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Riforma fiscale: tante carte in tavola, ma non quelle dei costi, di Ferruccio de Bortoli

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 17/06/2021 18:45
Il Fisco può dare una mano preziosa a una maggiore cultura previdenziale alternativa. O quanto meno a non ostacolarla, come avviene oggi…

Aliquote, petali e spine. La riforma fiscale che verrà, se verrà, potrebbe essere riassunta da questo titolo. Noi tutti vorremmo che fosse «petalosa», aggettivo coniato dal piccolo Matteo, allievo di una scuola elementare (oggi primaria) del Ferrarese e accettato dalla Crusca. Tra l’altro, sono almeno due i Matteo più grandicelli, della eterogenea coalizione del governo Draghi, che la dovranno autorevolmente sottoscrivere. Dunque, l’aggettivo petaloso è ben augurante. Ancor di più dopo una tragica pandemia. Entro la fine di luglio — come ha anticipato sul Corriere Enrico Marro — il ministro dell’Economia, Daniele Franco, presenterà in Parlamento un disegno di legge delega che riassumerà le principali conclusioni cui sono pervenute le Commissioni Finanza di Camera e Senato, presiedute rispettivamente da Luigi Marattin di Italia Viva e Luciano d’Alfonso del Partito democratico. Sono state svolte 61 audizioni congiunte delle Commissioni. Il Parlamento, almeno su questa materia, è tornato protagonista. Ogni gruppo politico ha presentato le proprie proposte. I position paper ci sono tutti. Ora si tratta «solo» (virgolette obbligate) di trovare una sintesi tra proposte tra loro assai distanti se non addirittura contrapposte. Ma, a ben guardare, un compromesso non è impossibile.

La spina

La spina è sui costi della riforma. I partiti non si sbilanciano, anche se la Lega non ha paura di farla tutta in deficit. Una certa vaghezza sulle coperture della riforma (che non è a carico del Pnrr) è giustificata in parte dalla convinzione che ridurre il prelievo sui ceti medi e sul lavoro, semplificare gli adempimenti, abbia come risultato una maggiore compliance fiscale e aiuti nel medio periodo a crescere di più. E, di conseguenza, a incrementare le entrate. Ogni riforma fiscale, a cominciare da quella organica citata da Mario Draghi nel suo discorso programmatico alle Camere (la Visentini del 1971) ha in sé una scommessa, o meglio un investimento sul futuro. Togliere gesso all’articolazione delle attività economiche, premiare le virtù del lavoro non il freno delle rendite, correggere i difetti, attrarre investimenti. 

Ogni riforma fiscale è un po’ come gettare il cuore economico oltre l’ostacolo. Spesso però quel cuore non lo si è più ritrovato. Si è perso nella selva impenetrabile di troppe leggi e decreti, nel groviglio delle numerose correzioni in corsa. Il tutto circondato dalla vasta laguna dell’evasione fiscale. Non è escluso che il tema delle coperture possa essere affrontato in un secondo tempo, per esempio con una rimodulazione delle aliquote Iva. Un’imposta europea che l’Italia evade più di altri Paesi. Con un’aliquota implicita fra le più basse. In fase di rilancio dei consumi non è il momento di parlarne. Ma se ne parlerà. Ora c’è una grande occasione per cominciare a ridisegnare l’intera architettura. Da non sprecare assolutamente.

Equilibri

Tutti vogliono alleggerire le tasse sul ceto medio, anche se c’è chi si astiene, come il Pd, dal dire di quanto. Un punto di equilibro delle varie proposte favorirà quasi certamente i contribuenti che dichiarano tra i 28 e i 55 mila euro l’anno, come ha confermato in una intervista al Corriere Luigi Marattin. La preferenza trasversale è per una riduzione a tre delle attuali cinque aliquote. Ma non sfugge che il profilo della progressività sia legato più al complesso meccanismo delle tante detrazioni e deduzioni che alla scansione delle aliquote. Circa la metà delle dichiarazioni Irpef è tra i 15 mila e 50 mila euro. Assicurava, almeno prima della pandemia, poco meno del 60% del gettito complessivo. Tredici milioni di italiani sono a Irpef zeroSopra i 300 mila euro non ci sono più di 40 mila contribuenti. 

La flat tax rimane il cavallo di battaglia della Lega ma di fatto non c’è. Resta sullo sfondo. E questa è una novità politica di non poco conto. Il partito di Salvini la propone solo in una versione incrementale del 15% sull’aumento dei redditi tra un anno e l’altro. La flat tax incrementale piace anche a Fratelli d’Italia. Per quanto riguarda la tassazione delle imprese, oltre al ritorno dell’Iri, l’imposta unica sul reddito dell’imprenditore, emerge una certa convergenza per l’abolizione — a parità di gettito complessivo — dell’Irap. Proposta da Italia Viva ma ritenuta indispensabile, con sfumature diverse, da Cinquestelle, Lega e Forza Italia. Diventerebbe un’addizionale Ires. Anche Leu appare disponibile. 

L’Irap finanzia, sebbene in parte sempre più ridotta (14 miliardi) anche il Servizio sanitario nazionale il cui costo è di 122 miliardi. Resta aperto un interrogativo di fondo sul contributo di tutte le categorie di reddito all’equa sostenibilità della salute pubblica. Vi sono forti dubbi sull’opportunità di un pagamento per cassa delle imposte, soprattutto per partite Iva e autonomi, come aveva proposto il direttore dell’Agenzia delle Entrate e Riscossione, Ernesto Maria Ruffini favorevole a superare il sistema saldo-acconto. Verrebbe meno il beneficio della contabilità semplificata. I due acconti di giugno e novembre potrebbero invece essere spalmati nell’arco di dodici mesi sulla base della competenza dell’anno precedente. Con l’abolizione della ritenuta d’acconto.

Orientamenti

È augurabile — e vi sono tutti i presupposti — che la riforma premi, in qualche modo, i contribuenti onesti e puntuali. Sarebbe un passo avanti decisivo sulla strada di una maggiore educazione civica fiscale. Lo statuto dei contribuenti è rimasto beffardamente sulla carta mentre si succedeva una infinita serie di condoni — ultimo quello dello stesso governo Draghi — spacciati per concordati, scudi e voluntary disclosure. Alcune norme dello Statuto, come per esempio il divieto di retroattività, potrebbero essere addirittura elevate a rango costituzionale. La patrimoniale piace, ovviamente solo a Leu, ma a parità di gettito complessivo. Non rientrerà nella proposta di legge delega. Al pari di una diversa articolazione dell’imposta di successione — per la quale ricordiamo siamo di fatto un paradiso fiscale — che compare tra le proposte del Pd in chiave di aiuto intergenerazionale. 

Poca attenzione è stata dedicata, nelle varie proposte dei partiti, alla tassazione del risparmio e delle attività finanziarie. Ma l’orientamento appare quello di accogliere la proposta delle categorie di non discriminare più fra redditi di capitale e redditi diversi consentendo all’investitore, come avviene in altri sistemi, la compensazione tra guadagni e perdite, non più limitata alle categorie reddituali. Tutti i regimi potrebbero essere tassati sul realizzato. Con un particolare beneficio per i fondi pensione sui quali oggi grava (venne elevata nel 2014) un’imposta sostituiva del 20%, pagata ogni anno. In quasi tutti i Paesi europei si versa sull’erogato, alla fine. Il Fisco può dare una mano preziosa a una maggiore cultura previdenziale alternativa. O quanto meno a non ostacolarla, come avviene oggi.

 https://www.corriere.it/economia/opinioni/21_giugno_15/riforma-fiscale-tante-carte-tavola-ma-non-quelle-costi-e72f71d2-cda3-11eb-8e82-196b74f846e5.shtml

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