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Solo con le logge dei mercanti la piazza della città si fa deserto, di Luigino Bruni

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 18:15
Dedicare tempo, passione, competenze per riformare istituzioni malate è forse oggi la più grande espressione di virtù civile. Il primo grande accudimento delle istituzioni, soprattutto di quelle malate, consiste nell’abitarle, e non lasciarle nelle sole mani delle loro élite dirigenti. E poi dar vita subito a nuove istituzioni politiche, civili e spirituali globali, che riportino il mercato alla sua profonda vocazione inclusiva.

Il nostro benessere dipende molto dalla qualità delle istituzioni. Matrimonio e università, banche e Stato, Chiesa e sindacati, sono realtà evidentemente molto diverse, ma simili perché tutte istituzioni. Le società bloccate in "trappole sociali" sono caratterizzate, a un tempo, da istituzioni inefficienti e corrotte e da un’alta percentuale di persone con basso o inesistente senso civico e istituzionale. Una tenaglia micidiale, spesso decisiva, che fa soffrire tutti, e fa emigrare i giovani migliori attratti da istituzioni migliori in altri Paesi. La storia e il presente dei popoli ci dicono che le società non creano prosperità diffusa e ben-vivere sociale senza le giuste istituzioni.

La vita della gente è povera e i popoli declinano quando le società creano, selezionano e alimentano istituzioni che l’economista Daron Acemoglu e il politologo James Robinson chiamano <estrattive>, dove le élite usano le istituzioni per estrarre rendite e ottenere vantaggi personali e di gruppo. Alle istituzioni estrattive questi studiosi contrappongono quelle <inclusive>, presenti nei Paesi economicamente e civilmente floridi, che identificano in pratica con quelli anglosassoni ("Perché le nazioni falliscono", 2012). In realtà il confine tra istituzioni inclusive ed estrattive è molto meno netto di quanto questi due autori pensino, poiché le due forme convivono all’interno delle stesse comunità o nazioni, e, soprattutto, evolvono le une nelle altre. In tutti i contesti e ambiti sociali ci sono istituzioni nate col solo scopo di avvantaggiare pochi, estraendo risorse da altri, che convivono accanto a istituzioni generate da esplicite istanze di Bene comune. Ma è ancora più vero che molte istituzioni nate inclusive nel tempo si sono trasformate in estrattive, e istituzioni nate estrattive che sono diventate inclusive. La storia europea è molto rilevante a questo riguardo.

L’economia di mercato non sarebbe mai emersa sul finire del Medioevo senza specifiche istituzioni: gilde, corporazioni, tribunali, banche, grandi fiere, e anche quelle fondamentali istituzioni che furono i monasteri. Alcune di queste erano intenzionalmente orientate al bene comune (confraternite, ospizi per poveri, Monti di Pietà…). Ma molte altre (come le corporazioni) erano nate per proteggere e promuovere gli interessi dei propri membri (fornai, calzolai, speziali …), e garantire rendite di monopolio a specifiche classi di mercanti. La forza civile di quelle comunità cittadine fece però evolvere gli interessi di parte nell’interesse di molti, e non di rado di tutti: molte conquiste della modernità, incluse quelle politiche e civili, sono il frutto di istituzioni nate estrattive e diventate inclusive. La maggior parte delle istituzioni economiche sono all’origine estrattive e chiuse, ma è la coesistenza con altre istituzioni politiche, civili, culturali, religiose che spesso apre e sublima quegli interessi originari.

Il bene comune non ha solo bisogno di altruismo e di benevolenza e delle loro istituzioni. La <sapienza delle Repubbliche>, come già ricordava Giambattista Vico, sta soprattutto nel riuscire a dar vita a meccanismi istituzionali capaci di trasformare anche gli interessi di parte in Bene comune.

Quest’alchimia, però, funziona solo all’interno delle città e delle loro tante e diverse istituzioni, <dove le arti son protette, e lo spirito libero> (Antonio Genovesi, Lezioni di economia civile, 1767). Tutte le istituzioni sono destinate a diventare estrattive o a non evolvere in inclusive quando manca il pluralismo delle istituzioni, non ne nascono di nuove, e non sono poste le une accanto alle altre. La loggia dei mercanti, il palazzo dei capitani del popolo, il convento di San Francesco, formavano spesso i diversi lati della stessa piazza, dove ciascuno maturava a contatto con l’altro, senza fusioni, confusioni e incorporazioni. E su quella piazza c’erano cittadini vispi e interessati, botteghe di artigiani e di artisti, cantastorie e carri di Tespi che donavano sogni e bellezza, soprattutto ai bambini e ai poveri. La democrazia, il benessere e i diritti sono emersi da questo guardarsi gli uni gli altri, dallo scontrarsi e controllarsi reciprocamente, e dalla co-esistenza tra pari sulle stesse piazze. Oggi le istituzioni globali economiche stanno vivendo una forte deriva estrattiva (anche letteralmente: si pensi alle materie prime dell’Africa!) perché accanto ad esse mancano altre istituzioni politiche, culturali e spirituali globali che dialoghino, discutano, si controllino l’un l’altra.

C’è poi una seconda considerazione. Nella nostra società ci sono anche molte istituzioni inclusive in origine (perché sono state generate da ideali, a volte anche molto alti) che nel tempo si sono sclerotizzate, e i loro frutti da buoni si sono trasformati in selvatici, se non velenosi.  Questa involuzione di antiche buone istituzioni, che in questa nostra età di passaggio epocale sono particolarmente numerose, dipende spesso dall’incapacità di cambiare le risposte storiche, di affezionarsi a quelle date decenni o secoli prima, dimenticando così le domande di Bene comune che le avevano generate. Accade così che grandi e nobili istituzioni – penso a molte istituzioni pubbliche, ma anche alle tante splendide degli ordini religiosi - progressivamente e inconsapevolmente si trasformino in realtà estrattive, che non estraggono tanto o solo risorse economiche ma enormi energie morali dei loro membri e promotori, che finiscono per esaurirle ed esaurirsi nella gestione onerosa e dispendiosa di strutture che hanno smarrito le domande originarie di ieri, e oggi danno risposte a domande che nessuno si pone più. Lo scopo iniziale e la "vocazione" dell’istituzione resta sempre più distante sullo sfondo, e la sua missione principale diventa l’auto-conservazione e il rinviare la propria morte.

Nel ciclo di vita delle buone istituzioni ci sono poi dei momenti cruciali nei quali si decide se la direzione futura sarà una maggiore inclusione o l’avvitamento involutivo su se stessa. Questi momenti sono le crisi, in particolare quel tipo di crisi che emerge per un disallineamento tra la missione dell’istituzione e la sua struttura organizzativa. Il vino inizia a sentire gli otri troppo angusti, e si cominciano ad avvertire i primi scricchiolii. Buona parte dell’arte dei dirigenti  di queste istituzioni sta nel capire che queste crisi non si risolvono insistendo sulla dimensione etica e motivazionale delle singole persone, ma che occorre intervenire sulla struttura. Il dialogo tra le strutture storiche di una istituzione e le sue domande fondative è esercizio essenziale e vitale per ogni istituzione, soprattutto per quelle nate da idealità alte. Gli ideali delle persone non durano se non diventano istituzioni; ma queste istituzioni possono morire se non si lasciano convertire periodicamente dagli ideali (“le domande”) che le hanno generate.

Le istituzioni inclusive e generative sono delle forme alte di beni comuni. Come ogni bene comune richiedono accudimento, cura e manutenzione degli argini, delle falde, del sotto-bosco. La stagione di crisi istituzionale che stiamo vivendo potrebbe diventare drammatica se la sfiducia nelle istituzioni corrotte e inefficienti aumentasse l’incuria e la non manutenzione delle nostre fragili  istituzioni democratiche, economiche, giuridiche, e acuisse la fuga dalle istituzioni che caratterizza la nostra stagione sociale. Dedicare tempo, passione, competenze per riformare istituzioni malate è forse oggi la più grande espressione di virtù civile. Il primo grande accudimento delle istituzioni, soprattutto di quelle malate, consiste nell’abitarle, e non lasciarle nelle sole mani delle loro élite dirigenti. E poi dar vita subito a nuove istituzioni politiche, civili e spirituali globali, che affianchino quelle economiche (da riformare perché troppo pervasive, non democratiche e potenti), e frenino la deriva estrattiva del nostro capitalismo, riportando il mercato alla sua profonda vocazione inclusiva.

Le logge dei mercanti sono cresciute troppo, hanno comprato i palazzi vicini, assunto i  cantastorie,  e alcune vorrebbero occupare a scopo di lucro anche i conventi. Le istituzioni economiche lasciate sole nel villaggio globale finiscono per restare gli unici abitanti di piazze sempre più vuote.  Dobbiamo riempire di nuove istituzioni le nostre piazze globali, se vogliamo vedervi tornare le botteghe, gli artisti, il lavoro.

fonte: Avvenire, 02.02.2014

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