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Rompere la campana di vetro. Ovvero, emozioni ai tempi del Covid, di Anna Segre e Alessia Leonardi

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 06/11/2020 17:55
Senso di colpa e vergogna, in questi ultimi 8 mesi, se la giocano ai punti, sono le emozioni più dichiarate o rappresentate…

L'urgenza della salute pubblica parla di dove debba stare il corpo e ci dice cosa non fare, cosa non dobbiamo agire. Vige un obbligo meccanico che passa sopra i contenuti emotivi, secondari rispetto alla minaccia di morte.

L'urgenza della salute mentale parla di cambiare i modelli operativi interni, come mi rivolgo alle persone, cosa mi gratifica, come dimostro ciò che provo, è legittimo ciò che provo? Come sto? Come mi racconto cosa sta succedendo?

Ognuno registra l'urgenza collettiva di salvezza e sa di dover ubbidire, per gli altri, per sé stesso, per le persone che ama, e lo patisce, nel senso di sentire, percepire, avere neurotrasmettitori nel sangue che ti suggeriscono ulteriori idee, che ti condizionano il sonno, l'appetito, l'umore, la capacità di lavorare (questa va messa, interessa molto il sistema, mediatico, industriale, economico in genere).

La psicoterapia non è un lusso, oggi meno che mai. E' una necessità sociale e personale. Perché il Setting è la patria delle emozioni, che sono spesso esuli, perseguitate, misconosciute, bisognose di accoglienza.

E senso di colpa e vergogna, in questi ultimi 8 mesi, se la giocano ai punti, sono le emozioni più dichiarate o rappresentate. Il senso di colpa attanaglia le persone che hanno la responsabilità come cardine principale del sistema etico, gli ansiosi, ossessivi.

Costoro si costringono nelle nuove regole considerando minime e indispensabili le misure di sicurezza e di distanziamento. Quest'emozione non ha indicatori esterni, mimici, che la evidenzino. Non ci accorgeremo nemmeno di quanto soffrono. Di cosa provano. Ma la presunzione di poter recare danno a qualcuno, anche non volendo, può essere devastante.

La vergogna tiene in riga i minimizzatori, gli ansiosi sociali, gli istrionici, gli increduli, gli ubbidienti in genere, che sono la maggioranza, coloro che si attengono. Costoro tenderanno a non dire se hanno sintomi prodromici e cercheranno di non far sapere che sono positivi al covid, se fosse, perché se ne vergognano, temono in modo ancestrale e comprensibile l'ostracismo: l'infetto è indesiderabile, in qualche modo colpevole, se non per ciò che ha trasgredito e per cui si è ammalato, per ciò che farà contagiando gli altri.

E' guardato con paura, l'infetto. Paura che facilmente diventa aggressività, distacco, ma anche disprezzo. Non ne stiamo venendo a capo, proprio perché la vergogna, per sua natura, è un'emozione inconfessabile: se ti vergogni, ti copri, nascondi qualcosa che non vuoi gli altri sappiano di te. I comportamenti sono sostenuti dalle emozioni, dobbiamo farci pace. Anche quelli pericolosi per la collettività.

La vergogna è un argine, ma ci trova divisi gli uni dagli altri dalla menzogna della partecipazione: non è vero che rispettiamo gli altri, che ci teniamo alla collettività. Chi si vergogna non partecipa: gli altri sono di fronte, non accanto, insieme, e possono giudicare, questa è la vergogna, ciò che tu puoi pensare di me e io non vorrei mai. Chi si vergogna difende la propria apparenza.

Mentre qui abbiamo un problema di sostanza: i più non dichiarano di essere infetti o di avere sintomi, perché la (ver)gogna sociale si è innescata su questo tema tramite il tam tam mediatico, ed è tenuta viva dall'impossibilità di chiarezza sulla malattia e dall'estrema difficoltà di gestire tramite le leggi i contatti sociali. Per non parlare della difficoltà di interpretare i decreti su tempi e modi che garantiscano la correttezza.

La confusione sulle regole da seguire, che cambiano di giorno in giorno perché la situazione si evolve esponenzialmente, crea ulteriori ambivalenze emotive, che vanno dall'ansia di uscire, all'ansia di non poter uscire, dalla rabbia per la costrizione alla rabbia per la sensazione che gli altri non seguano le regole, dalla paura di morire di covid alla paura di impazzire per il lockdown.

La temperatura sotto le anime si sta alzando. Lo sbaraglio delle abitudini, dei soliti percorsi, dei soliti drenaggi della negatività, dello stress, del bisogno di bellezza e di provare piacere: il cinema, il calcio, i concerti, gli eventi in genere, fare cene, pranzi, cantare insieme, gareggiare, giocare a carte, ogni modello operativo interno di ‘essere umano sociale' è temporaneamente sospeso.

E non si sa per quanto. Ora: cambiare i modelli operativi interni è molto complesso e comunque, quando lo si prende come obbiettivo terapeutico, si ha presente un modello alternativo. Rimanendo onesti intellettualmente, è impossibile in questo momento proporre un modello alternativo che sostituisca tutta la socialità e la vita affettiva.

Oggi la psicoterapia è organizzare le scialuppe durante un naufragio psichico, avere la forza narrativa di rimandare la disperazione e l'insofferenza per una sottrazione totale della propria vita. Era una crociera. Stiamo così senza averne avuto colpa. La psicoterapia mantiene l'idea della riva in pieno mare..

E fin qui ci siamo concentrate su: cosa facevi, il tuo lavoro, i tuoi movimenti, i tuoi divertimenti. Non abbiamo ancora toccato: che ne è delle relazioni affettive? La proibizione di incontrare gli altri, per un sistema ancestralmente sociale, possiamo considerarla un trauma.

Noi ci adattiamo subito, a tutto, dalla morte alle restrizioni alla guerra, noi ci adattiamo velocemente, tendiamo all'equilibrio del sistema e all'apparenza sembriamo contenere il trauma, di qualsiasi trauma si tratti. E' un trauma, collettivo, ma inequivocabile. Bisognerà aspettare dopo, un dopo imprecisato, per capire l'entità dei danni a questo livello.

Per esempio: per facilitare il controllo dei movimenti e quindi dei contagi, si è ricorsi all'obbligo di restringere i contatti ai soli familiari. Che ne è degli amici, dei colleghi, degli amanti, e di ogni relazione significativa non strettamente legata al contratto familiare?

Strappo. Non c'è palliativo che colmi la mancanza. La causa di forza maggiore preme da fuori ognuno, e la scelta di questo ‘male minore' costa ancora non sappiamo quanto. Forse anche per questo le persone non rinunciano alla psicoterapia, perché adesso è una relazione ancora possibile, al di fuori della famiglia.

E non vorremmo dribblare, con questi ragionamenti, la complessità che ci si presenta come professionisti, il fatto che molti siano sollevati dal non dover incontrare la gente, o che siano addirittura felici di interrompere una routine alienante, o che, iperbole, abbiano sentito una sorta di piacere a leggere un referto ‘positivo': finalmente un'emozione forte.

Non vorremmo semplificare scandendo le emozioni una ad una, quando ormai è chiaro che esse si presentano in cocktail, ansia con paura rabbia aggressività vergogna senso di colpa e, allarghiamoci, perfino tristezza, a seconda della storia personale di chi le prova e delle moltitudini di sé che contiene.

Il fatto che esista una narrazione collettiva lineare non toglie le particolarità individuali, che tutto sono fuorché lineari.Il cambiamento inevitabile investe le persone su ogni livello neurologico cognitivo emotivo, anche l'inconscio è cambiato in questi mesi, i sogni delle persone sono condizionati da nuovi elementi metaforici, narrativi. C'è un nuovo strumento di rappresentazione onirica che ognuno usa a seconda delle sue esigenze: l'imprevisto disperante sorprendente sfocato incurabile segregante virus.

Se ci si sofferma a pensare per categorie, così, per calcolare a volo l'entità dello scossone, si evidenziano subito danni emotivi evidenti.Molto difficile per i bambini iperattivi una didattica a distanza, 5 ore da soli davanti al computer.

Ma comunque, anche per i bambini non iperattivi, l'impossibilità di frequentare i propri coetanei potrebbe ostacolare il regolare sviluppo. Impossibile per gli adolescenti, per i giovani che vorrebbero una prospettiva, che stanno cercando di costruirsi una vita, per i trentenni che non possono nemmeno sperare di avere mai una vita indipendente, per le persone sole che non possono incontrare data l'impossibilità di uscire e frequentare qualsiasi luogo.

L'alienazione di lavorare da casa, di non staccare mai, di non incontrare nessuno con cui scambiare una battuta durante un caffè. Non prendersi più il caffè insieme a un collega.Impossibile, da oggi in poi, fidarsi di chi non si sa ‘che cosa'? Cosa vorremo sapere, da oggi in poi, per farci fare una carezza da qualcuno, nemmeno un rapporto sessuale!, una carezza. Non si potrà abbracciare chiunque, da oggi in poi.

E come sarà il sesso, da oggi in poi? Sarà una trasgressione? Uno sport estremo? Che documenti vorremo? Che strade troverà il desiderio per soddisfarsi? Stiamo entrando in un'epoca elisabettiana o in 1984 di Orwell, dove sesso e desiderio non esistono più come relazione umana? Ciò che prima era nevrotico e considerabile ansia sovradimensionata e disfunzionale, oggi è regola condivisa: abbiamo un comportamento evitante, sospettoso, fobico.

E ciò è socialmente auspicabile. La compressione delle manifestazioni affettive è autoinflitta, siamo noi stessi a sabotare gli slanci, i desideri, i gesti. Siamo persuasi di doverlo fare e condizioniamo ogni movimento interno per ubbidire a questo imperativo.Siamo congelati e sospesi anche rispetto a noi stessi: aspettiamo.

Ma cosa? La nostra esperienza ci fa ragionare per ipotesi, cerchiamo di prospettarci scenari futuri. Facendo capo alle memorie interne, speriamo nella restituitio ad integrum, rivogliamo il nostro ieri. Ma, seguendo un ragionamento clinico, è impossibile aspettarsi una restitutio ad integrum, dopo un trauma: il cambiamento è certo, anche se non sappiamo ancora quanto e quale.

In sostanza, quindi, cosa ci sta accadendo? Velocemente cambiamo le abitudini e i comportamenti. Perché, appunto, siamo molto adattabili e cerchiamo l'equilibrio del sistema.

Questo fa sì che secerniamo neurotrasmettitori collegati alla rinuncia, alla fatica, alla tristezza, alla perdita, quindi consumiamo velocemente le nostre scorte di serotonina accedendo a una condizione di pessimismo, senso di inutilità e, peggio, mancanza di senso.

Il nostro dialogo interno cambia, se cambiano i neurotrasmettitori, ciò che ci raccontiamo di noi stessi, che è la vita per come la percepiamo, cambia.

Per resistere alla frustrazione di dover rinunciare alla vita, solleviamo la soglia della sensibilità cercando un distacco dalla sofferenza, una minore percezione del dolore morale e in definitiva un'indifferenza che ci faccia da scudo.Quest'indifferenza reattiva, utile per ubbidire all'imperativo collettivo e personale, si trasferisce nelle relazioni sociali, come disempatia rispetto ai sentimenti degli altri e come suscettibilità molto più accentuata all'aggressività.

Registriamo un aumento dei conflitti, delle risse, delle aggressioni verbali e fisiche, e potremmo, in un immediato futuro, riscontrare uno svincolo dal senso civile e assistere ad atti vandalici e a violenze gratuite.Ci salveranno la rete, la continuità del dialogo e il confronto, la sublimazione delle relazioni senza rinunciare a voler bene e a raccontare le proprie emozioni.

Ci salveranno le visioni di un qualsiasi futuro, anche delirante e improbabile: tanto ormai sappiamo di poter essere stupiti, spiazzati, impreparati. Possiamo usare risorse che finora sono rimaste inutilizzate nel nostro cassetto degli strumenti: sì, noi abbiamo un cassetto degli strumenti e vi attingiamo nei momenti difficili.

Dovremo rivedere i nostri bisogni, ci siamo accorti che non erano quelli che credevamo o forse sono cambiati in questo frangente, chissà. Ormai sappiamo di poter essere subissati dall'incertezza e che non ne moriremo.

https://www.ilsole24ore.com/art/rompere-campana-vetro-ovvero-emozioni-tempi-covid-ADBHTl0

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