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Nigeriane come schiave da marciapiede, di Raffaele Nespoli

creato da webmaster ultima modifica 21/07/2016 17:10
Nessuna di loro lo sa, ma alla fine le speranze si infrangeranno contro una realtà fatta di violenza e soprusi...

 

«Quando sono partita non sapevo neanche dove fosse precisamente l’Italia. Ero giovane, mi promisero che avrei avuto un lavoro come parrucchiera o cameriera. Mi stava bene, anzi era un sogno. Avrei lasciato la miseria di Benin, con il tempo avrei potuto aiutare la mia famiglia». Parla in un italiano misto al dialetto, Gioya. Lei, come molte altre delle ragazze che di notte sono costrette a vendersi in strada, arriva da Benin City, città povera e malfamata nel Sud della Nigeria. È da lì che
partono le giovani donne africane in cerca di una via d’uscita, che coltivano il sogno di una vita migliore.

Nessuna di loro lo sa, ma alla fine le speranze si infrangeranno contro una realtà fatta di violenza e soprusi. Ciascuna di loro finirà su un marciapiede, riscaldata a malapena dal fuoco improvvisato di qualche pezzo di legno da bruciare in un bidone di latta. Mentre pensano ad una vita libera dalla miseria e ripetono i nomi di città lontane, come Roma o Milano, il loro destino è già scritto. Così com’è già stabilita la meta: destinazione Castel Volturno. Per la maggior parte di queste ragazze il
viaggio finirà in un piccolo comune in provincia di Caserta.

Un viaggio costoso: i boss a Benin City chiedono circa cinquemila euro per organizzare tutto. Una parte del denaro la mette la famiglia della ragazza, il resto lo anticipano le «matrone». Così da queste parti chiamano le sfruttatrici: donne nigeriane che dall’Italia ordinano il prezioso «carico». E a loro che le ragazze dovranno ripagare il debito, naturalmente con tanto di interessi.

Due i canali principali per varcare i confini del Bel Paese. Alcune nigeriane in Italia ci arrivano con un visto turistico che consente loro di restare tre mesi, senza lavorare, e poi rientrare in Nigeria. Nessuna farà ritorno a casa, e una volta a Castel Volturno le cose saranno messe in chiaro.
Peggio, molto peggio, va al novanta per cento delle donne che da Benin City arriva in Italia. Quasi tutte, infatti, non riescono ad avere un visto turistico. Per loro il viaggio prevede una tappa in Libia. In questo caso c’è da pagare il doppio, diecimila euro. Cinquemila per la prima parte del viaggio e altri cinquemila per arrivare a Lampedusa. Ed è in Libia che il destino di queste giovanissime nigeriane si rivela per quello che sarà. Parcheggiate per un paio di mesi in alberghi dei sobborghi o in appartamenti privati, le giovani di Benin City vengono picchiate e violentate, «svezzate», per usare le loro stesse parole. Devono capire che il progetto è cambiato, iniziare ad abituarsi al mestiere che le aspetta. Ribellarsi? In molte ci provano, ma se ne pentono molto presto. Quelle che resistono, che tentano di resistere, vengono piegate dalle
percosse e dalla tortura.

A Castel Volturno sono in molte a portare sul corpo i segni delle sevizie ricevute in Libia. Molte altre quei segni li portano negli occhi, ormai spenti e senza vita. «Una delle ragazze che ho assistito – spiega Alfredo Marotta, avvocato penalista che da tempo si occupa di immigrazione – mi mostrò l’impronta di un ferro da stiro sul petto. A metà del suo viaggio fu segregata in un appartamento e lì fu picchiata e costretta a prostituirsi per più di un mese. Doveva guadagnare i soldi per concludere il suo viaggio. Era una ragazza forte e molto religiosa, si ribellò con decisione. Per questo fu torturata e marchiata a fuoco. Arrivata in Italia non aveva neanche più la forza di piangere».

Secondo una ricerca commissionata dall’Onu, il mercato della prostituzione coinvolge circa seimila donne nigeriane ogni anno in tutta Europa, un giro d’affari di oltre 228 milioni di dollari.
Per capire veramente cosa si nasconda dietro questo business non basta però guardare ai numeri, alle statistiche, ai blitz della polizia. È girando tra le strade desolate di Castel Volturno, tra le villette anonime, che si riesce a intravedere il baratro. Solo parlando con queste ragazzine diventate donne troppo presto si può comprendere quale disperazione abbiano dentro. «Perché lo faccio? Perché se mi ribello mi ammazzano la famiglia, oppure mi uccidono con il voodoo» dice Blessing (così la chiamano le altre). Già, il voodoo. Che ci si creda o no, a tenere incatenate queste ragazze c’è anche la magia nera. Una cosa molto seria nella piccola Benin City che si è ormai creata in provincia di
Caserta. «Le donne sono terrorizzate da quello che potrebbe accadere se scappassero – continua Marotta -. Non è una semplice suggestione, per loro il voodoo è qualcosa di molto concreto e pericoloso. È anche peggio di essere uccisi, perché con la magia nera si è dannati per sempre.

Per quanto a noi possa apparire illogico o assurdo, questa minaccia basta da sola a far sparire qualsiasi pensiero di fuga. Negli ultimi anni le cose stanno un po’ cambiando perché i missionari riescono a convincere le ragazze che al di là del mare il voodoo non può avere effetto. Ma sono in poche a fidarsi».
E così ogni notte sono costrette a prostituirsi. La maggior parte di loro si vende per 25 euro; le auto arrivano e ripartono con una continuità impressionante. In poche ore ciascuna ragazza accoglie anche 10 clienti, agli habitué si lascia il numero di cellulare.
Una telefonata: «Sì amore, sono libera. Vediamoci stasera». In questo caso l’appuntamento non è in auto, ma in una delle villette grigie dal tetto a spiovente. Solitamente ci vivono in tre, massimo in quattro. Serve privacy per gli incontri.
A fittare l’appartamento ci pensa chi ha il permesso di soggiorno. Solitamente uno degli uomini che con il prezioso documento in tasca ha potuto avviare un business in proprio.
Ogni ragazza paga circa 200 euro al mese per una stanza. Quasi tutte le donne di Benin City imparano alla svelta cosa è meglio fare. Non centra essere buoni o cattivi, è solo una questione di sopravvivenza. Molte di loro si danno da fare per trovare tra i clienti qualcosa che possa somigliare ad un fidanzato, qualcuno che possa dar loro una mano, fare dei regali.

Quello che i «fidanzati» e in generale i clienti non sanno è che la maggior parte delle ragazze ha contratto l’Hiv. Più del voodoo e delle percosse dei loro sfruttatori, le donne arrivate da Benin City muoiono dopo anni trascorsi in strada a causa dell’Aids. Le altre, quelle che riescono ad evitare le malattie, cercano invece di tornare ad una vita normale. La loro schiavitù, per una questione evidente, non dura mai più di sei o sette anni. Sono utili in strada solo finché sono giovani e belle.
Iniziano a venti e i ventidue anni poi, alla soglia dei trenta, vengono abbandonate al loro destino.
Alcune provano a tornare in Africa, altre continuano a prostituirsi. Altre ancora diventano delle «matrone» e, come chi le ha precedute, si procurano contatti e agganci per far arrivare a Castel Volturno nuove ragazze, nuove schiave. La logica è stringente: in Italia c’è la domanda, a Benin City c’è l’offerta. Il resto non ha alcun valore. Tutto si ripete nel tempo in una spirale infinita di povertà, dolore e violenza.

Alla fine, dell’Italia, di quel sogno che le ha spinte a partire, non resta che un ricordo sbiadito. E in fin dei conti è meglio così, meglio dimenticare. Per sopravvivere serve cinismo e concretezza. Un’altra macchina si ferma, la commedia riprende: «Ciao amore, vieni con me. Ci divertiamo, solo 25 euro».

Fonte: “l'Unità” del 2 gennaio 2013

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