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Riprendersi la speranza, parla Alessandro Barban

creato da webmaster ultima modifica 21/07/2016 14:16
«Per superare la crisi bisogna ripartire dagli ultimi, dai giovani, da chi è precario...se coltiviamo uno sguardo profetico sono proprio loro da mettere al centro della società e della storia», afferma il priore Barban
Riprendersi la speranza, parla Alessandro Barban

il priore a Camaldoli

 

«Guardate alla pietra d’inciampo che deve diventare architrave della casa del Signore: è la pietra fondamentale». Padre Alessandro Barban è il Priore generale dei monaci camaldolesi. Guarda alla crisi con la lente del Vangelo, ma anche con una laica volontà di ricostruire la città dell’uomo. «La pietra scartata che Dio recupera e pone come fondamento per un nuovo edificio è Gesù, la sua persona e la sua vita. Per questo occorre partire da tutti coloro che oggi sembrano non contare, che vengono estromessi, che non hanno una sicurezza sociale o economica, insomma dagli ultimi della nostra società. Sono proprio loro il nostro futuro. Per le statistiche sono solo un dato negativo. Ma se coltiviamo uno sguardo profetico sono proprio loro da mettere al centro della società e della storia. Penso ai giovani e ai precari, a quelli che vengono licenziati. Quelli che anche nei nostri ambienti religiosi sono emarginati. Quelli che non contano e non decidono perché estromessi, ma non per questo non hanno volontà, energie e idee e, proprio per questo, saranno determinanti per il nostro futuro».

Lei invita a guardare alla crisi partendo da chi è più colpito. Non le pare che questo approccio confligga con l’economicismo delle tecnocrazie?

«Sono d’accordo con il premier Monti quando punta a mettere ordine nei conti pubblici, perché questo ci dà credibilità in Europa. Ma questo governo arriva tardi. Il vero problema oggi è ridare fiducia alla società e soprattutto ai giovani, rilanciando l’economia, ma soprattutto rilanciando la possibilità di guardare al mondo in modo diverso. Purtroppo alla nostra classe dirigente mancano coraggio e creatività. E manca un po’ in tutti noi una spinta di entusiasmo e di fiducia. Non basta aggiustare i conti pubblici. È necessario rimettere al centro il lavoro! Riconvertire la finanza dalla facile speculazione all’investimento in nuove forme di produzione e di beni. Bisognerebbe avere il coraggio di tagliare un po’ di tasse al ceto medio, e di farle pagare a coloro che hanno evaso per finanziare importantissimi programmi di ricerca. Vi sono progetti di creatività straordinaria – dall’ecologia, all'economia alternativa ad un nuovo welfare – che non trovano finanziamento. Più fiducia verso queste idee nuove potrebbe rilanciare la nostra economia, ma dobbiamo anche essere capaci di immaginare una diversa cultura e società».

Parla il monaco che guarda con speranza al futuro?

«La Chiesa è un corpo molto articolato. Ci sono coloro che tengono i rapporti con l’establishment, coloro che guidano le comunità, coloro che portano avanti la vita e l’organizzazione più quotidiana. Ma nella Chiesa ci sono anche i monaci, che pregano e riflettono. Oggi la mancanza forse più grave nella società è quella di autentici intellettuali, liberi cercatori del domani, e nella Chiesa è il venir meno di figure profetiche che ci aiutino a riprendere il cammino, ad alzare il capo dalla crisi, che non è solo economica ma anche politica, culturale e spirituale. Abbiamo bisogno di figure che rimettano in moto la speranza».

Cosa ne è della forza spirituale e profetica del Concilio Vaticano II a cinquant’anni dalla sua apertura?

«Il Concilio è stato un fuoco inatteso nella Chiesa del ’900 e che ci sta traghettando nel nuovo millennio. Un fuoco vivo che ha illuminato anime e corpi: l’intera esistenza dei cristiani. Ha posto al centro il Vangelo e la figura di Gesù Cristo. Ha sviluppato un potenziale enorme di energie spirituali, di fede e di impegno. Quel fuoco non si è spento, ma negli ultimi cinquant’anni la fiamma si è indebolita. Soprattutto in Europa. Mentre è ancora vivo in America Latina, in Africa o in India. In queste terre tramite il Vaticano II è nata una nuova chiesa, una nuova teologia e una nuova prassi cristiana non legate più alla colonizzazione. In Europa, invece – dopo un primo forte entusiasmo – abbiamo registrato soprattutto dagli anni ’80 un deficit di consenso e di interesse attorno all’esperienza di una Chiesa conciliare. Forse perché abbiamo pensato più a difendere o salvaguardare l’«istituzione» Chiesa, che a guardare al «popolo di Dio». Invece, una delle novità del Concilio sta proprio nel mettere al centro la rivelazione del Dio della Bibbia, le persone e la loro vita, la storia dell’umanità nel suo insieme. Per questo il Vaticano II non è questione di ieri, ma di oggi e di domani. Spero che il cinquantesimo dell’apertura del Concilio sia l'occasione per comprenderne veramente la proposta sinodale. Solo così possiamo riattivarlo nella nostra fede e nelle comunità cristiane».

Nell’esperienza millenaria dei monaci camaldolesi vi sono l’accoglienza e l’ascolto, il dialogo anche con i più lontani. Che valore hanno oggi?

«Vi è un teologo gesuita, Christoph Theobald, che richiama l’elemento determinante di Gesù: l’accoglienza verso tutti. E con tutti ha avuto scambio e reciprocità, incontro e dialogo. È questo stile di Gesù che dobbiamo imparare dal Vangelo e che il Vaticano II ci aiuta a ritrovare. Questo vale all'interno della Chiesa, dove vi sono ancora settarismi e divisioni. Vi è l’ecumenismo intercristiano da sbloccare. Va ripreso il dialogo con le altre religioni e soprattutto quello interculturale. È questa la forza della vera globalizzazione. Non possiamo ridurla soltanto allo scambio di merci».

Praticare l’accoglienza non dovrebbe portare il credente ad un impegno sociale e politico per la giustizia?

«A Camaldoli vi è sempre stata attenzione alla riflessione su come la fede possa incidere e guidarela coscienza civile e l’impegno politico del credente. È nel nostro monastero che alla fine della guerra è nato il Codice di Camaldoli, frutto dell’elaborazione di cattolici democratici. Idee che hanno poi trovato spazio nella Costituzione italiana. Oggi dobbiamo andare avanti, arricchire quella tradizione con nuovo slancio e nuovi contributi. Abbiamo bisogno di una riflessione all’interno del mondo cattolico, ascoltandone tutte le anime, per arrivare ad una sintesi di proposta. Va ricordato che è stato proprio il Vaticano II ad affidare ai laici la responsabilità del loro impegno nella società, in un dialogo fattivo con i vescovi. Con il Concilio viene riconosciuto ai laici l’autonomia nell’esercizio concreto della mediazione politica. Proprio per questo la Chiesa deve tornare a formare le persone, trasmettendo i valori evangelici del discorso della Montagna, educando alla responsabilità, all’impegno e al servizio, liberi dai condizionamenti economici, educando a credere a qualcosa di più grande del potere. Così può agire a monte, piuttosto che a valle: formando le coscienze piuttosto che cercando di condizionare le scelte dei cattolici che siedono in Parlamento o al governo».

La gerarchia della Chiesa non rischia di perdere autorevolezza e credibilità dopo gli scandali e le polemiche che hanno coinvolto la curia romana?

«Sì, potrebbe avvenire questo. Tuttavia il rischio più grande che vedo è quello dell'indifferenza, dell’aumentato disinteresse per ciò che siamo come Chiesa e per quello che diciamo. Significa che forse non riusciamo ad annunziare il Vangelo e che le nostre parole rischiano di oscurare la parola di Gesù, la sola che ancora oggi tocca con efficacia l'intelligenza, il cuore, le speranze e le angustie dell'uomo».

Pesano le notizie sulle tensioni in Vaticano?

«Hanno creato spaesamento e preoccupazione all’interno della comunità cristiana. Non eravamo abituati a vedere fughe di documenti riservati dall’appartamento papale e dal Vaticano. All’esterno hanno creato curiosità e attenzione. Non è chiaro cosa stia accadendo davvero. Quello che comunque risulterà nella storia di questo pontificato è che Ratzinger con la sua mansuetudine, con la sua calma e profondità non ha avuto paura di affrontare problemi che erano negati da troppo tempo e che dovevano essere affrontati. Forse questo ha dato fastidio ad alcuni settori della Chiesa...».

Collegialità e trasparenza, due idee forti del Concilio Vaticano II. Non potrebbero aiutare la Chiesa a superare la sua crisi?

«Il Concilio è il nostro oggi e il nostro domani. È importante dare seguito all’indicazione della collegialità e renderla fattiva ad esempio tra il Papa e il collegio cardinalizio, tra il Papa e il sinodo dei vescovi che non può rimanere solo un organo consultivo. Potrebbe essere riconosciuta una dimensione più partecipativa anche delle conferenze episcopali. Noi monaci abbiamo l’esperienza del “capitolo” (l’assemblea generale dei confratelli). Potrebbe essere utile guardare alla nostra esperienza di collegialità».

Qual è la condizione della donna nella Chiesa?

«Nessuno può negare il ruolo centrale delle donne nella vita della società e delle comunità cristiane. La loro presenza nei diversi contesti, la loro peculiare sensibilità e intelligenza delle situazioni, e delle persone, sono essenziale alla vita della Chiesa, alla trasmissione della fede, all’attenzione verso chi è in difficoltà. Eppure oggi le donne, in particolare le quarantenni stanno scappando dalla Chiesa. Non si sentono abbastanza accolte e valorizzate. Certo ci sono segni di attenzione e di corresponsabilità verso le suore e le donne, ma sembrano ancora troppo timidi. Ma se recuperiamo il Vaticano II e lo stile di ospitalità di Gesù, se recuperiamo l’autentica proposta cristiana di società, le donne sono fondamentali. Soprattutto con la nuova evangelizzazione non possiamo prescindere dal loro contributo. Dobbiamo imparare la loro pratica di ascolto, sensibilità e di vicinanza alle persone».

intervista ad Alessandro Barban a cura di Roberto Monteforte

Fonte: tratto da Unità del 21/07/2012

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selton
selton :
18/09/2012 16:42
 Una sintesi delle cose a mio avviso importanti:
Pietra d'inciampo, pietra fondamentale;
..al centro della società e della storia:i giovani, i precari quelli che nei nostri ambienti religiosi sonon emarginati. Quelli che non contano e non decidono perchè estromessi, ma non per questo non hanno volontà, energie e idee...l'elemento determinante di Gesù:l'accoglienza verso tutti,scambio reciprocità, incontro e dialogo.Sulla collegialità:perchè non andiamo a vedere come vivono la collegialità i monaci di Camaldoli? Sulla donna:oggi le donne, in particolare le quarantenni stanno scappando dalla chiesa (sono una santa?).Non si sentono abbastanza accolte e valorizzate...le donne sono fondamentali(chiarooo????).Dobbiamo imparare la loro pratica di ascolto, sensibilità e di vicinanza alle persone.Qualcuno mi dice dove si trova questo Padre Alessandro Barban?
Pino Greco
Pino Greco :
18/09/2012 20:05
Il priore ha perfettamente ragione!
Perchè persone così capaci e sensibili nella lettura della contingenza sociale ed ecclesiale non hanno grande peso nelle decisioni burocratiche della Chiesa?
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