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Scuola: il governo dileggia chi è sceso in piazza, di Marina Boscaino

creato da D. — ultima modifica 14/09/2015 17:37
La scarsa cultura democratica di Renzi e dei suoi boys and girls non arriva a contemplare un elemento talmente banale da non essere in discussione, se non dove la democrazia è a rischio: il rispetto per la piazza.

La scarsa cultura democratica di Renzi e dei suoi boys and girls non arriva a contemplare un elemento talmente banale da non essere in discussione, se non dove la democrazia è a rischio: il rispetto per la piazza.

Renzi esibisce per le decine di migliaia di docenti e studenti che si sono riversati il 5 maggio nelle piazze italiane non solo indifferenza rispetto alle loro istanze, ma persino dileggio.

Non si spiegano diversamente affermazioni degne di una visione talmente megalomane, narcisistica ed antidemocratica che solo un bravo team di psichiatri potrebbero spiegare: “L'obiettivo è dire che siamo a un bivio: da un lato quelli che protestano soltanto, lamentano, fanno l'elenco delle difficoltà. In alcuni casi hanno ragione, non possiamo dire che va tutto bene e raccontare barzellette. Ma loro sono destinati a crogiolarsi nelle loro proteste" mentre dall'altro lato c'è chi "fa le cose". L’obiettivo di chi? Di lui, naturalmente: dell’unico che Renzi ascolta: se stesso.

Sa il Signoruotadellafortuna che gli scioperi si pagano con una giornata di salario? Che molti di coloro che sono andati a “crogiolarsi” hanno affrontato anche delle spese di viaggio consistenti? Che una simile decisione, in un momento di crisi come questa è pesante e certamente conseguenza di un’esasperazione per una riforma della scuola inemendabile nel metodo e nel merito, che va a saldarsi con analoghi atti di violenza istituzionali – Jobs Act, riforma elettorale, le annunciate riforme – non voluti se non da un governo non legittimato dal voto popolare e dai suoi acritici fiancheggiatori?

"Il tema scuola per me è un tema chiave. Poi nel merito continueremo a discutere nei prossimi giorni: sulle assunzioni di determinate categorie piuttosto che di altre e sull'organizzazione del sistema scolastico. Siamo pronti ad ascoltare e condividere" ha incalzato il premier. L’antica litania dell’ascolto, che si perpetua come un mantra inconsistente. Qualcuno gli spieghi che esiste un rapporto tra significati e significanti e che quando si dice ascoltare, si intende sottoporre le proprie istanze alle osservazioni altrui e tenerne conto. Che l’unica cosa che dovrebbe ascoltare è la proposta di centinaia di migliaia di lavoratori e studenti; la voce di uno sciopero che – secondo i dati ufficiosi – ha toccato livelli inediti da anni e anni. Del silenzio delle moltissime scuole rimaste chiuse. Del fatto che – da quando ha tirato fuori il documento la Buona Scuola fino ad oggi – è stato bersagliato da critiche di tutti i tipi, da delibere dei collegi dei docenti contrarie, dal flop del ridicolo sondaggio online, dalle proteste vibrate in ogni possibile occasione; ultima, la chiusura della festa dell’Unità a Bologna, dove “ascolta” – per l’ennesima ora – i docenti, costretti a ricordargli che quella Costituzione su cui ha giurato prevede anche la libertà di insegnamento. E che la Lipscuola non è – come lui ha affermato – una proposta di Sel, ma una legge scritta dal basso, da docenti, Ata, studenti e genitori, con una condivisione democratica di ciascuna parola scritta negli articoli che la compongono. Ad ogni modo, con la incauta protervia di sempre, il premier ha affermato: "Ho appena rischiato di andare sotto riguardo all'Italicum, figuriamoci se ci mettiamo a 'concertare', figuriamoci se dobbiamo bloccarci perché sindacati e docenti si ostinano a difendere una tipologia di scuola basata sull'ipocrisia". Ricordiamolo.

Ancor più grottesca la dichiarazione della intrepida Giannini, che – nonostante il continuo sferrare colpi bassi e isolamento da parte di un Governo che la tiene lì solo per la sua salvifica conversione al Pd – continua a dimostrarsi fedelissima alla causa. “Sciopero politico!” ha tuonato nostra signora di Viale Trastevere, confermando la sua vocazione da controfigura e la sua incultura sindacale e politica. E ha poi affermato che "La riforma della scuola sta procedendo con un dibattito parlamentare che tiene conto di tutto il dibattito, anche quello che è stimolato dagli insegnanti". Provate a dare un’occhiata a come stanno andando le cose in commissione, a come sono andate le audizioni, alla tagliola sugli emendamenti, al contingentamento dei tempi, al timing implacabile (19 maggio la Camera DEVE approvare) per sorridere (o piangere) davanti a tanta impudenza.

La presenza di Davide Faraone in un ruolo addirittura significativo nello scenario politico rappresenta la concretizzazione del fatto che il merito nel nostro Paese non è affatto una realtà (“Domani in piazza – affermava il chiromante della Trinacria lunedì – ci sarà la minoranza del Paese, la più chiassosa, ma sempre di minoranza si tratta”). Non vale nemmeno la pena di perder tempo a commentare. I fatti hanno parlato da soli. Vale la pena, invece, ricordare a questo oscuro signore, che non perde occasione perfare figure imbarazzanti, che può anche smettere di twittare slides che spieghino ai docenti, tardi di comprendonio,  le magnifiche opportunità della riforma. A questo  perito chimico da secoli iscritto a Scienze Politiche – laurea che non è mai riuscito a conseguire – occorrerebbe ricordare che nel pubblico impiego la scuola è il settore del pubblico impiego che vanta il maggior numero di laureati. Passando ad altro  – poiché, come si dice, una laurea non si nega a nessuno – ricordi Faraone che sappiamo leggere, scrivere e far di conto (addirittura insegniamo questo ai nostri studenti e molto altro); che siamo pertanto perfettamente in grado di leggere il testo del ddl e persino, in virtù di quei saperi critico-analitici (capirà???) che la Buona Scuola vuole sopprimere a favore dell’invalsizzazione degli apprendimenti, di interpretarlo autonomamente. E che dunque la sua ermeneutica dei poveri può riservarla a chi, come lui, non è in grado di elaborare pensiero autonomo.

Signori, siamo in mano a questo tipo di personaggi. Si salvi chi può? No. Salviamoci tutti insieme. Dopo Cobas e Unicobas, anche Domenico Pantaleo dell’Flcgil ha affermato che il ddl va ritirato. Le prove tecniche di rottura del fronte unitario del dissenso – con la nuova, curiosissima tornata di “ascolto” da parte del PD, che si sente talmente padrone del campo da sostituirsi in questa funzione al Governo – non sono andate a buon fine: sindacati e studenti hanno confermato la loro avversione al testo.

Dal canto nostro non possiamo che sostenere la battaglia che i parlamentari delle uniche opposizioni esistenti stanno faticosamente portando avanti, in condizioni autoritarie e antidemocratiche, anche alla luce di emendamenti formulati sulla base della Lipscuola. E continuare a tenere viva e vitale una mobilitazione intransigente nei confronti del sequestro della funzione che la Costituzione affida ad uno delle istituzioni dello Stato: la scuola.

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/, 09.05.2015

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