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Se il mondo non affronta l’emergenza climatica, di  Mauro Magatti

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 12/12/2019 08:35
La crisi ecologica mette in evidenza i limiti della cultura contemporanea, costruita sull’idea dell’interesse particolare (a livello individuale e nazionale)…

Nell’aprire la conferenza sul clima di Madrid, il Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres ha detto che non c’è più tempo da perdere: la sfida per evitare conseguenze disastrose non è più rinviabile. A capo di una istituzione che non ha alcun potere reale, Guterres non poteva fare altro che esercitare la moralsuasion per cercare di spingere un po’ più avanti la consapevolezza circa la necessità di modificare il nostro modello di sviluppo. Davvero poco, rispetto alle sfide da affrontare.

Nonostante il crescente successo della parola «sostenibilità», in molti ambienti continua a prevalere l’opinione che l’insistenza unilaterale sui temi ambientali sia un po’ naive. La realtà é complessa, si dice, e non si può immaginare di intervenire senza tener conto dell’intreccio, per molti aspetti inestricabile, su cui si regge il mondo contemporaneo. Considerazione vera, ma ahimè pericolosa, specie se diventa alibi per l’inerzia.

Non a caso, chi si sta davvero mobilitando oggi sono gli adolescenti: quasi a dire che per trovare uno sguardo dissonante rispetto all’ordine delle cose in cui tutti siamo immersi occorre risalire molto indietro nell’età, tra coloro che sono ancora ai margini del nostro mondo sociale. La facile ironia nei confronti di Greta Thunberg — fragile portavoce simbolo dei movimenti di protesta — sottovaluta proprio questo punto. La sensazione è che il mondo sia destinato a un disastro annunciato. L’effettiva capacità di mettere mano a ciò che potrebbe cambiare il corso degli eventi rimane infatti assai modesta. Perché?

Se si guarda al modo in cui le nostre società funzionano, due sono gli ostacoli che rendono difficile immaginare una soluzione al problema che pure riusciamo a cogliere. 

In primo luogo, la questione ecologica costituisce un «rischio», nel senso attribuito a questo termine da Ulrich Beck. A differenza del pericolo, il rischio non ha il carattere dell’immediatezza e sfugge alla percezione sensoriale. Come tale, esso è riconoscile solo grazie alla valutazione e alla misurazione offerte dalla osservazione scientifica nel quadro del dibattito pubblico organizzato dai media (sempre più social). Ciò ha almeno due conseguenze: la «percezione» di un rischio è mediata dalla conoscenza fornita da esperti che, come è evidente, hanno opinioni diverse; per quanto generali, i rischi non sono equamente distribuiti: a fare la differenza sono le appartenenze di classe, intrecciate con gli insediamenti territoriali.

Tutto ciò rende i rischi oggetto di forti controversie, che si sviluppano attorno a interpretazioni e a interessi diversi. Da qui le discussioni infinite sulle priorità da seguire, sui costi da sopportare, sulle misure da intraprendere. Così, nel caso del cambiamento climatico, al di là del generico consenso circa la necessità di fare qualcosa per salvare il pianeta, a dividere sono le decisioni su ciò che concretamente bisogna fare. Decisioni che inevitabilmente toccano i rapporti di potere, gli interessi costituiti, i modi di vita consolidati etc.

Il secondo ostacolo è costituito dalla natura globale del tema ambientale, effetto imprevisto della crescente interdipendenza planetaria della vita sociale. Siamo davanti a una novità storica senza precedenti: mai l’umanità si è trovata investita nella sua totalità da un problema di tale portata e rilevanza. La difficoltà nasce dal fatto che le forme della sovranità rimangono basate sullo stato nazionale territorialmente delimitato. Il che significa che non disponiamo di una infrastruttura istituzionale globale capace di mettere fine alle discussioni, arrivare alla decisione e soprattutto renderla operativa. In un quadro in cui gli interessi in gioco sono troppi e troppo divergenti arrivare a ricomporre le diverse posizioni é un processo lento e difficilissimo, forse addirittura impossibile, continuamente esposto ai sabotaggi derivanti da interessi particolari (vedi la decisione del presidente americano Donald Trump di uscire dagli impegni già insufficienti presi a Parigi). 

Viviamo in un tempo squilibrato: con una organizzazione della vita sociale planetaria che, pur evocando una coscienza globale, non dispone di piani istituzionali adeguati a governare le questioni comuni.

La crisi ecologica mette così in evidenza i limiti della cultura contemporanea, costruita sull’idea dell’interesse particolare (a livello individuale e nazionale) e sull’impiego della razionalità come medium per ottenere il consenso necessario per la decisione

Rispetto al primo punto si tratta di riconoscere che c’è un bene superiore che va al di là dell’interesse delle singole parti, riconoscimento indispensabile per permettere alla ragione di non fallire e di guidarci verso la soluzione di cui abbiamo bisogno.

L’umanità imparerà. Ma la domanda è se saremo capaci di maturare la consapevolezza che ci serve senza passare attraverso eventi catastrofici. Per questo é molto importante che la venticinquesima conferenza sul clima non fallisca, anche se quello che ci si può realisticamente aspettare é che Madrid legittimi alcune concrete linee di lavoro attorno a cui addensare interessi, soggettività sociali, approcci istituzionali.

Riconoscere che si sta avanzando a tentoni può essere frustante. Ma non c’è altro modo. Il ventunesimo secolo è davvero cominciato. Come sempre la sfida è riuscire a cambiare in tempo il nostro modo di guardare le cose. Difficile, molto difficile. Ma non si può non provare.

 

https://www.corriere.it/opinioni/19_dicembre_11/se-mondo-non-affronta-7b9ec18a-1c37-11ea-a465-3738695f913a.shtml

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