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Se la logica del Grande Fratello risucchia anche la politica, di Gabriella Cotta

creato da Denj — ultima modifica 15/09/2015 10:21
Si scopre e si ammette di tutto, rifiutando il giudizio negativo

 

​Bisogna prenderne atto: l’incalzare di scandali sempre più rovinosi in diverse parti del Paese distrugge non solo la percezione che i cittadini hanno della politica, ma erode l’immagine stessa dell’Italia. E diventa inevitabile chiedersi come mai la politica italiana sia arrivata a un tale livello di autodistruttività.
Il recente esempio del Lazio dimostra che certe pratiche dei gruppi politici non obbediscono neppure più a una logica autoconservativa: è evidente infatti che, prima o poi, un bilancio come quello della Regione che aveva tra i suoi "eletti" Franco Fiorito non poteva nascondere più, nelle sue pur molte e compiacenti pieghe, uscite ingiustificate o comunque ingiustificabili per diversi milioni di euro.

Che cosa spinge dunque tanti nostri politici a "suicidarsi", sia pure con una gradevole indigestione di ostriche? Rispondere a questa domanda ci può far comprender qualche cosa di più non solo del mistero di contraddizioni della politica italiana, ma, soprattutto, della deriva culturale nella quale ci dibattiamo, che non permette vie d’uscita se non viene decrittata. La disonestà e la corruzione diventate – per tanti – regola, suscitano riprovazioni sempre più forti che non toccano, tuttavia, la questione principale: l’arroganza con cui questi politici trovano giustificazioni alle proprie azioni. L’escalation è veramente significativa: dalla scusa di aver ricevuto benefici malgré soi, senza neppure sapere di averli ricevuti si è arrivati ora alla esplicita ammissione dell’uso privato di soldi pubblici, rifiutando tuttavia il giudizio negativo che ne dovrebbe discendere.

Uso i soldi pubblici per mio interesse personale, ma non sono un ladro: questa è l’ultima frontiera della disonestà, che, nella sua esemplarità, ci aiuta a comprendere che cosa sia accaduto. In questa affermazione, infatti, si manifesta in tutta la sua volgarità il trionfo della logica del "grande fratello", inteso come programma televisivo e non nel senso orwelliano. Di Orwell e del suo pensiero, infatti, questa logica rappresenta il rovesciamento completo, in qualche modo complementare e necessario, la vendetta definitiva del sorvegliato dall'occhio del potere. Questi, infatti, con una incredibile capriola, è riuscito a impadronirsi dell’occhio che lo sorveglia e a piegarlo al proprio fine: quello di dimostrare a tutti l’esistenza – e la persistenza – trionfante della propria nullità politica.

Ma come è stato possibile un rovesciamento così radicale di prospettive, dai pericoli ventilati da Orwell al "successo" di una politica che esercita un potere destrutturato, senza confini etici, ingombrante, autoreferenziale? Come si è potuti passare dall'aspirazione alla liberazione del genere umano – con tutti i tragici risultati cui ha dato luogo – alla liberazione brutale del desiderio, alla cui realizzazione si finalizza l’uso spregiudicato del potere? La martellante opera di decostruzione del reale, primo fra tutti il soggetto umano nella sua struttura relazionale, di cui una cultura proclamatisi "progressista" si è fatta per decenni persino violenta sostenitrice (chi non la pensa come me è antidemocratico, impositivo, autoritario…) sta mostrando i suoi frutti. Frutti che, tragicamente, coinvolgono porzioni sempre maggiori di popolazione.

Che cosa resta dell’individuo umano che si è continuato a destrutturare, sciogliendolo nella classe, nella società, nei condizionamenti dell’educazione, nelle logiche del potere, nella pura biologicità, per esaltarlo finalmente nella sua singola, trionfante diversità, se non la pura affermazione di sé e del proprio desiderio-capriccio?

L’identificarsi nel desiderio, tuttavia, consegna l’uomo di oggi – e non solo i politici – alla mutevolezza, all'insignificanza, alla solitudine, alla logica di potenza come unico mezzo per prevalere sul desiderio altrui, come già Hobbes insegnava. Fino a quando non riusciremo a ripensare l’individuo umano come dotato di una sua consistenza ontologica permanente i cui tratti salienti sono l’insopprimibile apertura alla trascendenza e la strutturale relazionalità, il tema del bene comune risuonerà come uno stanco richiamo senza contenuti capaci di orientare la politica. E questa continuerà a presentarci i piatti indigesti e costosi che sempre più spesso ci offre.


Fonte: www.avvenire.it, 19.10.2012

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