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Roma e il malaffare, intervista di Mancini al dott. G. Pignatone

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 14/09/2015 16:35
Sul Sole 24 Ore, del 27.12.14, Lionello Mancini intervista Giuseppe Pignatone, Procuratore a Roma sull'indagine sulla corruzione a Roma...

 


«Procuratore, cosa pensa di aver scoperto, di Roma, che già non si sapesse? La corruzione? Gli affari e il malaffare? La criminalità che spezza i pollici ai debitori?». Giuseppe Pignatone, 65 anni, il magistrato che il 2 dicembre ha ordinato la retata di mafia Capitale, è uomo riservato e profondamente siciliano, perciò spiazzante per cultura e consuetudine: un suo cipiglio severo può introdurre un mot d’esprit, un sorriso ironico precedere una verità pungente. «Cosa abbiamo scoperto? Magari niente di tanto nuovo e di così misterioso – sorride – infatti al mio arrivo diversi tasselli di questa inchiesta esistevano già, sparsi in fascicoli vari. Molti altri abbiamo potuto acquisirli grazie all’eccezionale professionalità dei colleghi della Procura e dei Carabinieri del Ros. Che ringrazio sinceramente, come anche Polizia e Guardia di finanza. Dunque le indagini su Carminati sono iniziate prima del mio arrivo (Pignatone si è insediato nel marzo 2012, dopo aver a lungo guidato la Dda di Palermo e retto dal 2008 la Procura di Reggio Calabria) ma grazie a un nuovo impulso e a un più efficace coordinamento, è venuta l’ora di tirare le prime conclusioni».

«Abbiamo ritenuto di poter contestare reati di associazione di tipo mafioso, corruzione e turbativa d’asta. Il Gip ha adottato questo impianto e, nella sostanza, abbiamo avuto la conferma del Tribunale del Riesame. Possiamo dire che ora esiste un punto fermo dal quale procedere: nella Capitale opera da tempo un’associazione a delinquere di stampo mafioso, che muove leve e si insinua in interessi consistenti, con contatti con la politica e la pubblica amministrazione».
«Non sarà molto – sorride di nuovo – ma direi che c’è abbondante materiale su cui riflettere e, per la Procura, ulteriori elementi da sviluppare. Lo stiamo già facendo. L’indagine continua».

Procuratore, qualcuno ha sostenuto che il suo ufficio abbia esagerato accostando alla Capitale il termine mafia.

"L’Italia è un Paese libero, ogni opinione è legittima. Ho colto, specie i primi giorni, qualche scetticismo sulla reale pericolosità del cosiddetto ‘mondo di mezzo’, ho anche letto qualcosa a proposito di schemi penali adatti a certe aree del Paese, ma non a comprendere la realtà romana. Per noi contano solo le decisioni dei giudici, ma forse è bene dissipare qualche equivoco. Nessuno ha paragonato la pericolosità dell’associazione guidata da Carminati, peraltro oggi al 41 bis, a quella di Cosa nostra o della ‘ndrangheta. Però, per il nostro Codice l’associazione di tipo mafioso non è solo quella con centinaia di affiliati, che controlla militarmente il territorio e ricorre in ogni occasione all’esplosivo o alla lupara. L’elemento decisivo è il metodo mafioso, la forza di intimidazione del vincolo associativo, il sapere che un soggetto è pronto a usare la violenza e che ciò condizioni la volontà, determini le scelte di chi entra in contatto con lui. È quanto riteniamo stesse avvenendo a Roma, da anni. Tanto per essere ancora più chiari, il nostro lavoro di magistrati non potrà che deludere le aspettative di due opposti estremismi: quelli che, pregiudizialmente, coltivano un approccio “mitizzante”, per cui le mafie dominerebbero su Roma e quelli, invece, altrettanto pregiudizialmente impegnati a sostenere un modello “riduzionista”, per ridimensionare o addirittura banalizzare quanto fin qui emerso".

Altri lamentano il danno di immagine per la città icona del Paese.

"Comprendo e condivido l’amarezza, ma sono convinto che conoscere la realtà in cui viviamo, inclusa quella criminale, sia sempre un fatto positivo. E comunque ripeto da tempo che, sotto il profilo criminale, non è la mafia la prima emergenza di Roma, una metropoli peraltro così estesa che nessuna mafia sarebbe in grado di controllare da sola; che esistono poi legami tra bande autoctone e le cosche siciliane, calabresi, il sistema campano ecc.; che a Roma la mafia non spara, fa affari e investe. Ma da cittadino, sarei altrettanto allarmato dal fatto che corruzione, criminalità economica ed evasione fiscale sono a livelli di guardia: solo pochi giorni fa abbiamo scoperto un gigantesco riciclaggio che in due anni ha trasferito in Cina oltre un miliardo di euro, completamente nascosti al Fisco. Certo, se poi questi fenomeni si intrecciano con quello mafioso, il pericolo aumenta in modo esponenziale. Questi profili di analisi, offerti da me e da altri colleghi in diversi confronti pubblici, acquistano infine un peso ben diverso dal momento in cui sono contenuti nei provvedimenti dei giudici".

A proposito di confronti pubblici: perché ha accettato di parlare al convegno del Pd romano, solo tre giorni prima di metterne sotto accusa un pezzo? Conosceva già molto bene le carte...
"Ho accettato l’invito che un partito protagonista della vita cittadina aveva rivolto al Procuratore di Roma. Il tema – la criminalità nella Capitale – l’ho trattato altre volte su invito di sindacati, Università, associazioni private, perché penso sia naturale interloquire con le realtà in cui si opera. Il punto non è se partecipare, ma ciò che si va a dire. Anche al seminario del 29 novembre ho ripetuto l’analisi appena ricordata e i concetti di sempre: la Procura indaga a 360 gradi, senza alcun pregiudizio, ma l’azione della magistratura ha limiti precisi, posti dalla legge. Esiste una vasta area di comportamenti che non costituiscono reato e di cui la magistratura non si deve occupare, ma che non per questo sono legittimi, rispettano i criteri di buona gestione o sono eticamente apprezzabili. Si tratta di comportamenti che dovrebbero essere sanzionati prima e fuori dal tribunale. Chi amministra sa benissimo a cosa mi riferisco".

Per completare la gamma di critiche e perplessità: l’avvocatura penale ha pubblicamente parlato di forzature mediatiche da parte della Procura.
"Non entro nel merito della polemica. Mi limito a osservare che, al di là dell’utilizzo fatto dai media, nessun nostro documento è diventato pubblico se non dopo essere stato messo a disposizione delle parti, cioè una volta venuto meno il segreto investigativo".

Lei conosce la brutalità di Cosa nostra e ‘ndrangheta. La mafia Capitale ha potuto contare più su occhi chiusi o sulla paura che incuteva?
"Come dicevo poco fa, il ricorso a metodi violenti era sempre possibile e di ciò gli interlocutori erano pienamente consapevoli. Ma il vero collante è costituito – come sempre, peraltro – dalla convenienza reciproca: la possibilità di entrare nei luoghi decisionali della pubblica amministrazione e il denaro. Denaro in grande quantità, la possibilità di averne sempre di più, di mantenere i rubinetti sempre aperti. Infatti il gruppo non si accontenta della Capitale, dimostra interessi che toccano anche altre regioni".


Ci sono differenze significative tra quanto emerge dalla vostra inchiesta e il modello di radicamento della ‘ndrangheta in alcune aree del nord Italia?
"È presto per parlarne, anche se una prima differenza pare evidente: i meccanismi di insediamento scoperti dai colleghi del Nord, dalla Dda di Milano in particolare, narrano una immigrazione che si radica in Lombardia e riproduce le strutture associative proprie della ‘ndrangheta calabrese, i cosiddetti “locali”, fortemente legati ai luoghi di origine, ma in grado di instaurare le relazioni tipiche dei contesti altamente sviluppati, cioè crescenti rapporti con la borghesia locale, una enorme disponibilità di denaro e anche prestiti usurari, attentati incendiari, intimidazioni. Infatti chi, per ingordigia o necessità, ha pensato di mettersi in affari con le cosche, spesso ha finito per subire minacce e cedere ad azioni tipicamente mafiose. ‘Mafia Capitale', invece, non è una ramificazione delle mafie tradizionali e non sembra aver incontrato particolari barriere allo scambio con il “mondo di sopra”, ben dotato di denaro (non suo, peraltro, ma pubblico, cioè nostro) e, in alcuni suoi esponenti, disponibile a spalancare le porte al “mondo di sotto” per moltiplicare i profitti. Ma ripeto: l’analisi è complessa e in questa prima fase appartiene soprattutto all’accusa. Aspettiamo le conferme nel processo".

In cosa il “mondo di mezzo” è diverso – se lo è – dalla contiguità espressa dall’“area grigia” che affianca le mafie storiche?
"Trent’anni di processi dicono che l’area grigia serve le mafie prestando nomi puliti, fedine immacolate, saperi professionali, gestione finanziaria di capitali e beni illeciti. Il mafioso traffica in droga, il professionista che ne mette in sicurezza il bottino riceve in cambio ricchezza e potere; l’imprenditore pensa di risolvere i propri problemi cedendo la sua rete di relazioni e così via. Nella Capitale, le premesse sembrano identiche: vedremo quali ulteriori elementi di conoscenza ci offriranno le indagini e le decisioni dei giudici. Intanto possiamo dire che sembra accentuata un’interazione – direi paritaria – tra ambiti profondamente diversi, che però realizzano una sofisticata convergenza di fini. E con un ruolo di primo piano di esponenti dell’amministrazione cittadina che si sono adoperati per deviare fondi pubblici a favore dell’associazione mafiosa, da questa ripagati in denaro per l’accesso al network politico-burocratico di cui erano al centro. Parrebbe, la loro, un’adesione inedita e volontaria, con la piena consapevolezza – almeno per alcuni - del ruolo centrale di Carminati e dei suoi accoliti. Nella nostra inchiesta tutto si mescola: il mafioso parla da manager e da burocrate, il funzionario si presta a operazioni corruttive di impatto economico a volte minimo a volte significativo, pronto a ripeterle qualunque sia la postazione che la politica sceglie per lui; l’imprenditore accetta o addirittura cerca la protezione del mafioso, mentre delicati incarichi amministrativi di nomina politica vengono affidati a persone indicate da Carminati. Altra caratteristica, è l’assoluta trasversalità dei rapporti con il mondo politico e della corruzione che ne consegue.
Denaro pubblico usato per scambiare entrature, influenze, favori".

Sembrerebbe eliminata, o quanto meno molto ridotta, la fase tipica dell’accumulazione illecita da narcotraffico o estorsione.
"Sembrerebbe di sì, ma ricordo che le nostre indagini sono durate appena due anni. Sta di fatto che, un simile fenomeno criminale determina ricchezze significative, come dimostrano i sequestri eseguiti finora (oltre 300 milioni), mentre l’aggiudicazione di appalti milionari alle società di Buzzi e Carminati è stata bloccata in extremis dagli arresti. La sottrazione di risorse rilevanti aumenta la capacità corruttiva della delinquenza e intanto riduce la qualità di vita della comunità, specie a danno dei più deboli: servizi ridotti ai minimi termini, costi esorbitanti, esclusione sociale. Una precisa raffigurazione di quanto ha denunciato a giugno papa Francesco: “La corruzione viene pagata dai poveri. Pagano gli ospedali senza medicine, gli ammalati che non hanno cura, i bambini senza educazione …”.

Procuratore, non le pare che l’analisi stia scivolando nel campo della politica? La magistratura dovrebbe svolgere compiti diversi.
"Quale sia il nostro compito è chiaro: noi facciamo indagini, accertiamo dei fatti, processiamo i responsabili togliendo a chi delinque una certa idea di impunità, oggi purtroppo assai diffusa. Ed è quanto stiamo cercando di fare, spesso con norme, risorse e strutture inadeguate. Qui si aprirebbe un capitolo diverso, anche se pertinente, poiché ci si chiedono – giustamente – risultati sempre più sofisticati e in tempi accettabili, mentre si aggrava a vista d’occhio la carenza di risorse, specie di personale amministrativo e di sistemi informatici".

Ma torniamo all’indagine. Un effetto indotto dall’azione repressiva dovrebbe essere quello di creare spazi di libertà (politica, economica, imprenditoriale) e nuove opportunità di iniziativa per le forze della società civile che vogliano impegnarsi, ma che trovano l’ostacolo della criminalità. Come del resto è accaduto qualche anno fa in Sicilia. Cioè, voi arate il campo, ma qualcuno deve difendere il solco. E pure seminarlo, altrimenti la ripulitura del terreno è vanificata.
"Al di là di citazioni non so quanto appropriate, più o meno è così. È chiaro che fenomeni di questo tipo non possono essere debellati solo con gli strumenti del processo penale. C’è in primo luogo un problema di etica, di valori e della loro percezione sociale. Allora cadono le braccia a terra pensando alle vicende milanesi e veneziane con il ritorno sulla scena, dopo vent’anni, di uomini e imprese già condannati durante la stagione di Tangentopoli. In altri termini: le buone regole sono importanti, ma in ultima analisi sono sempre le persone, non soltanto le regole, a fare la differenza. Come ha detto il presidente Napolitano “la legalità frana se non c’è la moralità”. Fatta questa premessa, è certo che vadano cambiate anche alcune regole".

Dunque il rilancio dell’Autorità anticorruzione, le sue prescrizioni e il suo impiego sui fronti più delicati, vanno nella direzione giusta.
"Senza dubbio. E con il presidente Cantone è già iniziata, nel rispetto delle reciproche competenze, una positiva collaborazione. Così come sono positive l’introduzione del reato di autoriciclaggio e la previsione dell’archiviazione per lieve entità del fatto che, speriamo, attenui l’attuale ingolfamento degli uffici giudiziari con una miriade di questioni bagatellari.
Proprio a seguito della sua inchiesta, il Governo ha annunciato un intervento legislativo in tema di corruzione. E due ministri “pesanti” – alla Giustizia e dell’Interno – si sono espressi per un sistema premiale.
Siamo ancora in una fase preliminare, aspettiamo un testo definitivo. Ciò non toglie che sia di fondamentale importanza introdurre un meccanismo che contrapponga corrotto e corruttore, favorendo la collaborazione spontanea di chi paga ai danni di chi si fa corrompere".

Ed è altrettanto auspicabile, secondo la sua esperienza, l’inasprimento delle pene per il reato di corruzione, pure annunciato dal Governo?
"Sul punto, come pure per altre situazioni che in un certo momento destano particolare allarme sociale (penso ai reati ambientali o al cosiddetto omicidio stradale), mi limiterei a richiamare l’attenzione sulla necessità della coerenza per non creare attese, destinate magari ad andare deluse. Provo a spiegarmi: è in fase avanzatissima di discussione un disegno di legge che limita il ricorso alle misure cautelari. Così, mentre da un lato si intende procedere per ridurre i casi di carcerazione preventiva, dall’altro si dichiara la volontà di innalzare le pene anche allo scopo di ottenere il risultato opposto. Ovviamente il Parlamento è sovrano e certamente terrà conto anche di questa esigenza di coerenza delle norme".

fonte: Il Sole 24 Ore del 27 dic 2014

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