda dei paesi — da parte di società private, fondi di investimento e governi stranieri, unitamente alla corruzione e allo sfruttamento della manodopera autoctona, penalizzano fortemente i ceti meno abbienti. Lo scenario che si è venuto a creare è estremamente complesso ed è caratterizzato non solo dalla svendita delle immense risorse naturali del continente (soprattutto dal punto di vista agricolo, minerario e del reperimento di fonti energetiche) ma anche dall’indebolimento dell’autonomia di non pochi governi.

Emblematico è il caso della Repubblica Centrafricana dove, nonostante l’insediamento di un governo di unità nazionale, a seguito degli accordi di pace del febbraio scorso, il paese continua a essere ancora sotto il controllo di formazioni armate, molte delle quali di matrice islamista, che controllano zone ricche di minerali preziosi, fonti energetiche e legname. L’augurio è che si possa procedere a una effettiva smilitarizzazione dei gruppi armati dietro i quali si celano traffici illeciti che garantiscono l’approvvigionamento di armi e munizioni.

Il Sud Sudan si trova in un’analoga situazione: sebbene il presidente Salva Kiir e il suo principale contendente Riak Machar si siano impegnati, lo scorso marzo, a collaborare di fronte a Papa Francesco, il paese è tuttora ostaggio di milizie, molte delle quali si sono macchiate di crimini infamanti. Uno scenario simile è riscontrabile nel settore orientale della Repubblica Democratica del Congo, particolarmente nel Nord Kivu, ricco di minerali d’ogni genere, dove imperversano diverse formazioni armate che compiono costantemente atrocità e vessazioni nei confronti della stremata popolazione civile. Da rilevare che anche in questo caso gli interessi legati allo sfruttamento dei minerali, di cui è ricco il sottosuolo, rappresentano un fattore altamente destabilizzante.

Più a nord, l’implosione della Libia, a seguito della caduta del regime di Gheddafi nel 2011, ha di fatto sancito l’autonomia dei vari gruppi etnici, determinando una sporulazione di milizie il cui orientamento politico nei confronti dei due principali contendenti — Haftar e al-Sarraj — è sostanzialmente volatile e spesso condizionato dal fondamentalismo salafita. Tutto questo mentre la Somalia, dal lontano 1991 (anno della destituzione del presidente Siad Barre), continua a essere frammentata, sotto il giogo di milizie islamiste e potentati locali legati ai clan autoctoni. Con il risultato che il governo di Mogadiscio, internazionalmente riconosciuto, controlla pochi scampoli di territorio.

In Sudan, con la caduta del regime del presidente Omar al Bashir, rimangono non poche divisioni interne (ci si augura sanabili attraverso il dialogo e il coinvolgimento della società civile) a cui si aggiungono le drammatiche crisi in atto da molto tempo nel Darfur e sulle Montagne Nuba dove sono evidenti le spinte autonomiste. Se a ciò aggiungiamo le ambizioni secessioniste del movimento estremista islamico Boko Haram nella Nigeria settentrionale, connesse alle infiltrazioni jihadiste che interessano la fascia saheliana del continente, dal Mali al Niger passando per il Burkina Faso, unitamente alla mobilità umana, è evidente che il quadro geopolitico complessivo è motivo di preoccupazione per non poche cancellerie.

Le valutazioni, su quanto descritto per sommi capi, sono oggetto delle più svariate interpretazioni da parte degli analisti. Rimane il fatto che l’Africa, particolarmente quella sub-sahariana, rimane in larga parte un mosaico di microsocietà, dove strutture familiari, comunità di villaggio, solidarietà etniche, costituiscono le sole istituzioni autenticamente vissute e accettate dalle popolazioni locali. Al contempo, le zone d’interferenza — che come abbiamo visto sono determinate e condizionate dagli interessi stranieri, spesso predatori — rendono sempre più fluide le frontiere tra gli stati, acuendo le conflittualità e infrangendo, almeno per ora, il sogno federalista dei padri del panafricanesimo.

http://www.osservatoreromano.va/it/news/sovranita-africana-e-predatori-stranieri

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