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Rai malata: se ci sono cachet milionari e cassintegrati, di Milena Gabanelli

creato da D. — ultima modifica 25/09/2015 10:59
intervista di Natalia Lombardo - Conta fare bene il proprio mestiere e produrre risultati Ma qualcosa non va se ad andare male è la tv pubblica che strapaga i manager...

«Quel che conta è fare bene il proprio mestiere e produrre risultati. Certo se guadagni moltissimo e i tuoi dipendenti sono in cassa integrazione a carico dello Stato, il sistema è malato». Milena Gabanelli, conduttrice di Report, a proposito della polemica sui compensi dei conduttori Rai invita Brunetta a sapere quale sia il rapporto tra costi e ricavi dei programmi prima di fare le sue valutazioni. E sui rischi di privatizzazione fa notare che «tutti i Paesi europei hanno la loro televisione pubblica», rinunciarci per incapacità gestionale sarebbe come «rinunciare al significato di democrazia».

 

C’è una grande attenzione ai compensi dei conduttori televisivi di programmi di approfondimento. Il più agguerritoè Renato Brunetta, che ha attaccato Fazio in diretta. Lei pensa che siano effettivamente sproporzionati?

«La proporzione si può fare conoscendo i costi e i ricavi, io non conosco né gli uni né gli altri quindi non saprei cosa dirle. Posso parlare per me, a fronte di un costo complessivo a puntata di 180.000 euro, l’incasso netto per la Rai dalla pubblicità, su ogni singola puntata di Report, è di 190.000 euro. Brunetta prima di fare qualunque valutazione dovrebbe sapere quali sono questi numeri’».

 

Gad Lerner a l’Unità ha detto che trova contraddittorio sentire parlare di disagio sociale da chi prende compensi così alti. Lei pensa che ci sia un problema etico su questo o c’è una forma di moralismo contro il mercato? Certo Marchionne guadagna quattrocento volte più dei suoi operai...

«Credo che quel che conta è fare bene il proprio mestiere, qualunque esso sia, e produrre risultati. Se guadagni moltissimo e i tuoi dipendenti sono in cassa integrazione a carico dello Stato, il sistema è malato. Se poi ad andar male sono le aziende a controllo pubblico che continuano a strapagare i propri manager senza mai chiedere conto, lei capisce che il problema non è Fazio».

 

Secondo lei è una battaglia, quella sulla trasparenza del servizio pubblico, che va lasciata a Grillo o allo stesso Bninetta? Quali potrebbero essere dei termini equilibrati e non strumentali?

«La battaglia sulla trasparenza a mio parere si fa con i conti sui singoli programmi: quanto costano e quanto rendono. Ricordando che alcuni programmi potrebbero anche rendere poco ma avere un alto contenuto di servizio pubblico, poiché i cittadini pagano il canone. Si fa andando a vedere i pozzi neri di improduttività e dandosi da fare per sanarli: dai dirigenti senza mansioni, alla sedi regionali. Che senso ha avere una sede per ogni regione? Questi sono i nodo veri, ma se la politica li affrontasse dovrebbe rinunciare al suo personale ufficio di collocamento; è più facile scagliarsi su questo o quel conduttore».

 

Dal governo più voci parlano di privatizzare la Rai, o parte di questa, anche in vista del 2016 quando scade la concessione pubblica. Qual è la sua opinione?

«Tutti i Paesi europei hanno la loro tv pubblica, se noi dovessimo rinunciare alla più grande industria culturale del Paese perché non sappiamo gestirla, vuoI dire che siamo pronti a rinunciare al significato di democrazia».

 

Crede che ridune l’entità pubblica della Rai sarebbe un favore a Mediaset e alle tv concorrenti, o che potrebbe migliorarne la qualità?

«Che la tv pubblica sia da riorganizzare è noto a tutti da molti anni, ma non siamo nemmeno riusciti ad imporre una sentenza della Cassazione che obbligava Rete4 ad andare sul satellite»

 

Le trasmissioni di approfondimento in televisione sembrano essere in crisi, almeno nella formula dei talk show. Che ne pensa?

«Credo che ne esistano troppi, per cui sopravvivono quelli più collaudati. I doni fanno più fatica perché alla fine maneggiano gli stessi argomenti con gli stessi ospiti, e il pubblico si diluisce, oltre a stancarsi».

 

Lei, che realizza inchieste complesse, è mai stata interessata aformat del dibattito in studio o, prima o poi, le piacerebbe?

«No, è un genere che non saprei nemmeno maneggiare. I talk richiedono capacità di improvvisazione che io non ho. Già mi capita di dire stupidaggini preparandomi, figuriamoci a dirigere il traffico...».

 

Per anni, quelli berlusconiani, è stato molto difficile fare il suo lavoro. C’è qualcosa di diverso con la Rai nella stagione delle larghe intese, anche come sicurezza di una tutela?

«Conduco Report dal 1997, sono passati diversi governi, ma siamo sempre riusciti a fare il nostro mestiere senza subire censure. Certo parlare di “sicurezza” è una parola grossa, per noi che non siamo dipendenti Rai».

 

Cosa ha in cantiere?

«Le prossime 7 puntate di Report. A Natale ci fermiamo per preparare il prossimo ciclo previsto per la primavera 2014».

intervista di Natalia Lombardo

fonte: l’Unità, 30/10/2013

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