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Rosario Livatino, beato quel giudice, di Antonio Russo

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 04/05/2021 17:43
Il giudice ragazzino sarà il primo magistrato a essere elevato all'onore degli altari. Il ricordo della sua fede autentica, che tentava tutti i giorni di associare al diritto: "Non vi sarà chiesto se siete credenti, ma se siete credibili”…

Non è vero che “la mafia uccide solo d’estate” come diceva il papà al piccolo Arturo nell’omonimo film. La mafia uccide tutti i giorni e spesso con armi non convenzionali. Ecco perché abbiamo il dovere di ricordare sempre tutte le vittime di mafia, da quelle più note a quelle che sono state toccate dalla loro azione anche solo indirettamente. La mafia riguarda tutti perché è come un cancro all’ultimo stadio che riesce ad entrare in tutti i gangli della società e che distrugge tutto, compreso la speranza. La mafia calpesta ogni diritto, facendo vincere la sopraffazione e la corruzione perché è capace di distruggere ogni risorsa destinata ai cittadini. La mafia scombina ogni regola di mercato, favorendo la violenza e le corporazioni, e penalizzando le persone oneste e capaci. 

Si calcola che il giro d’affari delle mafie europee sia di circa 110 miliardi di euro all’anno, pari all’1% del Pil dell’intera Europa, mentre in Italia il business criminale è stimato intorno ai 16 miliardi di euro l’anno. E se le mafie sparano meno rispetto al passato, ciò è solo determinato dal fatto che trovano più consensi in una società sempre più disponibile ad interloquire con i poteri mafiosi piuttosto che a contrastarli. Il silenzio e l’omertà, che non accennano a diminuire, uccidono talvolta più della malavita.

Rosario Livatino moriva il 21 settembre 1990, mentre, senza scorta, al volante della sua Ford Fiesta amaranto, percorreva il viadotto Gasena per andare a lavorare. Veniva avvicinato da una macchina con a bordo quattro sicari che gli spararono. Il giudice, colpito alla spalla, riuscì ad accostare la macchina e scappare via, fuggendo per campi e urlando «cosa vi ho fatto picciotti?». 

Ma Livatino, prima vittima di una stagione in cui sarebbero morti diversi altri servitori dello stato (Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Libero Grassi, ecc.) non fece in tempo a sentire la risposta, perché venne ucciso con un colpo alla tempia. Non aveva ancora compiuto 38 anni. Già, cosa aveva fatto Livatino? Secondo la sentenza, venne ucciso perché «perseguiva le cosche mafiose impedendone l’attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioè una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l’espansione della mafia».

Egli era infatti convinto che «il giudice di ogni tempo deve essere e apparire indipendente, e tanto può esserlo e apparire ove egli stesso lo voglia, e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato». Ma per Livatino questo non bastava. La ricerca della giustizia non doveva esser inseguita solo da chi faceva quel mestiere, ma dalla società tutta: «riformare la giustizia in senso soggettivo e oggettivo – sosteneva – è compito non di pochi magistrati, ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica. Recuperare infatti il diritto come riferimento unitario della convivenza collettiva non può essere, in una democrazia moderna, compito di una minoranza». 

Inoltre Livatino non si stancava mai di parlare del giusto rapporto fra magistrato e mondo dell’economia e del lavoro, fra magistratura e politica. Sottolineava sempre l’importanza dell’indipendenza – nella forma e nella sostanza, dentro e fuori le mura del palazzo di giustizia - del giudice e portava sempre a tema il problema della responsabilità degli appartenenti all’ordine giudiziario. 

Egli diceva «Non esiste, si può dire, atto del giudice e più ancora del pubblico ministero che possa dirsi indolore… La colpa del giudice, se c'è, è sempre grave per definizione, data dall'importanza degli interessi sui quali egli dispone».

Oltre a queste parole - tuttora molto attuali – il “giudice ragazzino” come venne soprannominato, aveva molte qualità umane. Era un uomo sobrio, umile, coerente, generoso, credibile, proprio perché, come egli stesso ebbe a dichiarare, disse: «non vi sarà chiesto se siete stati credenti, ma se siete stati credibili». 

E poi aveva una profonda fede che tentava di associare al diritto. Egli sosteneva che il compito del magistrato fosse quello di decidere, scegliere una fra le numerose strade che ti si prospettano davanti. Egli affermava a tal proposito: «scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare […] Ed è proprio in questo scegliere per decidere che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata». 

Diceva Gandhi: «il mondo di oggi ha bisogno di persone che abbiano amore e lottino per la vita almeno con la stessa intensità con cui altri si battono per la distruzione e la morte”. Rosario Livatino è stato uno di quelli. Un vero giusto. E’ per questo che Papa Francesco ha dato mandato alla Congregazione delle cause dei santi di promulgare il decreto sul martirio in odium fidei di Rosario Livatino, ucciso dalla mafia trent’anni fa. La cerimonia di beatificazione si terrà quest’anno nella sua terra. Non sarà più solo il giudice ragazzino, ma il primo magistrato beato nella storia della Chiesa cattolica.

 

https://www.famigliacristiana.it/articolo/rosario-livatino-beato-quel-giudice.aspx

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