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Ritorno al passato?, di Annalisa Giannella

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 13/04/2019 09:27
Se si vuole che il progetto dell’Europa unita sopravviva e si sviluppi fino al compimento è necessario che gli europeisti propongano e rilancino una sua riforma profonda, una rifondazione...

Nella percezione di molti italiani l”Europa” sembra essersi trasformata progressivamente da sogno di Europa unita, simbolo di pace e di progresso economico ma anche sociale e di diritti, in capro espiatorio, somma di tutte le colpe, sede di ottusi ‘euroburocrati’ che non solo impediscono ai poveri Stati membri prigionieri di questa struttura oppressiva di adottare le misure che ritengono più opportune a livello nazionale ma per di più non sostengono gli stessi Stati membri quando questi si trovano ad affrontare importanti sfide, siano esse nel campo sociale, economico o della sicurezza. 

Quello che chiamiamo Europa, rappresentato oggi dall’Unione europea,  è un processo di integrazione progressivo, e quindi per definizione non compiuto, di natura fortemente rivoluzionaria. L’Europa non è un’entità che si è sviluppata autonomamente come ‘altro’ rispetto agli Stati, è un’entità molto originale concepita dai paesi fondatori dopo la seconda guerra mondiale per assicurare la pace, la democrazia  e il progresso economico e sociale. A questa  entità gli Stati membri hanno deciso di cedere  gradualmente pezzi di sovranità nazionale al fine di raggiungere l’integrazione economica e infine politica, l’obiettivo ultimo essendo quello di creare un polo di forte peso specifico tra le due superpotenze del dopoguerra. La validità di questo obiettivo si è ancora accresciuta nel mondo d’oggi, con l’emergere di nuove superpotenze  e di gruppi economici di portata globale. Gli Stati membri  della UE conservano tuttavia un potere considerevole che si esplica con il voto in sede di Consiglio dei Ministri o di Consiglio europeo (Capi di Stato e di governo), nonché in tutte quelle materie su cui l’UE non ha alcuna competenza o non ha competenza esclusiva. 

Il rapporto tra cittadini e Unione europea è stato spesso negativamente influenzato dalla tendenza dei governi nazionali di scaricare sull’Europa l’origine di tutte le difficoltà, attribuendosi invece il merito delle cose buone realizzate. Ma una vera crisi si manifestò per la prima volta in modo plateale nel 2005 con i referendum francese e olandese che bocciarono il progetto di Costituzione europea. Lì si realizzò la convergenza tra destra nazionalista e sinistra anti-globalizzazione. Il disincanto di tanti cittadini si è poi aggravato con la grande crisi economica e finanziaria, per far fronte alla quale l’UE, così come molti Stati membri, non ha saputo mettere a punto strategie efficaci. Questa difficoltà della UE a conservare la fiducia dei cittadini europei ha fondamentalmente una base comune: l’incompletezza della costruzione europea e il fatto che essa riflette o per lo meno ha difficoltà a fare un salto di qualità rispetto alle posizioni politiche degli Stati membri.  E’ incompleta la costruzione istituzionale che sottende l’euro, che non permette di accompagnare la moneta unica con una politica economica e fiscale  europea, lasciando agli Stati membri una libertà che si scontra con i parametri relativi al debito pubblico. Questi vengono interpretati da governi insofferenti come una limitazione di sovranità (ed in effetti di questo si tratta) anche se questi parametri sono dai piu’ considerati regole economiche cui comunque i governanti dovrebbero attenersi per conservare la fiducia degli investitori che questo debito devono finanziare e soprattutto per evitare  di danneggiare le generazioni future. E’ incompleto il trasferimento di competenze in molti altri campi, dalla politica estera  alla politica dell’immigrazione, e cio’ comporta come conseguenza lacune e debolezze nell’azione europea. E’ insoddisfacente il legame tra cittadini europei e Parlamento europeo, che è ancora eletto su base nazionale, con liste nazionali che spesso non presentano un’agenda europea e con parlamentari europei che, in alcuni Stati membri almeno, non hanno una sede e dei canali appropriati per rispondere ai loro elettori dell’esecuzione del loro mandato. 

L’incompletezza della costruzione europea è in parte comprensibile trattandosi di un processo di conferimento progressivo di competenze  alle istituzioni europee. Questo processo è stato negli ultimi decenni rallentato e ostacolato  da un lato dal Regno Unito, che ha sempre inteso sfruttare al massimo le opportunità offerte  in termini di business dal mercato unico europeo senza peraltro essere pronto ad estendere  le competenze europee in altri settori, e dall’altro dall’ingresso nell’Unione europea dei nuovi Stati membri dell’Europa centro-orientale che a loro volta sono stati prontissimi a beneficiare dei vari fondi e finanziamenti europei, dimenticando pero’ che l’adesione all’Unione europea comporta anche adesione e rispetto dei principi della democrazia, dello stato di diritto  e dei diritti fondamentali. Va sottolineato che nel Trattato di Lisbona attualmente in vigore è stata pienamente integrata la Carta dei diritti fondamentali, sicchè diritti come la libertà di pensiero, espressione e informazione nonchè il diritto d’asilo ai sensi della Convenzione di Ginevra  e principi come la non discriminazione, la tolleranza  e la parità uomo/donna  sono norme fondanti dell’Unione europea.

Infine continua ad essere recalcitrante l’atteggiamento di molti Stati membri che, al momento di decidere le nomine per i vertici europei, non sono pronti a scegliere o a mettere a disposizione personalità che possiedano la statura politica adeguata, proprio per timore che queste possano imprimere nuovo vigore allo sviluppo dell’azione europea. La debolezza dei vertici europei ha senza dubbio influito sulla mancanza di iniziativa e visione europea  nell’affrontare la crisi finanziaria, in materia sociale, di occupazione dei giovani, di condizioni di lavoro nei nuovi settori ecc. sicchè l’Europa è stata identificata con i mercati e i potentati economici. Eppure i principi che avrebbero dovuto guidare l’azione dell’UE sono già nel Trattato: crescita economica equilibrata, piena occupazione, coesione sociale e lotta contro l’esclusione, progresso sociale, solidarietà. Questa debolezza è  sicuramente alla base del mancato sviluppo di una risposta operativa della UE in materia di immigrazione. Qui la Commissione europea è sembrata privilegiare un approccio normativo quando l’urgenza avrebbe dovuto condurre piuttosto o in parallelo ad un approccio operativo. Resta però che l’emergenza italiana è stata volutamente amplificata e drammatizzata  dall’attuale governo con la doppia retorica che ‘nessun altro paese’ avrebbe accolto piu’ immigrati e ‘l’Italia è stata lasciata sola’. Non si riconosce che vari paesi in Europa hanno accolto piu migranti/rifugiati vuoi in assoluto (Germania quasi tre volte piu’ dell’Italia) vuoi in termini relativi alla popolazione (Svezia, Grecia, Austria, Spagna, Belgio, Lussemburgo, Danimarca e persino Bulgaria). Va osservato che a Bruxelles erano recentemente in fase di revisione ben sette testi in materia di immigrazione e che l’Italia, invece di partecipare attivamente e in maniera propositiva  al negoziato per assicurarsi una regolamentazione europea più favorevole, ha mantenuto un atteggiamento passivo e a volte addirittura negativo. Questo ha impedito la revisione del regolamento di Dublino, revisione che tra l’altro avrebbe comportato l’abolizione del  criticato principio del ‘paese di primo approdo’ che ha fatto gravare sull’Italia molte delle conseguenze degli sbarchi di rifugiati/migranti sulle coste italiane.

Disponiamo dunque di un’Unione europea che se ha dimostrato la sua efficacia e il suo valore aggiunto nei campi delle libertà di circolazione, stabilimento e prestazione di servizi, della concorrenza, del sostegno alla politica regionale  e allo sviluppo delle aree depresse (almeno nei paesi che hanno saputo mettere a frutto il sostegno europeo), della politica di protezione dell’ambiente, della protezione dei consumatori,  della promozione della possibilità per i giovani di formarsi in università di altri Stati membri (Erasmus), dell’istituzione della cittadinanza europea accompagnata da un passaporto europeo, dell’abolizione delle frontiere  e della dogana , della politica commerciale dove il peso collettivo della UE fa la differenza, non è invece ancora in grado di rispondere alle aspettative dei cittadini  nei settori economico, sociale, della politica estera, dell’immigrazione

Ci si dovrebbe dunque impegnare a rafforzare l’Unione europea in questi settori. Quello che accade invece è che alcuni Stati membri, quelli attualmente governati da partiti populisti e/o sovranisti (piu’ esattamente definibili come di destra nazionalista) si adoperano ad esacerbare le difficoltà a Bruxelles di deliberare, per esempio su un’evoluzione della politica sull’immigrazione, al fine di accrescere il loro consenso a livello nazionale, guadagnare seggi alle prossime elezioni europee, entrare nei posti chiave delle istituzioni europee e ‘svuotare’ la costruzione europea dei suoi contenuti salienti. Inoltre il governo italiano, pur avendo assunto l’impegno,  al momento del suo insediamento, di non modificare il collocamento dell’Italia in Europa e in generale sulla scena internazionale,  col suo atteggiamento di sfida e di disprezzo delle regole in materia di bilancio ma anche della legittimità del ruolo dei commissari (che non sono ‘burocrati’ ma politici nominati dal Consiglio europeo e dal Parlamento, che hanno ricoperto nel loro paese incarichi analoghi) nonché di incuranza per le legittime preoccupazioni degli altri paesi della zona euro, sembra operare per provocare la sua espulsione dalla zona euro. 

Anche la minaccia italiana di rispondere ad eventuali misure europee sfavorevoli mettendo il veto sul bilancio della UE è un moto di ripicca autolesionista, poichè proprio il nuovo bilancio comporterebbe novità assai interessanti dal punto di vista italiano (a condizione che si voglia migliorare la UE per rimanervi). Seguendo lo stesso spirito di ‘cambiamento’, l’Italia adesso non svolge piu’ il ruolo di fondatore dell’Unione europea, non partecipa piu’ agli incontri con Francia e Germania per preparare una riforma della UE, ha deciso di non firmare nel luglio scorso un accordo che dà vita ad una cooperazione rafforzata in materia di difesa cui ora partecipano nove Stati membri della UE, compreso il Regno Unito nonostante la Brexit!  Ora questa cooperazione rafforzata dovrebbe rendere piu’ efficace l’azione della UE sul piano internazionale, rispondendo a tante critiche finora mosse alla politica estera e di difesa europea. La decisione di non firmare è stata presa senza che l’opinione pubblica sia stata informata e senza che il Parlamento ne abbia dibattuto. 

Eppure basta rendersi conto di  quello che rischia di verificarsi ben presto a causa della Brexit e del rafforzamento in molti paesi europei dei movimenti ‘sovranisti’ (che per definizione sono contro un’Europa che è progressivo trasferimento di competenze e quindi sovranità e che impone il rispetto di diritti fondamentali come la libertà di espressione o la non discriminazione):

chiusura delle frontiere (a cominciare tra Irlanda del Nord e Irlanda) e come alcuni dei nuovi Stati membri già fanno appellandosi alla ‘minaccia’ dell’immigrazione; imposizione del visto di ingresso ai cittadini europei; riemergere di vecchie rivendicazioni territoriali già superate in un recente passato (Austria per l’Alto Adige,Ungheria per la Transilvania, domani problemi per l’Alsazia tra Francia e Germania?); abbandono da parte di molti Stati della politica di protezione dell’ambiente, su cui l’Europa è ora all’avanguardia; scomparsa dell’Europa dai negoziati multilaterali in cui ha spesso svolto un ruolo di mediazione; scomparsa dell’Europa come attore in politica estera, che molti pensano inesistente ma che pure ha raggiunto qualche notevole benché sporadico risultato, come nel negoziato sul nucleare con l’Iran; perdita di potere nel controllare  e regolamentare le attività delle grandi multinazionali; perdita di peso nei confronti delle superpotenze per esempio nel campo della politica commerciale. 

Certo tutto questo non puo’ che far piacere ai ‘poteri forti’ che avranno cosi’ di fronte solo stati nazionali isolati, quindi piu’ deboli. Certo questo costituirà un regalo per le grandi superpotenze che hanno spesso guardato allo sviluppo dell’Europa con fastidio; e non c’è da stupirsi se tanto Trump che Putin coltivano contatti, incoraggiano e sostengono i populisti o sovranisti in vari paesi europei. 

Certo la prospettiva di sostituire la UE con un ‘concerto delle Nazioni’ è perfettamente autolesionista per l’Italia che, dopo i fasti dell’antica Roma e del Rinascimento, non ha mai avuto lo status di  ‘potenza’ a livello internazionale, mentre nella UE, a condizione di non perdere colpi e non farsi soffiare il posto da una Spagna attualmente politicamente ben piu’ abile, dopo la Brexit rimarrebbe uno dei tre grandi. 

L’Europa non è compiuta ed è lungi dall’essere perfetta, anzi ha mostrato negli ultimi anni tutti i suoi limiti Se si vuole che il progetto dell’Europa unita sopravviva e si sviluppi fino al compimento è necessario che gli  europeisti propongano  e rilancino una sua riforma profonda, una rifondazione, che le permetta di essere piu’ incisiva in tutti i settori, al fine di rispondere ai problemi e alle aspettative dei suoi cittadini e alle sfide dei nostri tempi. Non esiste un progetto alternativo all’Europa

L’Europa è quella immaginata dai suoi fondatori, che implica la cessione di sovranità, o non è. Quello che ci propongono i partiti sovranisti è uno svuotamento dell’Europa, per far nuovamente spazio ai nazionalismi e per recuperare  piena discrezione sui diritti fondamentali (Polonia e Ungheria hanno già iniziato).  La loro proposta è  un ritorno al passato. Ma il passato non sappiamo già a cosa conduce ? 

 

*già vice segretario generale della Conven- zione Europea, Roma

 

 

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