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Rapporto Onu: facciamo davvero contare il mondo, a cominciare dai più poveri, di Donato Speroni

creato da webmaster ultima modifica 28/02/2015 07:54
Un documento dell’Onu appena pubblicato, curato da un gruppo di esperti internazionali coordinati dall’italiano Enrico Giovannini, fa il punto sulle innovazioni rese possibili dalla tecnologia e sui problemi, soprattutto per garantire qualità e attendibilità delle statistiche nei Paesi in via di sviluppo.

 

I grandi appuntamenti internazionali che nel 2015 definiranno il futuro del Pianeta dovranno basarsi su un sistema di dati statistici più completo, attendibile e confrontabile tra le diverse nazioni. È questa l’essenza della data revolution di cui si discute da qualche tempo negli ambienti internazionali. Di che cosa su tratta, in pratica? Un documento dell’Onu appena pubblicato, curato da un gruppo di esperti internazionali coordinati dall’italiano Enrico Giovannini, fa il punto sulle innovazioni rese possibili dalla tecnologia e sui problemi, soprattutto per garantire qualità e attendibilità delle statistiche nei Paesi in via di sviluppo. Il rapporto “A world that counts”, presentato al segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon venerdì scorso, propone nuove iniziative per coordinare meglio le attività statistiche tra i diversi Paesi e tocca anche delicati temi politici, perché la data revolution serve innanzitutto a mettere in evidenza la situazione delle popolazioni più deboli, spesso ignorate dalla statistica.

La sfida nasce dalla necessità di mettere a punto entro il prossimo anno nuovi obiettivi globali per il Pianeta: i Sustainable Development Goals (Sdg) che andranno a sostituire i Millennium Development Goals (Mdg) del periodo 2000 – 2015. Il consuntivo degli Mdg è il classico bicchiere mezzo pieno: obiettivi raggiunti e anche superati in gran parte dell’Asia, forti ritardi in Africa. Soprattutto, gli Mdg sono serviti per delineare un metodo di collaborazione internazionale su obiettivi comuni e statisticamente quantificabili. I nuovi Sdg sono ancora più ambiziosi: anziché otto obiettivi articolati in una settantina di indicatori, si parla di 17 obiettivi con circa 200 indicatori. Ma ci sono davvero questi dati? Sono attendibili in tutti i Paesi? E come si possono sfruttare le nuove tecnologie per migliorare le informazioni disponibili?

Da questa preoccupazione nasce l’iniziativa di Ban Ki-moon che nell’agosto scorso ha costituito l’Indipendent Expert Advisory Group (Ieag), un gruppo di venti esperti tra i quali il capo di Statistics Canada Wayne Smith e il Chief Statistician del SudafricaPali Lehohla, il tecnologo Tim O’Really e il vicedirettore dell’Undp (l’agenzia dell’Onu per lo sviluppo) Eva Jespersen, affidandone il coordinamento a Enrico Giovannini eRobin Li, presidente del Baidu, il motore di ricerca cinese. Obiettivo: fare il punto sulle potenzialità della data revolution ai fini dello sviluppo sostenibile.

Giovannini, che ha al suo attivo le esperienze di capo statistico dell’Ocse, di presidente dell’Istat e di ministro del lavoro nel governo Letta, si è messo al lavoro intensamente e in due mesi, col concorso del gruppo, ha prodotto il rapporto “A World That Counts” (un mondo che conta, il gioco di parole è identico nelle due lingue) presentato a Ban Ki-moon venerdì scorso.

Le nuove tecnologie, è scritto nel rapporto, ci conducono a un aumento esponenziale nel volume e nelle tipologie di dati disponibili, creando possibilità senza precedenti per informare e trasformare la società e proteggere l’ambiente.

I governi, le aziende, i ricercatori e i gruppi della società civilestanno vivendo un fermento di sperimentazione, innovazione e adattamento al nuovo mondo di dati, un mondo nel quale i dati sono più numerosi, più rapidi e più dettagliati di quanto siano mai stati in passato. Questa è la data revolution.

Troppa gente però, prosegue il rapporto, è esclusa da questo processo per mancanza di risorse, conoscenze, capacità, opportunità. Si creano così grandi e crescenti diseguaglianze nell’accesso ai dati e all’informazione e nella capacità di servirsene.

I dati disponibili devono comunque essere migliorati.

Ci sono interi gruppi di popolazione che sono esclusi dai conteggi ufficiali e aspetti importanti della vita della gente e delle condizioni ambientali che non sono misurati adeguatamente. Questo può condurre al diniego di diritti fondamentali per molte persone e al continuo degrado del Pianeta. Spesso inoltre i dati esistenti non vengono utilizzati perché sono rilasciati troppo tardi o tenuti segreti, non ben documentati e armonizzati o non sono disponibili al livello di dettaglio necessario per prendere decisioni.

Per colmare queste lacune in occasione della definizione dei nuovi Sdg e per sfruttare al meglio le opportunità offerte dalla data revolution, il rapporto avanza una serie di proposte da attuarsi immediatamente:

  • Mettere a punto un consenso globale sui principi e sugli standard per costruire la fiducia tra gli utilizzatori di dati. Gli stakeholders, cioè tutti quelli che sono interessati all’utilizzo delle statistiche, dovrebbero adottare principi comuni su standard legali, statistici e tecnici, di privacy, di riferimento geospaziale, per facilitare gli scambi di informazione e promuovere proteggere i diritti civili.
  • Condividere le tecnologie e le innovazioni per il bene comune. A questo fine si propone di creare una rete di data innovation per mettere a confronto le organizzazioni e gli esperti in questo campo.
  • Destinare nuove risorse allo sviluppo della capacità statistica. I gap esistenti possono essere superati soltanto attraverso nuovi investimenti. Laconferenza di Addis Abeba del luglio 2015 sul finanziamento dello sviluppo può offrire l’occasione per mettere a punto un nuovo flusso di risorse. Gli investimenti dovranno riguardare sia il miglioramento dei dati, sia i programmi educativi per aumentare la capacità dei dipendenti pubblici, di chi fa informazione e dei cittadini in genere di rompere le barriere fra la gente e i dati.
  • Una leadership per il coordinamento e la mobilitazione. Le Nazioni Unite possono prendere l’iniziativa creando una partnership globale per i dati sullo sviluppo sostenibile, attraverso la creazione di un Forum mondiale per lo scambio di esperienze sui dati e successivamente di un altro Forum degli utilizzatori per  per colmare il gap fra produttori e utenti.
  • Un laboratorio per gli Sdg. Con il varo dei nuovi obiettivi mondiali è opportuno organizzare subito una piattaforma di analisi e visualizzazione che utilizzi gli strumenti più avanzati per esplorare i dati e costruire una cruscotto di informazioni  facilmente comprensibile che metta insieme fonti diverse sullo “stato del mondo”.

Su tutti questi punti il rapporto si sofferma presentando anche una serie di esempi di come già oggi la data revolution offre possibilità di accesso a informazioni sconosciute in passato, spesso a vantaggio dei più deboli. Per esempio, in Messico un database suisussidi ai contadini costruito da un gruppo indipendente ha rivelato che gran parte dei fondi erano andati a un piccolo gruppo di agricoltori molto ricchi: il 10% dei percepìenti aveva ricevuto più del 50% dei fondi. Altro esempio: l’impiego delle indagini sui comportamenti familiari in India ha rivelato che lo stanziamento deciso nel 1999 di 4 miliardi di dollari per migliorare l’accesso alle strutture igieniche, aveva sì migliorato i gabinetti dei più abbienti, perché nel secondo quintile (cioè la popolazione che si colloca tra il 21 e il 40% in ordine di ricchezza) la defecazione all’aperto negli anni fra il 1995 il 2008 è scesa dal 56 al 20%, ma aveva avuto ben poco effetto sul 20% più povero, dove questa pratica è diminuita soltanto dal 99 al 95%.

Insomma, ci dice il rapporto coordinato da Giovannini, i dati ci sono, sono numerosi come non sono mai stati in passato e ci rivelano realtà finora rimaste in ombra. Si tratta ora di utilizzarli meglio e di coordinarne l’impiego tra i diversi Paesi. Il documento non entra nel merito della scelta dei dati da proporre perché questo dipenderà dalle decisioni politiche relative agli obiettivi dei Sdg. Questa infatti è la prossima scommessa: sostanziare i nuovi obiettivi mondiali alla luce dei dati effettivamente disponibili che sono ben di più di quelli abitualmente impiegati per questo genere di elaborazioni.

Fonte :http://numerus.corriere.it/2014/11/08/rapporto-onu-facciamo-davvero-contare-il-mondo-a-cominciare-dai-piu-poveri/

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