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"Siamo ancora un Paese provinciale", di Aldo Cazzullo

creato da Denj — ultima modifica 14/09/2015 19:04
Intervistando Laura Boldrini, neo presidente della Camera

«Mio padre era un cattolico conservatore. Non aveva apprezzato le aperture del Concilio. Ogni sera ci faceva recitare il rosario in latino. Non era contento neppure che io fossi negli scout: non apprezzava la dimensione solidale del cattolicesimo, gli interessava la spiritualità, la teologia. In casa si ascoltava solo musica classica. Spesso faceva citazioni in greco e in latino. Quando dopo la maturità gli ho detto che partivo per il Venezuela, a lavorare in una “finca de arroz”, una fattoria dove si coltivava il riso, non mi ha più parlato per otto anni. Fino a quando non si ammalò…”.

Laura Boldrini, può raccontarci chi è la nuova presidente della Camera?
«I miei sono di Matelica, il paese di Enrico Mattei. Io sono nata a Macerata e cresciuta nella campagna fuori Jesi, in contrada Monte Cappone. Ho quattro fratelli: Andrea che è pittore, Lucia che se n’è andata all’improvviso per una malattia, Ugo, segretario comunale, ed Enrico. Il più piccolo è nato con una grave forma di autismo, e i miei genitori hanno dedicato il resto della loro vita a lui. Anche noi fratelli ce ne occupavamo, anche per difenderlo dai suoi coetanei: i bambini sanno essere crudeli. Ho cominciato allora a sentire la responsabilità per i più deboli».

Lei ha avuto una formazione cattolica quindi. 
«Sì, eravamo “coccinelle”, e la figura centrale è stata don Attilio. Ci portava in campeggio. E ci insegnava il rispetto e l’amore per gli ultimi».

Dove ha studiato? 
«Andavo a scuola a piedi, lungo una stradina, fino a una casetta dove c’erano due aule, una al piano terra per l’estate, una sotto il tetto per l’inverno. C’erano due classi: una accorpava la prima e la seconda, l’altra la terza, la quarta e la quinta. Di maestra però ce n’era una sola. Così facevamo i turni, mattina o pomeriggio».

O ti innamori della campagna e della vita serena, o scappi. 
«Io scappai. Ed entrai in urto con mio padre. Volevo fare Scienze politiche, lui mi impose Giurisprudenza. Ma pretendeva che restassi nelle Marche, a Camerino. Invece sono andata a Roma. Per sei mesi studiavo, per sei mesi giravo il mondo».

A partire dal Venezuela. 
«Era il 1980, l’America Latina non era sempre un posto tranquillo. Mio padre cercò di fermarmi, io insistetti. Dopo il periodo di lavoro, percorsi tutta l’America Centrale in autobus, fino a New York. Fu un impatto fortissimo: il Sud del mondo, la consapevolezza che esistono altre dimesioni, altre culture».

A 28 anni lei era in Rai. 
«Sempre e solo contratti a termine. Un’azienda fondamentale per la crescita del nostro Paese. Ora dovrebbe lavorare di più per aprirlo al mondo».

Come sono gli italiani che ha incontrato all’estero? 
«Ci sono quelli aperti, curiosi, cittadini del mondo di cui non si parla mai: ricercatori, operatori umanitari, piccoli imprenditori. E ci sono gli italiani all’estero che si comportano come se fossero in Italia, non si calano nella realtà del posto, non si chiedono come vivono e quanto guadagnano i camerieri che li servono: non li vedono proprio, come se fossero trasparenti».

Lei si è occupata per una vita dei migranti. Ha capito che cosa li spinge ad affrontare umiliazioni, vessazioni, anche la morte, pur di venire da noi? Solo il bisogno? 
«Ci sono coloro che sfuggono alla guerra, alle persecuzioni e alla privazione della libertà. Sono i richiedenti asilo, e hanno diritto di essere accolti. Respingerli in mare è contrario alla Convenzione di Ginevra del 1951 firmata dall’Italia. Queste persone devono essere identificate: chi ha bisogno di protezione deve poterla chiedere».

Guardi che pure il centrosinistra quand’è stato al governo ha accettato la politica dei respingimenti. 
«I respingimenti sono previsti dal nostro ordinamento, ma con garanzie: l’avvenuta identificazione delle persone e il fatto che non chiedano asilo. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati si è battuto contro la politica del ministro Maroni perché li attuava indiscriminatamente in alto mare, senza permettere nemmeno di accertare chi avesse diritto e chi no. Una politica che infatti nel 2012 ha portato alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo».

Non tutti i migranti sono perseguitati. Non teme la “guerra tra poveri” che sta scoppiando nelle periferie italiane per la casa, il lavoro, il letto in ospedale? 
«L’immigrazione va regolata, gestita, non subita. Ma non va neppure vissuta come una minaccia. Abitiamo un mondo globale, in cui circolano liberamente i capitali, le merci e le informazioni. I migranti sono l’elemento umano della globalizzazione, l’avanguardia del mondo futuro. Presto sarà normale nascere in un Paese, crescere in un altro, lavorare in un altro ancora. Non dobbiamo avere paura di questo. Dobbiamo aprirci al futuro. Siamo ancora un Paese provinciale. Gli italiani parlano poco le lingue. I media trascurano quanto accade all’estero. Invece dobbiamo occuparcene. Perché ci riguarda. Perché le decisioni si prendono sempre meno dentro i confini nazionali e sempre di più in Europa e negli organismi multilaterali».

Perché allora ha deciso di fare politica in Italia? 
«Ero in un centro di “Medici del mondo” in Grecia, e notavo che la metà delle persone in fila per essere visitate non erano stranieri ma greci disoccupati, anziani che avevano perso il diritto all’assistenza pubblica. La politica che la trojka europea ha imposto ha creato sofferenze e umiliazioni. E con i greci era in fila un nero dal volto tumefatto, con altri africani che gli dicevano di smettere di piangere: “Ti hanno pestato ma cosa vuoi che sia, è normale, a me è successo tre volte, a lui quattro…”».

Cos’era accaduto? 
«Aggressioni mirate. Di notte, ma anche in pieno giorno. Gruppi di teppisti xenofobi puntano un nero e lo massacrano. Ci rendiamo conto di come abbiamo ridotto il Paese da cui è nata la nostra civiltà? Mentre facevo queste riflessioni mi ha chiamato Nichi Vendola. Ha ascoltato il mio sfogo. Poi dopo dieci minuti mi ha fatto: “Anch’io ho qualcosa da dirti. Ti andrebbe di candidarti con Sel?”».

Com’è il suo nuovo lavoro? 
«Non me l’aspettavo. Una sorpresa assoluta. Ero preoccupata: pensavo fosse giusto affidarsi a una persona esperta, non a me, che non sono mai stata iscritta a nessun partito. Ora mi rendo conto che può essere un vantaggio. Non ricevo pressioni da nessuno. Non mi dispiacerebbe a volte ricevere almeno qualche consiglio…».

Con Grasso avete concordato un taglio dei vostri stipendi del 30%, poi lui è salito al 50. Com’è andata? 
«Anche io ho dimezzato le voci su cui potevo intervenire senza che occorresse una legge. La politica dei tagli è doverosa. Cerco di renderla sostenibile, per evitare che si inceppi la macchina. Noi dobbiamo fare sì che i cittadini si innamorino delle istituzioni. Per questo dobbiamo renderle amabili. E credibili. L’Italia in questi anni ha perso proprio questo: la credibilità».

Si riferisce a Berlusconi? 
«Diciamo che negli ultimi tempi l’Italia è uscita dai confini per cose non molto edificanti. Vorrei un’Italia che fa notizia per il buon governo, per la buona politica».

Come si trova con la destra in Parlamento? Con i leghisti, per esempio? 
«Nessun problema. Giorgetti, il capogruppo, dimostra senso di responsabilità. Anche con Caparini, che è nell’ufficio di presidenza, si lavora bene. La gran parte delle prime decisioni le abbiamo prese pressoché all’unanimità».

Compreso il Pdl? 
«Compreso il Pdl».

E i grillini come li trova? 
«Molti sono portatori di una carica di cambiamento in cui ci si può riconoscere».

Già si parla di lei come candidata alle primarie del centrosinistra per scegliere il prossimo candidato a Palazzo Chigi. 
«Non ci penso proprio. Per il momento bado solo a far bene il mio lavoro».

Cosa pensa di Renzi? 
«Non lo conosco». Mi pare un po’ fredda. «Diciamo che rappresenta una parte del Pd».

Si è poi riconciliata con suo padre? 
«Dopo otto anni in cui lui diceva a mia madre “ti spiace chiedere a tua figlia…” e io rispondevo “ti spiace chiedere a tuo marito…”, la tensione si è allentata. Lui era un uomo molto caparbio, e io non sono da meno. Tutto è cambiato con la nascita di mia figlia, Anastasia. Mio padre si è sciolto, e attraverso l’affetto per lei ha ritrovato il rapporto con me. Ma quando si è ammalato, sulla sedia a rotelle, io ho perso tempo, occasioni per recuperare il rapporto. Fino a quando, due anni fa, in pochi terribili mesi ho perso lui, mia madre che non ha retto al colpo, la sorella di mia madre e mia sorella Lucia. Un dolore che ti piega, ma nello stesso tempo ti rende più forte».

 

fonte: www.corriere.it/sette, 10.04.2013

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