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Sentenza Ilva, ultimo monito per una svolta del siderurgico in chiave ambientale, di Luigi Mastrodonato

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 02/06/2021 09:36
La vicenda dell'ex stabilimento si chiude con tante lezioni, la prima da imparare è che non c'è più tempo da perdere: a Taranto come negli altri stabilimenti, l'industria va rifondata…

Ci sono voluti oltre cinque anni di processo, centinaia di udienze, un fiume di testimoni. E alla fine è arrivata la sentenza più attesa e importante d’Italia, quella che doveva rispondere alla domanda se le migliaia di decessi e malattie, anche tra i bambini, di Taranto sono stati un’allucinazione collettiva o se lo stabilimento dell’ex Ilva sia stato per anni una macchina di inquinamento. Ha prevalso questa seconda linea, quella dell’accusa. Nel complesso sono stati comminati oltre 300 anni di carcere a dirigenti, responsabili d’area, consulenti e politici – da sottolineare in particolare i 22 e 20 anni di condanna a Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dello stabilimento. E si è così certificato, anche se per ora solo in primo grado, che l’Ilva è stata una fabbrica di morte e disastro ambientale.

La sentenza è storica anche se non definitiva, perché produce un precedente importante: fare attività industriale in Italia mettendo il ritorno economico e il volano occupazionale davanti all’impatto sanitario e ambientale non è lecito. Sembrerebbe un’ovvietà ma non lo è, siccome il paese è invaso da tante esperienze simili, alcune finite sotto ai riflettori e che hanno portato ad altrettante condanne, altre che proseguono silenti nella loro attività nociva grazie a una cultura d’impresa che non accetta alternative. La battaglia giudiziaria non si è chiusa, ci sono ancora tanti aspetti da chiarire ed è normale pensare che l’offensiva della difesa, che per ora ne è uscita sconfitta in toto, sarà molto aggressiva nei prossimi dibattimenti.

Intanto però la palla passa allo stato, visto che a Taranto ma anche in tanti altri centri industriali italiani si continua a morire. Chiudere a doppia mandata gli stabilimenti dell’ex Ilva significa lasciare a casa 10mila persone, che infatti vivono il processo giudiziario con sentimenti contrastanti perché da una parte ben accolgono l’incriminazione di chi non ha tutelato la loro salute, dall’altra temono che questo possa trasformarsi in un boomerang per la loro occupazione. Serve allora ripensare la produzione d’acciaio in città, dare concretezza a quella svolta green in chiave decarbonizzazione che viene annunciata da anni ma che stenta a decollare. C’è da bonificare un’area ambientalmente distrutta da decenni di inquinamento, ma anche da imporre un nuovo modello sostenibile dove parole come gas, idrogeno e simili diventino protagoniste.

La sentenza di primo grado delle scorse ore, il riconoscimento ufficiale (almeno per ora) che si è sbagliato tutto quello che si poteva sbagliare a Taranto, è un assist etico-morale oltre che giudiziario a fare in fretta per cambiare le cose, che arriva nel momento migliore possibile, quello in cui l’Italia si appresta a essere investita da una pioggia di miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che proprio nella transizione ecologica ed energetica ha uno dei suoi pilastri. Nel documento non si parla direttamente dell’ex Ilva ma si fa riferimento alla decarbonizzazione del siderurgico in generale, l’argomento dunque c’è anche se come hanno denunciato le organizzazioni ambientaliste trova troppa poca rilevanza, nel senso che mancano obiettivi e strategie ben definiti, trattasi solo di previsioni generiche. Altre risorse potranno poi arrivare da un altro strumento europeo, quel Just Transition Fund che finanzia l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili nelle regioni europee che più ne dipendono e che dunque non potrà non prevedere investimenti, nella parte italiana, nell’ex Ilva.

Non c’è più tempo da perdere a Taranto e nelle altre capitali dell’inquinamento italiane, per inaugurare un nuovo corso industriale in chiave green. La politica per troppi anni è stata a guardare e la sentenza di primo grado della Corte d’Assise della città pugliese ha incriminato anche membri delle istituzioni, condannando questo atteggiamento. La pronuncia storica sull’ex Ilva, i miliardi in procinto di arrivare da Bruxelles, sono l’ultimo treno per un cambio di paradigma che è atteso da troppo tempo e che non si può non prendere.

https://www.wired.it/attualita/ambiente/2021/06/01/ilva-taranto-sentenza-industria-chiave-green/

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