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Sicurezza: “Non deve vincere la narrazione della paura e della diffidenza”, di Gualtiero Bassetti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 19/02/2020 09:55
È un inganno demagogico e pericoloso far credere che la divisione offra garanzie: l’interdipendenza dei popoli, infatti, non è una scelta ideologica “buonista”, è un dato di realtà che va gestito»…

Intervista al cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) con La Stampa alla vigilia dell’incontro “Mediterraneo frontiera di pace”, da lui stesso fortemente voluto e organizzato, che si svolgerà a Bari da oggi a domenica e sarà concluso da papa Francesco con la celebrazione della Messa.

Non deve vincere «la narrazione della paura e della diffidenza». Davvero «si può pensare di lasciare alla deriva e senza assistenza una donna incinta, o un malato, o un bambino?». È l’appello sul tema sicurezza che lancia in un convegno di riflessione e spiritualità tra i vescovi cattolici dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Eminenza, perché ha voluto così fortemente questo incontro dei vescovi del Mediterraneo? Qual è stata la scintilla? C’è stato un episodio in particolare?

«L’incontro di Bari è una profezia che parte da lontano, per la precisione dal 1958, quando Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, inaugurò proprio nella sua città i “Colloqui mediterranei”. La Pira, un mistico prestato alla politica, pose a scopo di quei colloqui il “cooperare alla costruzione della pace nel Mediterraneo e nel mondo”. In quello sguardo presago, che vedeva già allora con chiarezza il ruolo del Mare Nostrum, il mare della “triplice famiglia di Abramo”, risiede dunque la scintilla, l’origine spirituale e culturale dell’Incontro che si svolgerà dal 19 al 23 febbraio. Sessant’anni dopo la visione profetica di La Pira, questo evento non nasce per accendere una luce solo su un contesto geografico, ma vuole essere il cantiere di un sentiero di pace».

Perché il Mediterraneo? In che senso è “frontiera di pace”?

«Oggi parlare della Siria, del Libano o della Turchia, non significa far riferimento solo al Medio Oriente ma anche all’Europa e all’Africa. In altre parole, equivale a ragionare del mondo intero, scegliendo come angolo prospettico il Mediterraneo. Ovvero, un crocevia straordinario di popoli e culture, da sempre rischiarato dalla luce di Cristo, minato dalle tante crisi che lo attraversano, a partire dallo squilibrio economico che troppo spesso moltiplica le diseguaglianze e alimenta divisioni e odi sociali. Lo vediamo nei terribili frutti avvelenati di questa situazione: guerre, povertà, fughe disperate. Pensiamo a quelle migliaia di uomini, donne e bambini che hanno perso tutto e si trovano a fronteggiare la morte: o nei conflitti dei loro Paesi, o attraversando il Mediterraneo per sfuggirvi. La pace, come sappiamo, non è soltanto assenza di guerra ma impegno indefesso a promuovere la dignità della persona umana. E noi chiediamo che anche oggi, mentre con angoscia il Santo Padre non smette di denunciare che è in corso una “terza guerra mondiale a pezzi”, la speranza illumini i cuori dei popoli mediterranei e li apra alla fratellanza».

Papa Francesco lo ha approvato in modo evidente, e infatti verrà a concludere il summit. Che cosa Le ha detto quando Lei gliene ha parlato? 

«Il Papa auspica che su questo incontro si possa costruire un futuro tangibile rispetto alle istanze proposte, che si diano “gambe” alle idee, che si vada oltre le dichiarazioni d’intenti e ci sia un riflesso autentico per le Chiese e i popoli del Mediterraneo. Sappiamo che i vescovi che si riuniranno per confrontarsi con stile sinodale sui grandi problemi della regione hanno a cuore il Mediterraneo concreto e non un sogno di Mediterraneo. Mi sento quindi di dire che, in comunione con il Papa, l’Incontro di Bari fonda su tre robuste fondamenta: vescovi, sinodalità e concretezza».

Quali sono gli obiettivi dal punto di vista religioso? Il dialogo tra fedi sarà un tema? E il futuro del cristianesimo?

«Non ci troviamo di fronte ad un grande convegno scientifico-culturale e non è neanche una conferenza in cui si sperimentano nuove forme di dialogo interreligioso. Si tratta, invece, di qualcosa di diverso e di speciale, per molti aspetti unico, che racchiude sicuramente anche aspetti culturali e religiosi, ma che rimanda, soprattutto, al nostro modo più autentico di vivere e di essere Chiesa. Prima di tutto, è un incontro di vescovi, ovvero dei padri della fede, dei pastori del gregge, che rispecchiano quella Chiesa mediterranea che rappresenta il cuore pulsante della storia primigenia del cristianesimo. In secondo luogo, è un incontro basato sull’ascolto e sul discernimento comunitario, che permetterà di valorizzare appieno il metodo sinodale e cercherà di compiere un piccolo passo verso la promozione di una cultura del dialogo e la costruzione della pace in Europa e in tutto il bacino del Mediterraneo».

E dal punto di vista politico? Che tipo di messaggio spera che emerga? 

«L’ho detto e lo ripeto: non è un incontro politico, ma pastorale. È un incontro di vescovi che hanno a cuore il futuro e il destino dei propri Paesi, consapevoli che tutto ciò che può provocare storture richiede intervento profetico. È necessario comprendere, a tutti i livelli, che non c’è Europa senza Mediterraneo e non c’è Mediterraneo senza Europa. Non ci potrà mai essere un’Europa stabilmente in pace, senza pace nel Mediterraneo. Il Mediterraneo unisce e divide i popoli rivieraschi, unisce e divide il mondo. La storia dell’Europa moderna ci dice che quando il Mediterraneo è usato per dividere, i poveri – a qualsiasi riva appartengano – finiscono per soffrirne. È un inganno demagogico e pericoloso far credere che la divisione offra garanzie: l’interdipendenza dei popoli, infatti, non è una scelta ideologica “buonista”, è un dato di realtà che va gestito».

Il ministro dell’Interno Lamorgese ha annunciato le possibili modifiche ai decreti sicurezza, che raccoglierebbero i rilievi del presidente della Repubblica. I punti principali sono la reintroduzione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, seppure stringendo le maglie: saranno concessi ad alcune categorie in stato di necessità, come le donne incinte o persone con disagio psichico; e l’abbassamento delle multe per chi soccorre in mare i migranti. Lei che cosa ne pensa? Quali sono i criteri da seguire in questo ambito?

«Non possiamo far sì che vinca la narrazione della paura e della diffidenza. Accogliere e integrare realmente e con tutti i mezzi a disposizione chi fugge da guerre, povertà, persecuzioni, è più di un motivo umanitario, è un modello di umanità. È un impegno che ci interpella nel profondo e che non può restare solo una bella dichiarazione di principio. Dobbiamo chiederci: per cosa vogliamo essere ricordati dalle generazioni future? Per l’umanità o l’inumanità? Per questo è importante e necessario ripartire dalle persone, da chi si trova ad affrontare situazioni che noi non riusciamo neanche ad immaginare. Davvero si può pensare di lasciare alla deriva e senza assistenza una donna incinta, o un malato, o un bambino? Quale terribile morbo d’indifferenza ci ha contagiato se non riconosciamo più una verità evidente: chi è in difficoltà va aiutato al meglio. Non importa da dove arrivi o di che colore abbia la pelle, importa che siano messe in campo tutte le misure necessarie per evitare che sia sospinto verso la marginalità e l’irregolarità, situazioni che facilitano lo scivolamento verso lo sfruttamento e la delinquenza e favoriscono l’ostilità da parte dei cittadini, alimentando un circolo vizioso che rischia di non aver fine».

https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2020/02/18/news/sicurezza-bassetti-non-deve-vincere-la-narrazione-della-paura-e-della-diffidenza-1.38481529

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