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Sei proposte di legge sul lobbying: nessuna di Lega e M5S, di Salvatore Papa

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 09/04/2019 09:22
Parli di lobby e spuntano i cattivi: armi, petrolio e gioco d’azzardo…

Eppure i lobbisti si “nascondono” anche in settori insospettabili come tutela dell’ambiente, dei diritti civili e della salute. Sembrano però dimenticarsene spesso i media e i politici stessi, che all’occorrenza trovano in questa magica parola il bersaglio perfetto e il colpevole di promesse elettorali mancate.

Cerchiamo allora di recuperare un po’ di neutralità e di fare chiarezza: lobbying non è altro che l’attività di rappresentanza degli interessi particolari nel processo decisionale. Un’attività legittima che va semplicemente regolamentata, attraverso una legge nazionale che consenta a tutti gli interessi di essere egualmente rappresentati.

Attualmente però il quadro normativo è molto frammentato. La Camera da quasi due anni si è dotata di un registro pubblico dei lobbisti, che ne regola l’accesso alle stanze di Montecitorio, assente però al Senato. Esistono poi le iniziative di singoli Ministri che negli anni hanno istituito registri e agende per la trasparenza, poi però puntualmente disattesi dai loro successori. È accaduto per esempio al Ministero della Funzione pubblica dove Giulia Bongiorno non ha mantenuto gli impegni presi dal suo predecessore Marianna Madia.

Urge quindi un provvedimento che consenta, una volta per tutte, di portare trasparenza in questo settore e di democratizzare i processi decisionali, migliorando la nostra democrazia. Lo chiediamo dal 2016 con la nostra campagna #OcchiAperti, che delinea i 5 punti fondamentali necessari per avere una legge efficace sul lobbying:

1. Registro pubblico obbligatorio dei portatori di interessi

2. Agenda pubblica degli incontri

3. Consultazioni degli stakeholder

4. Legislative footprint, ovvero l’elenco dei contributi che l’hanno resa possibile, di tutti i portatori di interesse interpellati o che hanno fornito documentazione utile al dibattito legislativo.

5. Quadro sanzionatorio efficace

Se vi state chiedendo quanto i nostri parlamentari si sono dimostrati aperti alle nostre proposte, ecco la risposta.

Sono sei i disegni di legge presentati in questa legislatura: cinque a firma PD e uno del Partito Socialista Italiano. Non si registrano iniziative da parte dei parlamentari esponenti delle forze di Governo, ovvero Lega e Movimento 5 Stelle.

La proposta dell'ex Ministro Madia

Il disegno di legge della ex Ministra Madia si concentra esclusivamente su rapporti dei portatori di interesse con i membri del Governo e i dirigenti delle amministrazioni statali. Propone l’istituzione del registro della trasparenza presso la Presidenza del Consiglio dei ministri e l’agenda degli incontri presso ogni ministero. Prospetta inoltre sanzioni tra i 10.000 e i 100.000 euro per chi svolge l’attività di rappresentanza senza essere iscritto, mentre chi non rispetta gli obblighi derivanti dall’iscrizione andrebbe incontro a sospensione o, nei casi più gravi, alla cancellazione dallo stesso.

Se venisse approvato, permetterebbe di uniformare le iniziative frammentate dei singoli ministeri ma non sarebbe sufficiente a regolamentare la rappresentanza di interessi nel suo complesso.

Il disegno di legge del socialista Nencini

Il Senatore Nencini propone invece un registro dei portatori di interessi gestito da un comitato di esperti creato ad hoc, a cui sarebbe affidato il compito di imporre sanzioni ai trasgressori delle norme che regolano il funzionamento del registro. 

I requisiti di iscrizione al registro della trasparenza

L’iscrizione al registro sarebbe aperta solo a chi rispetta certe condizioni: avere una laurea specialistica o avere già svolto l’attività di rappresentanza per un periodo di due anni. Portechiuse per i condannati contro la personalità dello Stato e della Pubblica Amministrazione, oppure per chi ha dichiarato fallimento. Ad un codice deontologico andrebbe il compito di stabilire le modalità di comportamento che gli iscritti devono seguire.

Revolving doors e cooling off, cosa sono?

Il ddl disciplina anche il fenomeno delle revolving doors (porte girevoli), ossia il passaggio dei politici o dei dipendenti e funzionari pubblici ad incarichi nel settore privato. Infatti ai decisori pubblici, ai dipendenti e a chi detiene incarichi nella PA sarebbe vietata l’iscrizione nel registro per i due anni successivi alla cessazione dell’incarico (cosiddetto periodo di “cooling off”). Mentre l’iscrizione è sempre esclusa per i giornalisti parlamentari e i dirigenti di partito.

Le attività e la consultazione dei rappresentanti di interesse

La proposta Nencini descrive inoltre le attività consentite per i lobbisti: presentare studi, ricerche, accedere alle sedi istituzionali e acquisire documentazione. Di tutte queste attività poi i portatori di interesse dovrebbero presentare una relazione ad un organo competente.

Ma il ddl non si ferma qui: prevede e descrive puntualmente come consultare tutti i portatori di interesse sulle proposte di legge che vengono avanzate dai parlamentari e dal Governo. La consultazione dovrebbe essere accessibile a tutti i soggetti iscritti al registro attraverso il sito internet del comitato incaricato di vigilare sul rispetto delle norme di trasparenza (“Struttura di missione”) e rimanere online per almeno venti giorni.

Tutte le leggi approvate dovrebbero poi essere accompagnate da una relazione in grado di evidenziare quali portatori di interesse hanno contribuito alla sua approvazione e formulazione. Un modo per risalire con facilità alla paternità di un provvedimento e verificare se sono state interpellate effettivamente una pluralità di voci.

Le sanzioni

Pesanti sono poi le sanzioni. Il mancato rispetto della procedura di consultazione o dell’invio della relazione annuale è punito, a seconda della gravità, con l’ammonizione, la censura, la sospensione e la cancellazione dal Registro. Mentre la falsità delle informazioni fornite al momento dell’iscrizione o nella relazione annuale è punita con una sanzione da 50.000 a 250.000 euro.

Le proposte di legge del Partito Democratico

Le altre quattro proposte di legge, tutte molto simili tra loro, sono di iniziativa di parlamentari del Partito Democratico. Una alla Camera a prima firma Fregolent, tre al Senato a firma Misiani, Valente e Verducci.

In tutte le proposte PD l’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) ha ruolo di controllo sul registro, il compito di definire il codice deontologico e di sanzionare i lobbisti che non rispettano le regole.

I requisiti di iscrizione e revolving door

I requisiti di iscrizione nel registro sono poi identici alla proposta Nencini. È anche previsto un periodo di cooling off per chi passa dal settore pubblico a quello privato, che varia da un anno nella proposta Fregolent, ai due anni delle altre. Mentre, in ogni caso, è vietata l’iscrizione per i giornalisti.

Le attività e la consultazione dei rappresentanti di interesse

I rappresentanti di interesse hanno l’obbligo di trasmettere all’ANAC la relazione annuale sull’attività svolta e possono presentare studi, ricerche o analisi ai decisori pubblici.

Non sono chiarite invece le modalità di svolgimento delle consultazioni sulle proposte di legge: è semplicemente sancito “il divieto per il decisore pubblico di rifiutarsi di conoscere le proposte dei rappresentanti di interesse”. Una formulazione oscura che non spiega in che modo quindi queste proposte dovrebbero essere effettivamente ascoltate e consultate dai decisori pubblici.

Sotto questo aspetto le proposte PD ci sembrano più deboli, dato che non definiscono efficacemente in che modo i portatori di interesse possono partecipare al processo decisionale.

Le sanzioni 

Per chi svolge l’attività di rappresentanza senza iscrizione le proposte del PD prevedono una sanzione che va da 10.000 a 100.000 euro. Sanzioni “reputazionali” sono invece previste in caso di mancato rispetto degli obblighi del registro, quali la censura, la sospensione e nei casi più gravi la cancellazione. Se si forniscono, invece, informazioni false o mendaci la sanzione va da 5.000 a 50.000 euro ed è accompagnata da una sanzione reputazionale.

La nostra valutazione

Abbiamo visto nel dettaglio le proposte di legge presentate in questa legislatura e quanto rispondono alle richieste della campagna #OcchiAperti.

Di quella di Nencini apprezziamo la scelta di definire dettagliatamente la procedura di consultazione dei portatori di interesse. Strumento fondamentale per l’apertura del processo decisionale a una moltitudine di soggetti finora esclusi. 

Delle proposte del PD condividiamo la scelta di affidare a un’Autorità indipendente quale l’ANAC un compito centrale nel processo di riforma della rappresentanza di interessi.

Ci dispiace invece non conoscere il punto di visto delle forze di Governo sul tema e notare una mancanza di proposte legislative in questo senso. Per questo continueremo, insieme a migliaia di cittadini che hanno firmato la nostra petizione, a chiedere più trasparenza e un maggiore equilibrio degli interessi che intervengono nel processo decisionale. Tutto questo a favore della qualità delle nostre leggi. 

https://www.riparteilfuturo.it/blog/articoli/sei-proposte-di-legge-sul-lobbying-nessuna-di-lega-e-m5s

Ue, 11.800 lobby per influenzare Commissione e parlamentari. I casi di corruzione, di Milena Gabanelli e Luigi Offeddu

Bruxelles supera Washington e si consacra capitale mondiale del lobbismo: sono 11.801 i gruppi di pressione elencati nel Registro della Trasparenza istituito dalla Commissione Europea. A Bruxelles si fanno le leggi che riguardano 508 milioni di cittadini e le lobby lavorano perché non contrastino gli interessi delle imprese e associazioni che rappresentano: industrie, aziende private, grandi studi legali, ma anche sindacati, ong, associazioni di consumatori.

Da Google a Eni ad Altroconsumo: quanto spendono?

Ai primi posti nella classifica ci sono il Cefic o Consiglio delle industrie chimiche europee (12 milioni di spese minime dichiarate nel 2018), Google (6 milioni nel 2017), Microsoft (5 milioni) BusinessEurope (la Confindustria europea, 4 milioni). C’è anche Huawei, il colosso cinese della telefonia, 2.190.000 di costi dichiarati nel 2017.

Fra i singoli Paesi, l’Italia, con 841 lobby, è al quinto posto dopo il Belgio (dove ovviamente si registrano molti gruppi stranieri), la Germania, la Gran Bretagna, la Francia. Fra le principali, per costi minimi dichiarati, troviamo: Altroconsumo (5 milioni di euro), Enel (2 milioni), Eni (1.250.000), Confindustria (900.000). Tutti insieme, i quasi dodicimila gruppi di pressione di Bruxelles spendono circa 1,5 miliardi all’anno. A che cosa servono? A mantenere uffici e personale, a fare convegni e campagne d’opinione in diversi Paesi. O a comprare voti, leggi, e figure delle istituzioni, questo è il dubbio spesso evocato.

Cosa fa il lobbista

Il lavoro del lobbista è quello di contattare commissari ed eurodeputati trasmettendo loro idee per emendare questa o quella norma. Commissari e deputati, a loro volta, hanno bisogno di confrontarsi per sapere quanto e come incidono le direttive nei vari settori dell’impresa e della società. Un’attività legale quindi, purché avvenga alla luce del sole. Infatti ci sono delle transenne: se vuoi incontrare un commissario europeo, per esempio, devi essere iscritto nel Registro della Trasparenza. Ma il problema dei controlli resta: «Mentre la Commissione obbliga i lobbisti a registrarsi prima che qualsiasi incontro possa aver luogo – spiega Raphael Kergueno, del sito Integrity Watch legato a Transparency International –, esercitare il lobbismo con gli eurodeputati e i delegati nazionali al Consiglio resta invece un’attività largamente non regolata. Solo quando il registro coprirà tutte e tre le istituzioni potremo verificare i comportamenti di coloro che a Bruxelles prendono le decisioni politiche».

Il lobbismo soft

Ci sono tanti modi per fare lobbismo, e a Bruxelles bisogna esserci, altrimenti ci sono solo gli «altri». L’ong Altroconsumo ha scritto nel 2018 agli eurodeputati italiani, chiedendo loro alcuni emendamenti a una proposta di direttiva sulle vendite a distanza. Si voleva che anche ai beni digitali fossero estese ampie garanzie contro i difetti di funzionamento, e così è stato. Sempre Altroconsumo ha influenzato le direttive Ue contro l’impiego degli antibiotici negli allevamenti intensivi. Slow Food ha fatto sentire la sua voce nelle direttive sugli Ogm. Altronsumo dichiara di essere finanziata al 98,08 % da quote e abbonamenti degli associati. Slow Food, costi minimi di 800.000 euro per il 2017, riceve sovvenzioni Ue per 730.285 euro, e il contributo degli aderenti di 816.331 euro.

A volte basta modificare un verbo

Il lobbismo delle imprese è più aggressivo. Di norma, ogni proposta di legge raccoglie in Parlamento 50-100 emendamenti, ma a volte sono molti di più e in questi casi possono infilarsi quelli proposti, o scritti direttamente, dai lobbisti e ricopiati pari pari dai deputati.

Quando si discusse l’ultima riforma della politica agricola, gli emendamenti furono 8.000. Per la direttiva che avrebbe dovuto regolare meglio gli hedge fund, i fondi di investimento a rischio, ne piovvero 1600: secondo fonti ufficiose metà erano stati scritti direttamente dai lobbisti della finanza. Anno 2013, direttiva sulla protezione dei dati personali firmata dalla commissaria Ue Viviane Reding, che parlerà poi di «lobbying feroce». Un esempio: l’articolo 35 del testo originale della direttiva dice: «il controllore e il processore (di certi dati personali, ndr) devono designare un responsabile della protezione…». La lobby della Camera di Commercio americana chiede che al «devono» si sostituisca un più morbido «possono». Il deputato conservatore inglese Sjjad Karim rilancia: nel suo emendamento, accolto, si legge «dovrebbero». La differenza fra «dovrebbero» e «devono» non è banale: sparisce l’obbligo tassativo.

La guerra del copyright

L’ultima guerra fra le lobby è scoppiata intorno alla direttiva sul copyright, appena approvata dall’Europarlamento. Da una parte Google e gli altri giganti dell’high tech, dall’altra musicisti, editori, giornalisti e le società che raccolgono i loro diritti d’autore, schierate contro il «no» allo sfruttamento gratuito sul web di opere che hanno diritto a un copyright. Dal novembre 2014 agli inizi del 2019 si sono avuti 765 incontri fra lobbisti e Commissione, nei cui verbali compare la parola «copyright». Google ha avuto 3 incontri al mese per tutto il 2018 con i vertici della Commissione (e le associazioni per i diritti d’autore ancora di più). In estate i deputati Verdi sono stati bombardati da tremila e-mail pro o contro le nuove norme. Virginie Rozière, deputata favorevole, ne ha ricevuto 400 mila, tutte contrarie. Alla fine la direttiva ha disposto che i giganti dell’high tech (nonostante le pesantissime pressioni) ora debbano chiedere le autorizzazioni, pagare autori ed editori, e intervenire sulle violazioni dei diritti.

Norme su emissioni, plastica e farmaci: grande via vai

Un’altra guerra è stata quella accesa dalle norme sulla plastica monouso. Il Cefic, l’ombrello delle industrie chimiche (oggi schierato contro la plastica), nel 2010 dichiara 6 milioni di costi di lobbying, che nel 2018 diventano 12. Nel frattempo, dal dicembre 2014 al febbraio 2019, ottiene 80 incontri con la Commissione Europea, più o meno uno ogni 23 giorni. Significa che questa è una lobby influente, ascoltata.

Poi c’è il pianeta di «Big Pharma». Secondo un rapporto del 2015, le lobby dei farmaci spendono tutte insieme 40 milioni di euro. Questi investimenti riguarderebbero anche le decisioni sui diritti di proprietà o i delicati test sui farmaci. Altro settore caldo è quello dell’automobile. Le spese delle sue lobby a Bruxelles sono passate dai 7,6 milioni del 2011 ai 20,2 milioni nel 2014. Indizio per azzardare un perché: nel 2013 si discutevano le norme Ue sulle emissioni di co2 delle auto, nel 2014 quelle sull’ossido d’azoto.

I casi di corruzione

L’attività delle lobby è per sua natura opaca e il panorama non è sempre tutto bianco o tutto nero. A volte è proprio nero. Novembre 2010-marzo 2011, due giornalisti del «Sunday Times» con telecamera nascosta si presentano come lobbisti a Ernst Strasser, capogruppo del partito popolare austriaco: «Vorremmo cambiare una direttiva, ci aiuta?». Lui accetta, loro pubblicano tutto. Strasser finirà in carcere per corruzione. Come l’eurodeputato sloveno Zoran Thaler e il romeno Adrian Severin, incastrati dalla stessa telecamera. Stessa disponibilità: 100 mila euro a colpo. Un anno dopo, ottobre 2012, il commissario Ue alla salute, il maltese John Dalli, viene cacciato per i suoi legami con un lobbista del tabacco. Per aggiustare una direttiva Ue c’erano in ballo 60 milioni.

 

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/ue-lobby-commissione-parlamento-bruxelles-corruzione/547560ca-57d7-11e9-9553-f00a7f633280-va.shtml

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