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Romano Prodi: «La corsa della finanza è irragionevole e irrazionale», di Andrea Barolini

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 24/09/2021 09:02
Globalizzazione, finanziarizzazione dell’economia, lobby, pandemia, transizione ecologica, Joe Biden, Eni. Intervista a Romano Prodi…

La globalizzazione «verrà un po’ attenuata», mentre la finanza ancora è governata «dai soliti noti» e non si vedono spinte per «regolamentazioni stringenti». La pandemia ha però fatto risorgere il ruolo degli Stati nell’economia. Mentre la transizione ecologica è inesorabile «ma necessità di accordi internazionali» e dovrà «evitare che a mancare sia il consenso popolare». Primo presidente della Commissione europea, due volte presidente del Consiglio, in precedenza ministro dell’Industria e massimo dirigente dell’Iri. Romano Prodi conosce come pochi al mondo il sistema economico e finanziario. E la sua è un’analisi che lascia solo in parte spazio all’ottimismo.

A 20 anni dal G8 di Genova si è discusso molto di globalizzazione. A suo avviso, oggi siamo alla vigilia di una fase di de-globalizzazione?

Anche io ho riflettuto molto su questo argomento, anche alla luce di cosa ci ha insegnato la pandemia. Penso che nessuno voglia demolire in modo totale la globalizzazione, perché nessuno taglia le gambe alla sedia su cui sta seduto. Però il Covid e le tensioni che esso ha prodotto faranno probabilmente sì che le tre grandi aree economiche mondiali, Stati Uniti, Unione Europea e Cina, si impegneranno per ricostruire un minimo di sicurezza in ogni catena di valore. È quello che è stato definito l’effetto-mascherine.

E quale sarà il risultato di tale processo?

Avremo probabilmente una globalizzazione “corretta” da una necessità minima di sicurezza che ogni grande area costruirà. E sarà qualcosa di significativo. Esisterà però un’eccezione a tale regola generale, rappresentata dall’alta tecnologia. Questa sarà infatti soggetta a un fortissimo controllo. Il che d’altra parte avviene già se si guardano le statistiche del commercio.

Vent’anni fa si lanciavano allarmi sull’eccessiva finanziarizzazione dell’economia. Com’è possibile che oggi, dopo essere passati dalla crisi del 2008, assistiamo ancora a Borse i cui andamenti sembrano completamente scollegati da quelli delle economie reali?

In primo luogo, la deviazione attuale del mondo della finanza è frutto di un costo del denaro che non è mai stato così basso, e per così tanto tempo. È chiaro che si tratta di una corsa irragionevole e irrazionale. In secondo luogo, la realtà è che i protagonisti sono sempre gli stessi.

Si riferisce a grandi banche e fondi d’investimento?

Chiaramente. E questi soggetti hanno aumentato talmente il loro potere da disporre, oggi, di una quantità sostanzialmente illimitata di liquidità. Possiamo dire che il metodo è rimasto lo stesso e che l’aumento della liquidità non ha fatto altro che aggravare la situazione.

Dopo la crisi finanziaria è stato approvato il Dodd-Frank Act negli Stati Uniti, ma con risultati parziali. La tassa sulle transazioni finanziarie non è mai stata adottata. Si è parlato di ripristinare il Glass-Steagall Act per separare banche d’affari e banche retail, ma anche questo non è mai stato fatto. Perché è così difficile regolare la finanza? È solo colpa delle lobby o a mancare è la volontà politica?

Da una parte le lobby sono fortissime, dall’altra i Paesi che godono dei vantaggi del sistema non vogliono saperne di imporre regolamentazioni più stringenti. Guardiamo l’Europa: neanche tra i Paesi membri dell’Ue riescono a mettersi d’accordo. Per non parlare della questione dei paradisi fiscali. La realtà è che nella finanza la globalizzazione sembra senza limiti. Solo il mercato cinese è parzialmente più chiuso e sottoposto a regole particolari. Ma altrimenti non vedo alcuna tendenza ad una regolamentazione stringente.

Lei ha ricoperto numerosi ruoli di vertice. Le lobby di cui parla l’hanno bloccata?

Qualche passo avanti l’abbiamo fatto, ma pochi. Pochi. La natura dei mercati finanziari rimane quella di prima, a parte appunto il caso della Cina. E la presenza di paradisi fiscali è difficilissima da controllare in via generale. Non voglio parlare di congiure, ma è vero che esiste un’enorme forza del mercato. E i Paesi che sono interessati a mantenerla rendono impossibile un accordo generale. Detto ciò, si nota qualche progresso, ad esempio con le politiche annunciate dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden.

Proprio da Biden sembra essere arrivata una svolta dal punto macroeconomico, con un ritorno del ruolo forte dello Stato. Siamo arrivati al tramonto di 40 anni di ultra-liberismo?

Su questo occorre distinguere alcuni aspetti. Per 30 anni chi osava parlare male del reaganismo e del thatcherismo veniva massacrato. Da una decina d’anni, invece, è cambiato l’atteggiamento nel mondo accademico. A partire dalla questione della distribuzione dei redditi, con Thomas Piketty. Questo cambiamento però non ha trovato ancora riscontro nella politica. È vero che qualche spinta con la pandemia è arrivata, e la critica ad un mercato onnipotente è diventata parte di alcuni programmi politici. Negli Stati Uniti il governo ha distribuito enormi quantità di risorse a favore dei meno abbienti: è il ritorno dello Stato come soggetto redistributore. Può essere l’inizio di un cambiamento, poiché si sta accettando una presenza accentuata dei poteri pubblici. D’altra parte, l’alternativa sarebbe stata arrivare ad un punto di rottura.

L’economia è basata ancora sui risultati di breve termine, sulla massimizzazione dei profitti, e numerose aziende appaiono reticenti ad operare una transizione ecologica. A suo avviso il sistema economico e finanziario attuale è compatibile con la lotta ai cambiamenti climatici?

La lotta ai cambiamenti climatici è un’esigenza. Il problema è che gli strumenti sono ancora fortemente inadeguati. Le energie alternative coprono una quota ancora troppo esigua e gli impegni dei governi su questi temi sono ancora troppo generici. Io credo che stiamo combattendo una prima battaglia, quella sugli obiettivi. E ancora non si trova un accordo. Ma poi ci sarà la battaglia decisiva: dovremo dotarci degli strumenti necessari per operare la transizione. Su questo dobbiamo investire, a partire dalla ricerca.

L’Europa ha risposto con il Next Generation Fund, chiedendo di allocare il 37% delle risorse a progetti compatibili con la transizione ecologica. La quota è stata fortemente criticata, in particolare dalle Ong che la giudicano insufficiente: qual è la sua opinione?

Il problema è che non si riesce ad arrivare neppure a quel 37%! Senza un accordo mondiale, come potrà l’Europa mantenere le sue promesse? Come potremo affrontare l’aumento dei costi di produzione, gli scossoni industriali? Avremmo una rivolta popolare. Il nodo è negli accordi e nelle cooperazioni internazionali.

Prendiamo un’azienda a partecipazione pubblica come l’Eni. Alla Cop25 di Madrid l’allora ministro Lorenzo Fioramonti fece scalpore dicendo che dovrebbe abbandonare il petrolio in 20 anni. È la strada giusta?

L’obiettivo in sé è condivisibile. Occorre chiedersi se esso sia o meno realistico rispetto alle conseguenze che comporterebbe. Se l’Italia, o più in generale l’Europa, si porranno come pionieri e gli altri seguiranno, bene. Ma se invece il cambiamento rimarrà circoscritto a casa nostra, rischia di diventare insostenibile. Occorrono perciò cambiamenti negli investimenti e nei settori produttivi, ma compatibilmente con la concorrenza mondiale.

C’è però chi ammonisce che se non ci si libererà degli investimenti sulle energie fossili, questi, ad esempio per le banche, potrebbero rivelarsi degli stranded assets.

Sì ma torniamo al problema delle rinnovabili che ancora non sono abbastanza diffuse, e la transizione chi la sta facendo? Il gas, che per lo meno favorisce una diminuzione delle emissioni rispetto a carbone e petrolio. Per questo i prezzi stanno andando alle stelle. Il gas, però, può andare bene per un po’ di tempo nella logica della transizione. Che avrà dei costi e impone, ripeto, mezzi e accordi internazionali.

Ai tavoli negoziali delle Cop, però, da anni si registrano grandi difficoltà in questo senso…

Da Kyoto in poi c’è stata una maggiore coscienza soprattutto in Europa. Poi, dopo l’Accordo di Parigi, sembra che anche un’altra parte del mondo si sia svegliata. Gli Stati Uniti sono usciti, ma poi sono subito rientrati. Si notano elementi di speranza. Ma dobbiamo andare in quella direzione senza “strappi” tali da far venire meno il consenso popolare. La transizione ecologica è un problema soprattutto sociale in questo momento.

https://valori.it/prodi-intervista-corsa-finanza-irragionevole-irrazionale/

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