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Sintesi della fase sinodale diocesana - Diocesi Conversano-Monopoli

creato da Eleonora Bellini ultima modifica 18/09/2022 21:24
Di seguito proponiamo la sintesi della fase sinodale diocesana, tenutasi presso la diocesi di Conversano-Monopoli a cura di Don Pierpaolo Pacello (Segretario Equipe sinodale diocesana), Don Francesco Zaccaria e Prof. Antonella Longo (Referenti diocesani per il Sinodo) e dell’Equipe sinodale diocesana.

1. INTRODUZIONE

1.1.  Le tappe del cammino diocesano

Nella nostra diocesi il Vescovo ha scelto a settembre 2021 di affidare il coordinamento della fase sinodale ad un sacerdote diocesano (coordinatore degli uffici pastorali) e ad una donna (docente di liceo, già coinvolta nell’attività dell’Ufficio Catechistico Diocesano). All’avvio del lavoro sinergico dei due referenti è seguita in ottobre la Celebrazione eucaristica diocesana di apertura del Sinodo e la convocazione di un’Assemblea diocesana – cui sono stati invitati i presbiteri, i membri del Consiglio Pastorale Diocesano e un referente sinodale da ognuna delle 56 parrocchie appartenenti alle 12 zone pastorali in cui si articola la Diocesi.

In occasione di questa assemblea sono state presentate le linee del Documento Preparatorio del Sinodo e del Vademecum, insieme all’icona diocesana del percorso sinodale - una rilettura in chiave moderna e simbolica dell’immagine del Cristo con i due discepoli di Emmaus - e ad una sintesi del percorso sinodale diocesano nelle sue varie tappe. Nella nostra diocesi, già a partire dal Convegno Ecclesiale di Firenze era stata messa a tema la conversione sinodale della Chiesa, e questa intuizione aveva accompagnato il processo di rinnovamento dei consigli pastorali (2016-2017), il lavoro in chiave più sinergica degli uffici pastorali secondo la proposta dei cantieri diocesani (2017-2020; cfr. per esempio http://www.conversano.chiesacattolica.it/site/2019/02/21/cantier-anno-2018-2019/) e i tavoli di discernimento durante la pandemia (2020-2021). La modalità di ascolto e discernimento in tavoli/gruppi non era quindi una novità, ma sicuramente questo Sinodo è stata un’occasione per rilanciarla e per favorirla attraverso un’iniziativa del Papa e di tutta la Chiesa. 

Dopo l’assemblea di ottobre è stata costituita un’equipe sinodale diocesana: quindici persone di varia estrazione ed esperienza – presbiteri, laici/laiche, una religiosa – al servizio delle zone pastorali per la formazione essenziale dei facilitatori dei gruppi sinodali delle parrocchie. L’equipe ha condiviso la preparazione dei materiali da utilizzare nei gruppi sinodali organizzati attraverso due vie, la via delle comunità (a cura delle equipe parrocchiali) e la via degli ambienti di vita (a cura delle equipe di alcuni uffici diocesani: Caritas, pastorale familiare, IRC, pastorale sociale e del lavoro, pastorale della salute, comunicazioni sociali, cultura ed ecumenismo). Sono state approntate e pubblicate sul sito della diocesi delle schede per animare questi gruppi sinodali, sintetizzando e adeguando le domande tematiche, offrendo delle schede semplificate per i cosiddetti “lontani” e delle attività per i gruppi sinodali di giovani sia nelle parrocchie che nelle scuole superiori, così come delle schede anche per redigere le sintesi dei gruppi e le sintesi parrocchiali/zonali (http://www.conversano.chiesacattolica.it/materiali-e-schede/). Il mensile diocesano accompagna questo percorso con articoli e una rubrica sul sinodo in ogni numero da ottobre 2021.

Nei mesi di novembre e dicembre 2021 i membri dell’equipe ed, ove possibile, il Vescovo si sono recati in tutte le zone pastorali per due incontri di formazione in ciascuna di esse, a cui hanno partecipato i facilitatori, i segretari dei gruppi e i presbiteri. In questi incontri sono state presentate le schede e condivisi i principi spirituali e operativi per la conduzione dei gruppi sinodali, di cui sono state effettuate delle simulazioni. 

Nei mesi di gennaio, febbraio e marzo 2022 si sono tenuti i gruppi sinodali con le  persone che le parrocchie e gli uffici hanno autonomamente pensato di coinvolgere. Il livello diocesano ha organizzato alcuni incontri per realizzare gruppi di ascolto sinodale con i presbiteri della diocesi, i diaconi permanenti, il CPD e i direttori degli uffici di curia. Di tutti gli incontri sinodali i segretari hanno redatto le sintesi, poi confluite in sintesi parrocchiali e zonali o di ufficio (prevalentemente redatte dalle equipe sinodali parrocchiali o dalle equipe dell’ufficio coinvolto). Queste sintesi sono state inviate poi al coordinamento diocesano nel mese di aprile per la stesura di una prima bozza della sintesi diocesana a cura dei due referenti diocesani e del segretario dell’equipe. A fine aprile questa sintesi è stata oggetto di un incontro di discernimento con l’equipe diocesana e con il Vescovo per terminare la presente versione finale. 

1.2.   La dimensione spirituale del cammino

Promuovere, sostenere e salvaguardare la dimensione spirituale di tutta l’attività della fase diocesana del Sinodo è stata la preoccupazione principale del Vescovo, dei referenti e dell’equipe fin dall’avvio dell’esperienza: è stato così possibile sperimentare e condividere - ad ogni livello di presenza e partecipazione - i doni derivanti dall’esperienza di un ascolto attento, amorevole ed aperto. 

Ogni incontro è stato aperto e concluso dalla preghiera comune e ha previsto soste di silenzio, in modo che ognuno potesse passare dall’ascolto all’accoglienza personale ed interiore delle esperienze raccontate. Il procedimento seguito è stato molto spesso salutato come una novità positiva e apportatrice di serenità e speranza. Come tutte le novità ha avuto caratteristiche di passaggio: non è stato sempre facile né immediato entrare nelle dinamiche che si è inteso stimolare, gli strumenti non si sono rilevati sempre facilmente agibili, la pratica della scrittura – richiesta per agevolare la riflessione e contenere i tempi della comunicazione – non è propriamente un’esperienza consueta per le persone adulte, così come la condivisione della riflessione.

Il risultato premiante di questa fase, magari ancora sperimentale, di sinodalità diocesana sembra essere il recupero della speranza: le persone avvertono che non tutto è perduto – pur tra i tanti segni di crisi – nell’esperienza comunitaria, che la solidarietà e l’attenzione reciproca non sono concetti astratti, che si può e si deve tornare – come individui e come comunità - ad essere luoghi di incontro e di sostegno reciproco…che la Chiesa, se deve esistere, deve ricominciare da qui.

2. I CONTRIBUTI EMERSI DAI GRUPPI SINODALI

2.1. Premesse generali         

L’appello ad un ascolto reale, diffuso ed inclusivo (cf. Documento Preparatorio, n. 2), vissuto all’interno della diocesi tramite i due canali della comunità e degli ambienti di vita, è stato accolto con entusiasmo e interesse. L’impegno e l’inventiva di ognuno dei facilitatori, dei segretari, dei parroci, dei vicari zonali e dei direttori, nonostante le difficoltà determinate dall’andamento dei contagi da Covid-19, hanno permesso di realizzare iniziative innovative (dall’ “aperitivo sinodale” al “caffè del parroco”, dagli approfondimenti tematici ai cicli di lectio divinae sulle tre parole “comunione, partecipazione, missione”) e di vivere numerosi gruppi sinodali, talvolta liberamente adattando le domande al contesto,con la partecipazione di circa 6000 persone in totale (di cui circa 2000 sono stati giovani raggiunti nelle scuole superiori attraverso gli insegnanti di religione). La maggioranza dei partecipanti è composta da adulti, più o meno vicini alle comunità cristiane, non sono mancati, tuttavia, altri contributi significativi, dai piccoli dell’Iniziazione Cristiana fino agli anziani, visitati personalmente nelle case di cura o nelle abitazioni private, e a qualche gruppo di persone disabili.

Il quadro generale emergente dalle sintesi giunte all’Equipe sinodale presenta un coinvolgimento ampio e articolato. Le parrocchie e le zone hanno realizzato gruppi sinodali sia con le diverse porzioni delle comunità cristiane (CPP, COPAE, operatori pastorali, religiosi e religiose, gruppi e associazioni, comitati feste, bambini e ragazzi dell’IC con i loro genitori, gruppi giovani e giovanissimi, famiglie e fidanzati in preparazione al matrimonio; partecipanti alle assemblee domenicali) che con realtà esterne (amministratori, professionisti e commercianti, operai e aziende, associazioni). Gli uffici di curia, hanno raggiunto realtà più specifiche e mirate (famiglie ferite e con figli disabili; ammalati e anziani; credenti di altre confessioni cristiane; poveri e bisognosi che usufruiscono dei servizi Caritas; amministratori e dirigenti locali; giornalisti ed operatori della comunicazione di diverse testate locali; associazioni laiche; studenti di scuola secondaria di secondo grado). 

La quasi totalità dei gruppi sinodali si è svolta in un clima sereno e disteso, accogliente e stimolante, contesto che ha permesso un ascolto reciproco intenso e profondo ed una presenza attiva da parte di tutti i partecipanti. Il dialogo e lo scambio, dopo un iniziale imbarazzo sperimentato soprattutto dagli studenti nelle scuole o dalle persone distanti dalla comunità cristiana, hanno condotto ad una condivisione sincera dei vissuti in relazione alle domande poste dalle schede ed anche all’emergere di opinioni differenti o di critiche espresse con rispetto, franchezza e senza timore. In pochissimi casi si sono resi necessari interventi mirati da parte dei facilitatori per moderare la discussione o evitare sovrapposizioni. In molti, soprattutto lontani dagli ambienti ecclesiali, si sono detti felici, sorpresi e grati per l’ascolto dedicato, nonostante l’iniziale sospetto determinato da pregiudizi e notizie dolorose che hanno riguardato la Chiesa negli ultimi anni. Anche gli operatori pastorali e i membri delle diverse comunità hanno sottolineato la positività del metodo dei gruppi sinodali, che ha permesso di “condividere, ricostruire relazioni dopo il difficile periodo della pandemia, dare fiducia, fino a maturare nuovamente l’idea di una Chiesa che ci appartiene”. Dalla maggior parte delle sintesi è emerso il desiderio di continuare con questo stesso stile, lasciando emergere in maniera più visibile “la natura comunionale della Chiesa”. Qualcuno ha scritto che i gruppi sinodali hanno intercettato “il sogno di una Chiesa aperta, attenta, accogliente, coraggiosa ed inclusiva”. 

Non sono mancate alcune criticità. I presbiteri in particolare, insieme ad altre realtà (gruppi con poveri e bisognosi, con altre confessioni cristiane, giornalisti ed operatori della comunicazione, alcuni gruppi parrocchiali), hanno espresso preoccupazione per il linguaggio e la complessità di alcune domande. In alcuni gruppi è emerso il timore del giudizio circa le proprie opinioni e il sentirsi obbligati a parlare mentre in altri sono stati segnalati tempo insufficiente, rischio di interventi prolissi ed una certa artificiosità nel metodo (qualcuno diceva “non si può riconoscere l’azione dello Spirito a comando”). Ci sono stati anche coloro che hanno segnalato quanto gli incontri sinodali abbiano fatto emergere ulteriormente chiusure interne alle comunità (sfiducia tra laici e presbiteri, divisioni tra gruppi e associazioni) o la scarsa rappresentanza di specifiche categorie di persone (giovani e giovanissimi), mentre altri hanno sottolineato il rischio di un ascolto reiterato nel tempo ma sterile, incapace di mutare prassi e modelli prestabiliti. È stata anche segnalata l’inadeguatezza del materiale per alcune persone (poco fruibile soprattutto per ipovedenti). 

2.2. Sintesi dei contributi emersi sui diversi temi sinodali

2.2.1. Compagni di viaggio: l’interrogativo fondamentale

È stata la tematica maggiormente affrontata, che racchiudeva al suo interno la domanda centrale alla base della consultazione sinodale (cf. Documento Preparatorio, n. 26). Diversi gli sguardi e gli accenti degli interventi, anche alla luce della maggiore o minore appartenenza al mondo ecclesiale. Tra operatori pastorali, persone sulla soglia delle comunità e lontani, infatti, emergono comunanze e divergenze che proveremo a delineare.  

Le esperienze sinodali vissute negli ultimi anni

Le esperienze sinodali ricordate soprattutto nei gruppi più vicini al mondo ecclesiale, accompagnate dai ricordi del passato di persone più distanti, lasciano intravedere l’immagine di una diocesi abituata a camminare secondo uno stile sinodale. In questo senso, le provocazioni all’inclusione e al cammino comune, derivanti dal pontificato di papa Francesco, sembrano porsi in continuità con un percorso intrapreso già da diverso tempo, nonostante da parte di alcuni sia stata segnalata la fatica nel percepire come sinodali alcune esperienze intraprese in passato. A livello diocesano, c’è chi ha ricordato non soltanto le iniziative degli ultimi anni (il convegno diocesano in occasione del rinnovo degli organismi di partecipazione, cantieri e progetti proposti in cooperazione tra diversi uffici di curia, l’agenda diocesana, i tavoli di discernimento post-Covid) ma anche alcune scelte più lontane nel tempo (i due progetti diocesani a cavallo degli anni ‘90-2000, le visite pastorali, il tentativo di riforma della curia, l’avvio del progetto Policoro, la nascita della radio diocesana e del Consultorio, l’Istituto di Scienze Religiose) ritenute una ricchezza a disposizione dell’intera comunità diocesana, terreno fertile per la stessa consultazione sinodale. A livello zonale e parrocchiale, nonostante le fatiche segnalate in diverse realtà, sono emersi numerosi tentativi di cammino comune. Insieme agli organismi di partecipazione e alle relative commissioni di lavoro, sono state menzionate iniziative formative e caritative comuni percepite come sinodali (formazione liturgica e spirituale; formazione operatori pastorali; cammini di preparazione al matrimonio e ai sacramenti; Grest estivi; campi scuola; caritas zonali e centri d’ascolto; collaborazione con associazioni e volontariato del territorio, potenziate lungo il periodo pandemico; mense dei poveri) unite a momenti aggregativi più informali (feste parrocchiali o zonali; pranzi di condivisione). Anche i presbiteri hanno ricordato numerose esperienze sinodali formative e aggregative, più o meno vicine nel tempo. 

Una compagnia che genera accoglienza 

Si percepisce come vocazione specifica della comunità cristiana quella di considerare tutti coloro che la avvicinano come possibili compagni di viaggio, tramite l’ascolto, il dialogo e la solidarietà. È ritornata diverse volte la necessità di una cura vera delle relazioni, divenuta ancora più urgente dopo la crisi pandemica. I momenti informali e conviviali, uniti a quelli più specificamente formativi, rafforzano il senso di appartenenza e di responsabilità di ciascuno, sapendosi al servizio dell’intera comunità sotto la guida dello Spirito, superando il rischio di dispersione, di mancanza di forze (“si è sempre in pochi a dover far tutto”) e di gruppi chiusi ed elitari. Anche le tensioni e le incomprensioni, se affrontate e non nascoste, permettono di scoprire che la diversità è ricchezza possibile.  

La Chiesa: una casa che fa fatica a dialogare con tutti

L’espressione “casa per tutti”, presente nelle domande rivolte ai partecipanti, ha suscitato numerose riflessioni, da chi affermava che “la Chiesa è diventata per me come una comunità familiare, che si apre anche a chi è più lontano” a chi sosteneva invece che “la Chiesa, pur dovendo essere casa per tutti, a volte non lo è di tutti”. Le due espressioni lasciano intravedere le posizioni polarizzate dei partecipanti che, pur con debite sfumature, sembrano andare in direzioni antitetiche. Da un lato c’è chi percepisce la vicinanza e l’interesse della Chiesa alla realtà attuale, soprattutto sui temi sociali e sulle diverse forme di povertà e di fragilità, divenute più evidenti a causa della pandemia; dall’altro, invece, c’è chi la ritrova distante, dai confini netti e rigidi, poco aperta ed inclusiva, composta di pastori poco disponibili e di laici clericalizzati, divisa al suo interno ed incapace di affrontare il pluralismo delle società moderne. Una Chiesa “sorda”, la cui immagine rischia di essere quella di una istituzione che detta rigide regole comportamentali, soprattutto in alcune sfere della vita, quale quella affettiva e sessuale. Particolarmente agli occhi dei giovani e dei giovanissimi, ma anche a molti degli operatori pastorali, la comunità cristiana appare incapace di confrontarsi con la diversità, con chi ha posizioni differenti su tematiche scottanti quali eutanasia, aborto, con chi ha subito ferite nella propria storia familiare (separati e divorziati) e con le istanze derivanti dalle persone LGBT, dalle quali è percepita come intransigente e ghettizzante. I ragazzi in particolare hanno affermato che “la Chiesa deve rivoluzionare l’assetto istituzionale, includendo tutti i tipi di diversità” e hanno richiesto una libertà ed una trasparenza più coraggiose, alla luce degli scandali degli ultimi anni, da quelli economici a quelli della pedofilia e degli abusi. “Si respira aria di allontanamento e di giudizio, senza ascolto né incontro” soprattutto con chi è al di fuori del perimetro ecclesiale, quasi si parlasse ad un’anonima collettività, atteggiamento derivante, secondo alcuni, da pregiudizi radicati e difficili da rimuovere. 

Proposte emerse sul tema “Compagni di viaggio”

Assumere uno stile sinodale permanente: è emersa, nella quasi totalità delle sintesi, la necessità e il desiderio di continuare a camminare secondo lo stile sinodale messo in moto in questi mesi e negli scorsi anni. Alcuni stanno perseguendo scelte concrete, come la Caritas diocesana, che ha ipotizzato di rendere permanenti gruppi di confronto con i più bisognosi. Altre sintesi raccoglievano provocazioni e suggestioni: da quelle con le famiglie ferite che chiedevano di superare il classico dilemma “comunione sì, comunione no” seguendo la strada del discernimento e dell’inclusione; ai gruppi con presbiteri e operatori pastorali, che proponevano di rendere il metodo dei gruppi sinodali strategia permanente a disposizione delle diverse comunità; fino agli uffici di curia e al consiglio pastorale diocesano che proponevano lo stile sinodale per stimolare ad un discernimento comune, per favorire sinergie e collaborazioni, per avviare progetti e verificarne l’esito.

La necessità di formarsi per camminare insieme: da più parti è emersa la necessità di formarsi per camminare insieme, superando campanilismi e individualismi radicati. Autenticità relazionale e coinvolgimento, umiltà e dialogo, possono aiutare a superare il rischio di esclusioni e giudizi immediati, uso di slogan e “parlamentarismi divisivi”, ansie da risultato e divisioni che minano alla base le relazioni e frammentano le comunità. Al termine “formazione” le diverse sintesi hanno legato percorsi differenziati: ascolto della Parola e preghiera, tempo dedicato ad esperienze di fraternità e condivisione, guida individuale da parte di persone che sappiano ascoltare e accompagnare, nuove modalità di catechesi sia per l’Iniziazione Cristiana che per gli adulti, utilizzo di nuovi linguaggi e strumenti di comunicazione per i giovani.

Favorire corresponsabilità e cooperazione tra presbiteri e laici: il tema ritorna anche nelle sezioni successive (in particolare nel tema partecipazione e corresponsabilità); c’è chi ha scritto che per camminare insieme c’è bisogno di una nuova “equilibratura tra ministero dei presbiteri e corresponsabilità laicali”, un bilanciamento da favorire ed incentivare soprattutto all’interno degli organismi di partecipazione. 

2.2.2. Ascoltare e prendere la parola

In una delle sintesi si diceva che “per sua natura la Chiesa è chiamata ad ascoltare”, alla luce del suo rapporto inscindibile con la Scrittura e con l’azione dello Spirito, che spinge ad un discernimento costante sulla realtà, sullo stile di Cristo. Eppure, in numerosi interventi, è stato sottolineato quanto il tema dell’ascolto sia vasto e intrecciato a problematiche di più ampia portata, presenti in diverse contesti e non solo all’interno della Chiesa; un giovane diceva: “siamo tutti on-line, ma in pochi connessi”, allargando lo sguardo al mondo frastagliato della comunicazione. In tutte le sintesi che hanno preso in considerazione il tema, è chiara la consapevolezza che ascoltare profondamente, senza pregiudizi, implichi un decentramento difficile da perseguire se non scelto e maturato personalmente. Atteggiamento divenuto, ai nostri giorni, sempre più complesso ma ugualmente imprescindibile, soprattutto per cogliere istanze e bisogni di chi ci circonda, sullo stile di quelle realtà ecclesiali che cercano di praticarlo già da tempo (progetti Caritas; associazioni; Policoro). 

La percezione di una comunità cristiana che ha difficoltà ad ascoltare

Il tema sembra abbia generato una serie di domande e aperto spazi di verifica per coloro che vivono dal di dentro l’esperienza ecclesiale. Se è vero, come diceva qualcuno, che “ci stanno a cuore tutti, soprattutto i giovani e chi è più in difficoltà”, c’era anche chi scriveva che “se intendiamo la Chiesa come noi che ne facciamo parte, il più delle volte siamo fermi ad aspettare che qualcuno venga a chiederci di essere ascoltato”, quasi a segnalare una passività eccessiva. Altri affermavano che le comunità appaiono spesso “come spazi di nicchia in cui è difficile accedere”, in cui i più vicini fanno fatica ad accogliere e integrare nuovi membri e scoraggiano chi si affaccia per la prima volta. Prevalgono spesso atteggiamenti competitivi e protagonismo, responsabilità vissute con uno stile manipolativo e collaborazioni di facciata, insieme ad una certa tendenza all’emarginazione, che minano l’ascolto e l’incontro con gli altri.  

Anche in questo caso emergono posizioni polarizzate. Da molti è stata riconosciuta alle comunità cristiane una grande capacità di ascolto e di sostegno, soprattutto in momenti di grave difficoltà o con persone ferite (diversamente abili, extracomunitari, poveri e fragili). Veniva sottolineata la libertà da parte di molti di interfacciarsi con chi passa dalla parrocchia anche per poco e la presenza di accompagnatori (soprattutto alcuni consacrati) veramente capaci di ascoltare. Gli stessi gruppi sinodali sono stati concepiti come un segno di questa capacità, anche se qualcuno provocatoriamente sottolineava “arrivano con decenni di ritardo”.  

In molte altre sintesi, tuttavia, è stato sottolineato quanto sia “particolarmente diffusa l’idea che, nel contesto delle parrocchie, sia difficile ascoltare e prendere la parola (...) a causa di pregiudizi diffusi verso chi non frequenta e di una marcata distanza dalla realtà”. Soprattutto coloro che sono distanti non si sentono ascoltati ma giudicati, quasi mancasse la disponibilità e il desiderio di un incontro. In molti, a causa dei silenzi assordanti su tante questioni e dei rifiuti reiterati nel tempo, “hanno perso fiducia nell’istituzione e preferiscono forme di rapporto diretto con Dio pur di non frequentare gli ambienti ecclesiali”. I giovanissimi, insieme ad alcuni operatori pastorali, sottolineavano la mancanza di canali sufficienti attraverso i quali esprimere la propria opinione nel contesto ecclesiale e l’assenza di strumenti utili per intercettare i bisogni specifici delle persone. Gli stessi ragazzi, confusi dall’atteggiamento poco credibile di molti adulti, denunciano forme di stereotipi e pregiudizi verso separati, divorziati, conviventi ed omosessuali che allontanano dalle comunità; ed anche il rischio di un ascolto dei bisognosi “più di facciata che sostanziale: è più facile per la Chiesa predicare cliché buonisti che ascoltare realmente le persone”.  

Proposte emerse sul tema “Ascoltare e prendere la parola” 

Formare preti e laici all’ascoltoin molti hanno sottolineato la necessità di avviare percorsi di formazione che possano abilitare all’ascolto delle diverse istanze che vengono dalla base. Risulta essenziale fornire, a tutti indistintamente, un ascolto vero e autentico. C’era anche chi usava l’immagine dello “sportello di ascolto” o della “linea telefonica preferenziale” (sul modello degli interventi emergenziali), come strumenti utili per intercettare la realtà. 

Il tema del linguaggio e della comunicazione: al tema dell’ascolto e della possibilità di prendere la parola, diverse sintesi hanno connesso quello del linguaggio e della comunicazione. Molti evidenziavano “la fatica della Chiesa a comunicare sé stessa all’esterno, a rendere fruibili contenuti di fede divenuti poco comprensibili per la sensibilità attuale”. Di grande aiuto ed estremamente necessario sarebbe l’utilizzo di forme più moderne di comunicazione, creative e inclusive, elemento sottolineato in particolare dai giovani. 

All’ascolto seguano scelte e prassi concrete: in molti affermavano la necessità che all’ascolto seguano maggiori aperture e prassi differenti, per una Chiesa più inclusiva, che sappia creare alleanze, “scendendo dal piedistallo” e superando il rischio di una consultazione sterile.  

2.2.3. Celebrare 

In diverse sintesi è stata sottolineata l’importanza della dimensione celebrativa nella vita cristiana, nonostante le fatiche e gli allontanamenti registrati nel periodo pandemico. “Si tratta di momenti essenziali della vita di una comunità”, in cui il canto, la gestualità, i sensi e i riti assumono una profonda valenza formativa, che incuriosisce anche coloro che professano altre fedi o appartengono ad altre confessioni cristiane. Le celebrazioni liturgiche sono ritenute occasioni sia per pregare insieme come fratelli e sorelle, che per incontrare, specie in certe circostanze (sacramenti, funerali, etc.), persone che non frequentano abitualmente.             

Alcuni nodi 

Dagli interventi emergono alcuni nodi attorno ai quali si concentravano molte delle riflessioni: 

il delicato equilibrio nell’arte celebrativa: evitare da un lato la superficialità, dall’altro il rigorismo rubricistico. C’è chi nota cura e attenzione ma anche molti altri che sottolineano ritualismi sterili, macchinosità, parole o abiti liturgici eccessivamente ricercati, forme devozionali lontane dalla realtà;

- la questione del linguaggio e della comunicazione: diverse sintesi hanno sottolineato un linguaggio poco aderente alla realtà, poco incisivo, con forme espressive non coinvolgenti e di difficile comprensione, a volte tendenti ad un pensiero magico-superstizioso; 

lo scollamento tra preghiera, liturgia e prassi: c’era chi scriveva che da alcuni “le attività in Chiesa sono ritenute di serie A mentre quelle in oratorio di serie B” ed anche chi sottolineava quanto la vita concreta e quotidiana faccia fatica a passare all’interno della preghiera comunitaria; 

la cura dell’omelia come punto di forza: l’importanza dell’omelia è colta tanto da chi partecipa sporadicamente (“una parola di conforto in momenti difficili o di passaggio”) quanto dagli operatori pastorali, alla ricerca di parole che conducano ad “un’attenta introspezione che smaschera, modella ed interroga”. Viene apprezzata la comunicatività di alcuni presbiteri, ma emerge spesso dalle sintesi la fatica di seguire omelie lunghe, noiose, incomprensibili e disincarnate. 

Proposte emerse sul tema “Celebrare”

L’apertura di una riflessione sui nuovi linguaggi e i mezzi di comunicazione, comparsi in particolare durante la pandemia, considerati allo stesso tempo strumenti utili, efficaci ed inclusivi per avvicinare la gente alla ricchezza della liturgia ma non esenti da rischi e pericoli. 

La possibilità di un accesso più immediato alla comprensione dei segni e del linguaggio rituale, desiderio espresso in forme e modalità differenti: preparazione di operatori liturgici qualificati, di guide che sostengano la comprensione dei riti; sostegno per le assemblee, perché siano maggiormente partecipate; formazione all’ars celebrandi dei presbiteri; cura dell’animazione liturgica; omelie meno dispersive, più comprensibili e coinvolgenti, che intreccino Parola e vita. 

Una riflessione approfondita sulla ministerialità laicale, alla luce delle ultime decisioni di papa Francesco, sia tramite la lettera apostolica Antiquum Ministerium sul ministero del catechista sia attraverso la lettera apostolica in forma di Motu Proprio Spiritus Domini, sull’accesso delle donne ai ministeri del lettorato e dell’accolitato.

2.2.4. Partecipazione e corresponsabilità 

È ritornata spesso una domanda nelle sintesi, espressione di una ricerca interna da parte delle stesse comunità: chi partecipa effettivamente oggi alla vita ecclesiale? Se la maggior parte delle persone non si affaccia all’interno delle comunità per diverse motivazioni (indifferenza, distanza, delusioni, giudizio percepito, orari differenti dalla vita ordinaria), altri, già operatori pastorali e collaboratori, si sono allontanati proprio nell’ultimo periodo. In maniera lapidaria veniva riportato: “sempre meno persone sono propense ad assumere incarichi pastorali o ad espletare un servizio in parrocchia”.

Lo stato di salute degli organismi di partecipazione 

Nella diocesi sono presenti i consigli pastorali in ogni parrocchia e zona pastorale, almeno formalmente, insieme a quello diocesano. Ognuno di questi organismi presenta delle specificità ma sembrano emergere difficoltà comuni: anzitutto il rischio di una tendenza “parroco-centrica”, di un clericalismo che non conduce ad un coinvolgimento effettivo nelle decisioni (“tanto alla fine decide il parroco”) e stimola tanto la dinamica della delega quanto la mancanza di motivazione dei membri; tra gli organismi, quelli zonali appaiono più sporadici e meno radicati (“ci si riduce allo sterile confronto tra calendari parrocchiali differenti”); non sempre i vari consigli sono percepiti come funzionali alla crescita delle comunità né tantomeno appaiono in grado di intercettare chi è sulla soglia; le questioni poste all’ordine del giorno sono prevalentemente di tipo pratico e organizzativo, non finalizzate al discernimento pastorale né tantomeno affrontate in tempi adeguati; manca conoscenza e condivisione tra i membri di una comunità. 

Lo stile sinodale per promuovere un’effettiva corresponsabilità 

Molti auspicano un coinvolgimento diretto ed effettivo nelle scelte comunitarie, che sviluppi appartenenza e cammini condivisi, senza che responsabilità e attività siano affidate a pochi (“sempre i soliti...”) o che le decisioni siano prese semplicemente dall’alto. Alla sensazione di improvvisazione e alla mancanza di una progettualità concreta, segnalata in diverse sintesi, pare rispondere come soluzione l’effettiva assunzione di uno stile sinodale, come sperimentato nei gruppi, che può divenire “elemento costitutivo per una maggiore corresponsabilità all’interno degli stessi organi di partecipazione”. È stato evidenziato, in particolare, come la stessa identità dei consigli sia quella di luoghi in cui ci si eserciti in un discernimento comunitario, pur con funzioni e responsabilità diverse, per stimolare una missionarietà laicale adulta e consapevole. 

Il tema dell’autorità e il rapporto con la comunità 

Come accennato in precedenza, qualche disagio all’interno delle sintesi sembra crearlo la parola stessa “autorità”. Viene riconosciuta l’importanza di una guida nella chiesa, che diriga e organizzi le competenze e i doni di ciascuno, ma allo stesso tempo, emergono il fenomeno e il rischio dell’autoritarismo, di decisioni verticistiche, soprattutto da parte dei presbiteri (“la ministerialità, quando non condivisa, si espone all’abuso”), che spesso tengono a puntualizzare la natura consultiva degli stessi organismi di partecipazione, in senso riduttivistico. L’autorità nella Chiesa non andrebbe “intesa come potere, quanto piuttosto come credibilità riconosciuta e come autenticità nella testimonianza” in relazione alla specifica comunità di appartenenza.  

Proposte emerse sul tema “Partecipazione e corresponsabilità”

Riflessione sull’autorità nella Chiesa: senza il timore del dialogo e del confronto, è stato proposto in diverse riflessioni di riscoprire il legame tra organismi di partecipazione, comunità e presbiteri. 

Il metodo della progettazione condivisa: in molti hanno sottolineato quanto lo sviluppo della corresponsabilità passi attraverso un’informazione chiara, pratiche di ascolto condivise, partecipazione consapevole alle scelte e verifica costante delle attività, elementi propri dello stile sinodale sperimentato nei gruppi.  Apprendendo da forme di partecipazione extra-ecclesiale, anche tramite i new media, si dovrebbe tendere ad una valorizzazione mirata dei consigli e ad una crescita della sinergia progettuale e di una pastorale integrata (tra realtà differenti di una comunità, tra parrocchie, tra zone, tra uffici di curia).  

La ministerialità laicale: si avverte l’esigenza di una più marcata promozione dei ministeri dei laici, con scelte oculate rispetto ai talenti e alle competenze dei singoli, e con la presenza più incisiva delle donne.

2.2.5. Dialogare nella Chiesa e nella società 

“Siamo Chiesa, per questo siamo chiamati a dialogare”. Il dialogo, ritenuto vocazione ecclesiale specifica, è “un’arte fondamentale per attraversare e superare divergenze e conflitti”, proprio come evidenziato dall’esperienza dei gruppi sinodali. Secondo alcuni, la stessa vita ecclesiale obbliga implicitamente al dialogo (tra laici e presbiteri, tra comunità diverse, tra chiesa locale e territorio) anche se, ai più, la comunità cristiana appare lenta e irrigidita, incapace di porsi in cammino alla pari con tutti, di attivare forme di collaborazione con autenticità e stile accogliente. Alcuni dicevano che “se c’è una parte di chiesa giovane e aperta, ce n’è un’altra chiusa e tradizionalista, che fa perdere di credibilità per la sua arroganza e per le forme estreme di giudizio”. Dalle sintesi emergeva lo stesso quadro composito, costituito da buone prassi e nodi critici da affrontare. 

Buone prassi in atto

Secondo diverse sintesi, le comunità cristiane sono ancora punti di riferimento sul territorio (qualcuno usava l’immagine del faro). Diverse sinergie sono già attive e riconosciute come molto positive, sia internamente (organismi di partecipazione, forme di collaborazione tra comunità diverse, Caritas zonali e parrocchiali, percorsi formativi) sia esternamente (con associazioni di volontariato, specie durante la pandemia, con le istituzioni, con realtà che valorizzano il patrimonio artistico e culturale del territorio). Anche a livello universale, la Chiesa tutta, specie dai giovani, è percepita come un’istituzione influente nel tessuto sociale, capace di fornire il proprio contributo per “risolvere situazioni di disagio e di conflitto attraverso le vie della diplomazia e del dialogo”, per sostenere la lotta contro ogni ingiustizia e per la salvaguardia del creato. 

Dialogare tenendo conto della complessità delle relazioni

In molti hanno evidenziato le difficoltà per la Chiesa di dialogare, non solo a causa delle fatiche relazionali respirate in diversi contesti, ma anche per questioni interne alle comunità. Relazioni incrinate, individualismi, immaturità che portano a pettegolezzi e chiacchiericci, tensioni e divergenze non affrontate o risolte sulla base di presunti diritti autoritari rendono l’intero ambiente ecclesiale poco credibile e autentico agli occhi dei “lontani”. I quali, a loro volta, percepiscono da parte della Chiesa un linguaggio distante dalla realtà e incapace di raggiungere il tessuto sociale, forme devozionali decontestualizzate, un’incapacità radicale di porsi in relazione coi giovani e coi temi delicati su cui cercano risposte, la mancanza di specializzazione e di competenza nell’evangelizzazione a fronte di una realtà sempre più professionalizzata, una scarsa rappresentanza e passione politica (diceva qualcuno: “sintomo di una disaffezione all’impegno in prima linea”) e la difficoltà di porsi in relazione con le storie singole di chi si affaccia nei suoi spazi. 

Proposte emerse sul tema “Dialogare nella Chiesa e nella società”

Potenziare il dialogo interno alle comunità: in continuità con il camminare insieme, molte sintesi hanno segnalato la necessità di attivare spazi di dialogo interni alle realtà ecclesiali, superando barriere, rivalità e campanilismi ormai desueti, con il coraggio di mettere a tema questioni morali e bioetiche che interessano molti fedeli vicini alla stessa comunità. 

Il rapporto con la società, la politica e la cultura: molti interventi, anche da parte dei lontani, proponevano l’immagine di una Chiesa inserita coraggiosamente nelle sfide della società, che riallaccia legami coi mondi della cultura, della politica, della formazione, che si fa interprete di bisogni e attese di persone senza voce, di cristiani di altre confessioni o di altre fedi, rappresentata politicamente da laici adulti e consapevoli. 

Maggiori investimenti nell’ambito della comunicazione: molte delle sfide si giocano in rete e la comunità cristiana ha bisogno di abitare questo mondo, potenziando il dialogo con gli stessi operatori del settore. 

2.2.6. Discernere e decidere 

Gli interventi sul tema, soprattutto da parte di operatori pastorali e persone più vicine alla comunità, fanno emergeresituazioni molto diversificate. A comunità che segnalano una crescita nell’esperienza del discernimento comunitario e una trasparenza positiva nei processi decisionali, anche a livello zonale, fanno seguito situazioni complesse, in cui si ricontra mancanza di comunicazione, di coinvolgimento e di trasparenza (anche su scelte economiche), scelte già predisposte e solo ratificate dagli organismi di partecipazione, frammentazione e delega superficiale (“le cose sono sempre affidate a pochi, gli stessi, con la conseguenza di sentirsi esclusi e poco interessati alle dinamiche comunitarie”). Diversi hanno accennato alla fatica del discernere e decidere a livello più ampio rispetto alla sola comunità parrocchiale, segnalando delusioni per decisioni prese in comune in una zona e non rispettate. 

Proposte emerse sul tema “Discernere e decidere”

Ridurre le iniziative, porsi maggiormente in ascolto: in alcune sintesi veniva denunciato l’approccio metodologico del fare ad ogni costo, del riempire ogni vuoto presente nelle agende. Diversi sottolineavano l’esigenza di porsi prima in ascolto della realtà, di rallentare i ritmi, di rispondere alle esigenze più che imporre il proprio quadro teorico tramite le iniziative. 

Cura nella preparazione dei membri degli organismi di partecipazione: in diversi interventi è stata sottolineata la necessità di una preparazione previa dei laici e dei presbiteri inseriti all’interno dei diversi consigli. Veniva sottolineato quanto il delicato processo di ascolto dei bisogni di una comunità e di un territorio, la rilettura alla luce del Vangelo e le dimensioni tecniche del funzionamento di un consiglio (preparazione di un o.d.g., ascolto e dialogo, discernimento e scelte concrete, funzionamento di gruppo) esigano preparazione, crescita personale, ricambio generazionale e formazione. 

Scegliere decisamente la trasparenza: soprattutto i più giovani denunciavano quanto la trasparenza non sembri ancora una priorità della Chiesa. Tanto in campo economico (ad esempio, “tracciabilità dei fondi dell’8x1000”) quanto in quello giudiziario (“nessuna inchiesta indipendente sugli abusi in Italia”) la Chiesa viene percepita, attraverso gli esempi emersi, come in uno stato di chiusura difensiva. 

La formazione delle guide del discernimento: appare necessaria, secondo alcuni, una riflessione sulla formazione stessa dei presbiteri, spesso incapaci di camminare insieme, di scelte ‘collegiali’, di rispetto dei collaboratori laici. 

3. CONCLUSIONI: I PROSSIMI PASSI PER IL DISCERNIMENTO

A conclusione di questa sintesi presentiamo alcuni punti che servano come indicazione per i prossimi passi del cammino sinodale. Volutamente non ci concentriamo su aspetti positivi emersi dall’ascolto, poiché ci sembra che i prossimi passi da fare debbano riprendere i nodi e le criticità che necessitano di ulteriore approfondimento e discernimento ecclesiale, finalizzato alla conversione sinodale della Chiesa. 

3.1. Sinodalità fino in fondo

Lo stile sinodale dell’ascolto e del dialogo, dello scambio in una cornice ordinata ed evitando discussioni e sovrapposizioni, è stato visto da moltissimi dei partecipanti come un’esperienza spiritualmente profonda e pastoralmente efficace di vita comunitaria, come un processo che potrà realmente mettere in moto missionario la Chiesa e dal quale la Chiesa stessa potrà apprendere e ascoltare meglio la voce dello Spirito Santo. Forte è emerso il desiderio di continuare su questa strada sinodale e farla diventare la via ordinaria per esercitare l’autorità in modo partecipato e condiviso, per progettare e realizzare insieme, per crescere nell’ascolto della vita delle persone, della storia e della volontà di Dio. 

In questo senso lo stile sinodale è stato interpretato come un dono ma anche un compito, un impegno da portare avanti. Non sono mancate infatti le difficoltà: è stato riconosciuto che nonostante i tentativi fatti in passato siamo ancora ai primi passi; sia presbiteri che fedeli laici non avvertono questo stile sinodale come qualcosa di acquisito ma ancora da imparare. La strada appare lunga e non di rado sono emersi scetticismo e timori che anche questo ulteriore inizio di rinnovamento non porti a cambiamenti di prassi, linguaggi, metodi, norme e usi ecclesiali di cui si avverte la inadeguatezza dinanzi all’odierna sfida missionaria. Pertanto una questione sulla quale appare necessario soffermarsi ancora sarà come portare effettivamente fino alla fine il processo di discernimento sinodale; cioè come all’ascolto diffuso debbano seguire realmente approfondimento, scelte e verifica dell’intero processo, con franchezza e trasparenza. Questa appare la prima sfida da affrontare per non deludere le speranze e le attese di tanti che hanno creduto e partecipato a questo ascolto sinodale.

3.2. Muri di gomma e soffitti di cristallo

Sebbene sia messo in luce l’apporto positivo che la Chiesa oggi offre nei confronti della società e la generale vicinanza delle parrocchie ai problemi del territorio, emerge in maniera chiara una diffusa percezione che la Chiesa soffra un distacco dalla realtà che la circonda, che cioè si sia resa impermeabile ai cambiamenti e alle sollecitazioni che le vengono dall’esterno: lo sviluppo del ruolo delle donne nella società, i cambiamenti che riguardano la sfera affettiva e familiare, le rivoluzioni nel campo della comunicazione digitale, etc. Soprattutto tra i giovani ma anche nell’ascolto degli operatori pastorali e dei cosiddetti “vicini” emerge quasi sempre la percezione che la Chiesa non integri, non accolga sufficientemente o addirittura escluda alcune persone; in maniera preponderante vengono citati divorziati/separati, famiglie da seconde unioni, persone LGBT e coppie omosessuali. La caduta di questi muri e il superamento di questi confini che appaiono invalicabili è sembrata possibile, soprattutto tra i cosiddetti “lontani”, grazie a questo invito all’ascolto da parte della Chiesa attraverso il Sinodo. Sembra necessario continuare con l’ascolto, la riflessione teologica/scientifica e il discernimento ecclesiale nella modalità sinodale sperimentata su questi temi e anche con queste persone, senza dimenticare altre categorie menzionate e riscoperte in questo processo (p.e. gli immigrati presenti sul territorio, gli anziani soli, i giovani lontani dalla comunità, etc.) per abbattere muri e superare confini, spesso invisibili ma non per questo meno reali.

3.3. Ministri ordinati e ministerialità più ampia

Un nodo emerso a partire dalle domande del sinodo si concentra sul ministero dei presbiteri. Dai gruppi sinodali, oltre al riconoscimento del servizio di tanti sacerdoti che sono stati credibili “compagni di viaggio” e promotori di esperienze sinodali, emergono diverse criticità in ordine alla loro capacità di condurre processi decisionali condivisi e di favorire il discernimento comunitario; si evidenziano fenomeni e pericoli di clericalismo e verticismo nella guida delle comunità e poca capacità di lavorare in maniera sinodale non solo con i laici nella propria comunità, ma ancora più spesso tra confratelli (tra uffici, tra parrocchie nella stessa zona, etc.). Queste difficoltà “relazionali” dei sacerdoti vengono evidenziate dagli stessi presbiteri che hanno partecipato ai gruppi: stanchezza, delusioni e scoraggiamento emergono insieme ad un desiderio maggiore di fraternità e comunione. C’è tra i presbiteri un desiderio di apertura alla novità dello Spirito ma anche una necessità di essere più coinvolti nelle scelte pastorali e di esercitare in maniera adulta la loro “responsabilità personale”, pena il non condividere queste scelte e poi di fatto non sposarle; anche a questo livello emerge, quindi, il desiderio di discernimento e decisione comune.  

Le criticità sul ministero ordinato sono parallele alle domande emerse dai gruppi circa la valorizzazione dei carismi e dei ministeri dei laici e in particolare delle donne; per esempio attraverso l’implementazione dei ministeri di recente istituzione ma anche nella partecipazione responsabile dei laici ai processi decisionali intra-ecclesiali, nell’esercizio della loro “adultità” nella fede sia dentro la Chiesa che nella società. 

Sia per i presbiteri che per gli operatori pastorali laici viene posta dai partecipanti la questione di rinnovare la formazione, secondo alcune direzioni che emergono: l’attenzione alla maturità della relazione con Cristo e con i fratelli, al prepararsi a vivere la fraternità e la paternità spirituale, a gestire il passaggio a livello personale e comunitario da una fede e da una prassi “per tradizione” - che ripete il “si è sempre fatto così” e si arrocca nei “campanilismi” - ad una fede autentica che si apre all’esercizio di un ministero missionario, allargato, condiviso e aperto alla partecipazione degli altri.

3.4. Le ferite della pandemia

Dai gruppi sinodali sono emerse come evidenti le ferite che sul tessuto parrocchiale stanno lasciando questi anni di pandemia; in realtà queste ferite sono state spesso interpretate come conseguenze di una crisi ecclesiale che era cominciata da prima: stanchezza degli operatori pastorali e dei presbiteri, allontanamento delle famiglie e dei giovani, crescente individualismo e poca disponibilità a mettersi a servizio della comunità, etc. Non sono mancate le segnalazioni di come questo periodo abbia aperto nuove opportunità e creato esempi di una rete più ampia a servizio dei poveri e degli ultimi, nella quale la Chiesa ha un ruolo importante; oppure esempi in cui si stanno registrando ritorni e riavvicinamenti alla vita comunitaria. Tuttavia emergono con evidenza le diverse ferite che questo tempo lascia al tessuto ecclesiale, alle sue attività liturgiche e catechistiche, e con esse la necessità di rinnovare tante proposte pastorali: da una liturgia più capace di integrare e raggiungere la vita delle persone, ad una Iniziazione Cristiana di bambini e ragazzi che sappia coinvolgere di più le famiglie, a proposte di catechesi degli adulti e di pastorale giovanile e familiare che adottino i linguaggi e assumano i bisogni dell’oggi. Comprendere queste ferite e intercettare questi auspici di rinnovamento appare una chiara direzione per il futuro indicata dall’ascolto sinodale.

Questo rinnovamento pastorale non potrà non tenere in conto anche le difficoltà economiche e sociali in cui questa crisi sta lasciando tante persone, per esempio le famiglie con difficoltà di occupazione o con figli disabili; anche da queste ferite la Chiesa è avvertita come chiamata in causa nella sua missione evangelizzatrice.

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