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Siamo tutti condannati all'utopia, di Marc Augè

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 13:41
Si potrebbe ipotizzare che il rifiuto di pensare come un tutt’uno il problema dell’economia e quello dell’educazione sia la causa profonda dei nostri fallimenti in entrambi i campi. Dissociarli significa infatti cedere alla grande tentazione postmoderna: rifiutare di porsi la questione delle finalità. Nelle situazioni di povertà che viviamo oggi è inevitabile che la priorità venga data agli obiettivi a breve termine e ai modi di raggiungerli (aiuti d’emergenza, piani sociali, formazione professionale permanente). Ma...

Si potrebbe ipotizzare che il rifiuto di pensare come un tutt’uno il problema dell’economia e quello dell’educazione sia la causa profonda dei nostri fallimenti in entrambi i campi. Dissociarli significa infatti cedere alla grande tentazione postmoderna: rifiutare di porsi la questione delle finalità. Nelle situazioni di povertà che viviamo oggi è inevitabile che la priorità venga data agli obiettivi a breve termine e ai modi di raggiungerli (aiuti d’emergenza, piani sociali, formazione professionale permanente). Ma nel contempo si passa sotto silenzio la questione del sapere in vista di cosa si lavora o si studia.

È considerata una sorta di lusso, un sogno da intellettuali idealisti a beneficio di altri sognatori, un sogno che bisogna in fretta dimenticare per ripiegare prontamente sugli obiettivi a breve termine. Come in altri ambiti, il problema dei fini ultimi è abbandonato alle divagazioni talvolta letali dei fanatici e dei folli.

La conseguenza non è da poco. Nel momento in cui si invocano requisiti di redditività per giustificare i ridimensionamenti che provocano un calo del potere d’acquisto, a sua volta causa del rallentamento della crescita (è uno dei circoli viziosi del capitalismo nella sua fase attuale), le politiche educative sono sempre meno orientate all’acquisizione del sapere in sé e per sé. Tale orientamento si sviluppa con sempre maggior rapidità e, negli ambienti «economicamente svantaggiati», per riprendere un eufemismo corrente, i bambini hanno una possibilità alquanto scarsa se non nulla di accedere a determinati tipi di insegnamento. I sociologi hanno potuto notare come, in un Paese quale la Francia, il sistema educativo tenda oggi non a diminuire bensì a riprodurre le disuguaglianze sociali. Certo, noi viviamo nell’epoca dell’apertura dell’insegnamento superiore alle masse, ma il tasso di fallimento nei primi due anni è considerevole. L’apertura delle università a tutti, inoltre, è ufficialmente considerata come un mutamento della loro vocazione: le si invita a rispondere anzitutto ai bisogni del mercato del lavoro.

Forse un giorno ci ricorderemo che non v’è altra finalità per gli uomini sulla Terra se non l’imparare a conoscersi e a conoscere l’universo che li circonda – compito infinito che li definisce come umanità alla quale e della quale ciascuno di essi è partecipe. La conoscenza è l’unico modo di conciliare le tre dimensioni dell’uomo: individuale, culturale e generica.
Non è irragionevole pensare che, se decidiamo di sacrificare tutto all’istruzione, alla ricerca e alla scienza, facendo investimenti massicci e senza precedenti, nel settore dell’insegnamento a ogni livello, avremo più occupazione e maggior prosperità. L’ideale della conoscenza non ha bisogno di disuguaglianze sociali o economiche ma, all’opposto, tali disuguaglianze sono fattori di stagnazione, sono ostacoli, una notevole dispersione di energia, un attentato al potenziale intellettuale dell’umanità. È certo, invece, che lasciare aumentare lo scarto tra i più istruiti e i non istruiti significa aggravare irrimediabilmente l’impoverimento della stragrande maggioranza.

Questa idea ha un che di utopico, è vero, perché le politiche reali sono ben lungi dal muoversi in quella direzione, e perché assistiamo ogni giorno alle follie causate dal settarismo e dall’ignoranza. Tuttavia, obbligandoci a porre nuovamente la questione dei fini, l’utopia può aiutarci a definire un programma. In fondo, quali individui mortali, siamo tutti condannati all’utopia. In vista di cosa viviamo? Malgrado la forma interrogativa, questa domanda è l’unica risposta - risposta critica, risposta di crisi - che si possa dare a coloro che pretendono di gestire la nostra vita quotidiana e al contempo di incaricarsi del nostro avvenire.

Dunque come si profila oggi questo avvenire? È probabile che la crisi firmi l’atto di morte dell’ultimo «grande racconto», per citare l’espressione di Lyotard. L’ultimo grande racconto è il grande racconto liberale per il quale Fukuyama ha azzardato la definizione di «fine della storia». La fine della storia consisteva nella constatazione di un presunto accordo unanime sulla forma definitiva di governo degli uomini. Questa forma definitiva si riassumeva nella combinazione di democrazia rappresentativa e mercato liberale. Ma non è vero che ci stiamo muovendo verso la democrazia universale così concepita. Nel mondo delle reti globalizzate, la competenza scientifica, il potere economico e il potere politico si concentrano in pochi punti nodali. Ciò che comparirà, che è già comparso, all’orizzonte delle nostre aspettative, non è una democrazia diffusa su tutta la Terra bensì un’oligarchia planetaria dominata da tutti coloro che sono in qualche modo collegati alla sfera del potere politico, scientifico ed economico, mantenuto e riprodotto dalla massa degli utilizzatori passivi quali sono i consumatori costretti al dovere di consumare, ma anche dalla massa sconfinata di tutti gli esclusi dal sapere e dai consumi. L’esistenza di tre sfere sociali, con tutte le loro tensioni e contraddizioni interne, e l’enormità del divario che cresce tra esse, in un universo socio-economico in espansione, contrastano con le dimensioni limitate del pianeta: ecco cosa la crisi ci ha manifestamente rivelato o confermato.

A forza di ignorare il tempo, a forza di cullarci nell’illusione di un eterno presente, come ci incita a fare la molteplicità dei messaggi e delle immagini istantanee o la metafora delle stagioni, ricorrenti in ambito politico, sportivo, letterario e in altri settori, rischiamo di scoprire un giorno che i problemi attuali non erano che le premesse di uno sconvolgimento più radicale. Ho parlato di tre sfere sociali, ma il termine «classe», nel linguaggio del secolo scorso, o, meglio ancora, quello di «Stato», nel linguaggio del XVIII secolo, sarebbero più appropriati. Questi termini hanno comunque il vantaggio di rammentarci che, su qualunque continente ci si trovi, noi viviamo anzitutto un ridimensionamento al quale il nostro sguardo non si è ancora abituato e di cui la crisi è una delle conseguenze.

L’utopia di domani ha, perlomeno, trovato la sua collocazione: il pianeta in quanto tale. Non possiamo ancora sapere se sarà per il meglio o per il peggio, se l’utopia nera dell’oligarchia planetaria si compirà, come sembra stia per accadere, oppure se, in seguito a un capovolgimento storico imprevisto, forse grazie a qualche importante scoperta scientifica, si delineeranno nuove convergenze tra il pensiero dell’universale e l’azione politica.

di Marc Augè, da La Stampa, 14.03.2014

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/siamo-tutti-condannati-allutopia/, 14.03.2014

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