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Raccontando la Storia, parlando di Noi

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 16:39
Riflessioni...dei ragazzi che hanno preso parte all’incontro-dibattito “La storia siamo noi”, tenutosi recentemente a Minervino Murge, promosso dall’associazione Cittadinanzattiva, sul tema della formazione e partecipazione giovanile alla vita politica.

La lettura del libro di don Rocco “La storia siamo noi” ha fatto subito nascere il desiderio di presentarlo ai nostri ragazzi per suscitare in loro il desiderio di una partecipazione attiva e consapevole alla Politica, vista la sfiducia, il disinteresse e l’apatia che alberga in molti  giovani, affidando loro l’esecuzione e il commento di alcune canzoni contenute nel testo, per renderli protagonisti dell’iniziativa.

Fin dal primo incontro ho trovato i ragazzi entusiasti della proposta anche se restii ad esporsi personalmente, ma pian piano sono riuscita a convincerli affidando personalmente ad un gruppo l’esecuzione di alcune canzoni contenute nel testo e il commento delle stesse ad altri.

Man mano che si andava avanti, incontro dopo incontro, l’interesse cresceva e l’impegno profuso lo abbiamo verificato apprezzando il risultato della serata del 20 aprile 2013 che ha visto la presenza di  numerosi giovani della nostra comunità minervinese

Le riflessioni, le sollecitazioni, le osservazioni, le aspettative, le proposte emerse durante la serata hanno messo in evidenza che c’è nei giovani la voglia di partecipazione alla vita politica della nostra comunità, se solo si desse loro una maggiore attenzione, considerazione e spazio in un dibattito costruttivo.

La sottoscritta, referente di Cittadinanzattiva Minervino, Lina Carlone ha promesso di  verificare, insieme agli stessi giovani, la possibilità di realizzare la proposta di ripristinare la Scuola di Formazione all’impegno socio-politico in un percorso formativo che porti ad un impegno serio e qualificato nella vita politica.

 

Non siete Stato voi

di Giuseppe Raimo [18 anni, studente liceale presso il liceo di Minervino “Enrico Fermi”]

Caparezza, un meridionale come tutti noi presenti, ha avuto semplicemente il coraggio di cantare la verità che tutti noi conosciamo, ma che nessuno ha il buon senso di ammettere: con un ritornello che apparentemente stride con la lingua italiana parla invece correttamente della giusta allocazione delle risorse: cioè che ognuno deve fare il proprio mestiere e non essere collocato nel ruolo che non è in grado di svolgere. In questo caso parliamo dei nostri rappresentanti politici che dai loro banchi, senza esserne consci, decidono le sorti dei cittadini con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Questi anziché mettere in campo le migliori idee offerte dai cultori del territorio, si limitano ad alzare la mano per votare, il più delle volte, senza comprenderne neanche il motivo e si considerano “uomini di polso perchè circondati da una manica di idioti”. Come dire: professori che andrebbero a scuola per imparare; contadini che andrebbero in campagna per riposarsi; forse è troppo forte il paragone, ma mutuassimo le parole di Caparezza a livello locale sarebbe come dire che i consiglieri comunali approvino una delibera senza conoscerne il contenuto. I nostri parlamentari, dal periodo post-industriale, sono riusciti, loro malgrado, a mettere in ginocchio un popolo, una nazione, a neutralizzare la nostra e le future generazioni solo perché non all'altezza del compito loro affidato dal popolo (si fa per dire). La sinistra che sostiene le lobbies finanziarie ed economiche e la destra che si preoccupa del quoziente famigliare: c'è un caos totale, né si conoscono gli orientamenti dei partiti, dei senatori, deputati: si mercanteggia su tutto, anche sul presidente della repubblica. Caparezza ha avuto il coraggio di cantare la verità, noi dobbiamo avere il coraggio di non fuggire e ritornare alla vera Politica.

 

Nessun uomo è un’isola

di Bevilacqua Gianmario [18 anni, studente liceale presso il liceo di Minervino “Enrico Fermi “]

Un testo semplice, un’infinità di immagini ed espressioni. Se vogliamo, è questo il testo de “Il cielo è sempre più blu”. Un’allitterazione della parola “chi” per evocare in pochi versi la realtà quotidiana: Rino Gaetano è riuscito a racchiudere nelle sue parole la varietà e la molteplicità delle persone che ogni giorno vediamo in strada, a scuola, in famiglia, a lavoro. Le persone appunto, senza le quali la nostra vita non avrebbe senso. Per questo chiunque legga il testo di questo brano dovrebbe riflettere sul concetto di società, la quale diviene più complessa ogni giorno che passa. E’ giusto dunque ricordare che “nessun uomo è un’isola”. Coloro ai quali non è chiaro che la propria vita è legata alla vita dell’ “altro”, vivono impregnati in una densa nube di malinconia e di vuoto. Rino Gaetano è stato semplice e diretto; ha usato l’immagine di “chi va a Porta Pia, di “chi fa il contadino”, di “chi vive in Calabria”, persino di “chi gioca a Sanremo”. L’efficacia della sua canzone sta proprio nel creare immagini vere, reali, concrete, con lo scopo di smuovere le coscienze, di far nascere in ciascuno la voglia di urlare che uniti si vince ogni male, ogni difficoltà, ogni paura. Anche se -particolarmente di questi tempi- aleggia un senso di disprezzo della politica, vorrei cogliere l’occasione per ricordare a tutti che se si è uniti, la società è migliore, e risponde meglio ai richiami di coloro che ci governano. C’è bisogno di tornare a combattere per un presente che accontenti tutti, nessuno escluso; in fondo la storia ci insegna che è la gente comune, quella che ci circonda, che ci saluta e ci osserva, che fa la storia. Perché, come dice il libro che vi è presentato, la storia siamo noi.

 

Politikon

di Gaetana Angiolo [34 anni, facoltà Farmacia (Bari), corso di studi Chimica e Tecnologia farmaceutiche]

Ho accettato con immenso piacere l’invito rivoltomi dalla coordinatrice del gruppo di Cittadinanza Attiva, Lina Carlone, ad esprimere un mio pensiero sul testo di una canzone di Rino Gaetano, “Ma il cielo è sempre più blu”, alla cui attenzione ci ha sottoposti l’autore del libro, don Rocco D’Ambrosio. Prima di commentare la canzone, voglio sottolineare l’importanza che ha per me il titolo di questo libro: “La storia siamo noi” è lo specchio di quello che l’autore ha voluto comunicarci, come a dire quello che siamo e l’ambiente in cui viviamo dipende da noi, noi scriviamo le pagine della storia delle nostre vite e del nostro paese. Quindi è inutile che ci avviliamo per i problemi della società e consideriamo i politici e le istituzioni come i soli responsabili, alla fine rendiamoci conto che è con il nostro voto che abbiamo affidato a questa gente  il compito di rappresentarci, anzi di “mal-rappresentarci” (anche se poi, non si può fare di tutta l’erba un fascio ….), ma dobbiamo smetterla di stare solo a guardare, la storia siamo noi!

Don Rocco inoltre evidenzia un aspetto importantissimo che è l’EMERGENZA EDUCATIVA, la necessità di intervenire sulle nuove generazioni stimolando in esse uno spirito critico libero, ma promosso da conoscenze di base acquisite attraverso esperienze significative. Insomma non serve solo ascoltare, ma interiorizzare quello che si ascolta e attuarlo, parole e fatti insieme, sogni che diventano realtà. Quindi oltre a prendere atto di questa emergenza dobbiamo associare le possibili soluzioni, e tra queste ci sono proposte di incontri di formazione politica, ma quella vera, perché forse questi incontri  sono stati organizzati e si organizzano ancora, ma delle volte sono infruttuosi se si limitano ad essere delle “passerelle dei leader nazionali o dei grandi del momento..” e don Milani, giustamente citato da don Rocco, dice “la formazione è tutt’altro che una passerella” e ci consiglia che “ha diritto di parlare agli educandi solo chi spiega le parole e li rende partecipi del suo sapere, offrendo loro strumenti conoscitivi validi e aiutandoli a crescere nei principi morali fondamentali”. Prima di tutto dobbiamo sentirci “corresponsabili” un termine che risuona nella mia testa da quando l’ho sentito pronunciare con decisione ed entusiasmo dalla teologa Serena Noceti durante una conferenza tenuta ad Andria sulla ricezione del Concilio Vaticano II, e ha usato questo termine per sottolineare l’esigenza della collaborazione da parte dei laici nell’annuncio del Vangelo. Questo Annunciare, l’importanza della PAROLA. E faccio riferimento  ancora alle citazioni di don Milani che don Rocco ha sapientemente riportato nel testo, anche perché penso che è attraverso i pensieri dei grandi che si formano le coscienze dei piccoli. Don Milani dice che la mancanza della parola, e del dominio su di essa, era ed è una povertà. Scrive don Rocco “Formarsi alla politica vuol dire impadronirsi delle parole fondamentali di essa per costruire e solidificare le relazioni”. E ancora don Milani dice che le parole ci aiutano ad esprimere senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude.

Relazionalità e comunicazione sono i pilastri della formazione politica, e quando la politica non si basa su questi presupposti rischia di inquinare e strumentalizzare la comunicazione. Diciamocelo pure che l’immagine della politica che è emersa soprattutto negli ultimi giorni è rappresentata dalle “rovine di questi pilastri”. Ritornando a quanto si è già fatto, oltre alle “sfilate di moda politica a cui si è accennato”, ci sono dei “modelli realizzati da stilisti che pensano più alla sostanza che all’apparenza..”, e appunto, un esempio di incontri di formazione politica di questo genere ci sono stati nella nostra diocesi, ed io ne sono venuta a conoscenza leggendo un articolo del mensile diocesano Insieme, dello scorso novembre, il titolo era “Forum di formazione all’impegno sociale e politico” e il sottotitolo “A scuola di democrazia: itinerario formativo che ci sfida alla responsabilità e alla partecipazione” e poi sotto la citazione di Paolo VI che ci deve far riflettere “la politica è una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri”, il direttore didattico e scientifico del Forum è stato il reverendo e decano dell’Università Gregoriana di Roma, Rocco d’Ambrosio. Questo è un esempio tra tanti, ma,come molti giovani, sono poco informata a riguardo, anzi, sottolineando sempre il senso di corresponsabilità, dovrei dire che mi informo poco e quindi perdo delle occasioni importanti di formazione.

Con questo voglio rivolgermi ai giovanissimi e ai giovani e ribadire che “la storia siamo noi” nel senso che spesso abbiamo degli strumenti validi a portata di mano per scrivere questa storia e non ne usufruiamo. Il giovane di oggi è abituato ad essere servito e aspetta che tutto gli capiti sotto il naso e così facendo perde dei “treni” che gli avrebbero permesso di fare nuove conoscenze nel campo umano e formativo …. Comunque per fortuna che ci sono tanti “capostazione” come don Rocco, come i membri di cittadinanza attiva, come i parroci, come i professori, come i politici (“quelli che non sfilano però..”).. che sono pronti ad annunciarci sempre l’arrivo di nuovi treni, adoperandosi e collaborando nell’organizzare incontri di formazione, come quello che ci vede qui riuniti, senza mai scoraggiarsi se delle volte per realizzarli bisogna superare difficoltà di ogni genere e nonostante ciò la risposta non sia confortante, l’importante è però seminare la PAROLA e sperare che in un modo o nell’altro porti frutto.

In realtà questo articolo in primis mi aveva colpito per una citazione di don Tonino Bello (tratta da “MISTICA ARTE … Lettere sulla politica): “Ricordatevi che una delle forme più esigenti, più crocifisse e più organiche dell’esercizio della carità è l’impegno politico. La parola di speranza la traggo da un passaggio splendido della Gaudium et Spes che parla della politica come “ARTE NOBILE E DIFFICILE”. Anzitutto ARTE. Il che significa che chi la pratica deve essere un Artista. Un uomo di genio. Una persona di fantasia. Arte, cioè programma, progetto, apprendimento, tirocinio, studio. In secondo luogo, Arte Nobile. Nobile, perché legata al mistico rigore di alte idealità. Nobile, perché emergente da incoercibili esigenze di progresso, di pace, di giustizia, di libertà. Nobile, perché ha come fine il riconoscimento della dignità della persona umana, nella sua dimensione individuale comunitaria. In terzo luogo, arte nobile e difficile. Difficile, perché le sue regole non sono assolute e imperiture. Arte difficile, per il credente soprattutto, che ha il compito, più che di menar vanto della sua ispirazione cristiana, di trovare quelle mediazioni culturali che rendono credibile il suo impegno politico”. Magari la politica fosse veramente intesa e portata avanti in questo senso, allora sì che il cielo sarebbe sempre più blu come scrive Rino Gaetano. Se però leggiamo il testo della canzone, notiamo che gli aspetti della vita che ci presenta sono a se stanti e sembra che egli voglia dire che nonostante questo basta che guardiamo il cielo e tutto passa, perché il cielo è sempre più blu. Sì, il cielo sarà pure sempre più blu, ma non è dello stesso blu per tutti. Ognuno lo vede con una tonalità diversa che dipende dal proprio umore, situazione sociale, periodo particolare. Frasi della canzone come “c’è chi ruba pensioni …” o “chi scrive sui muri …” “chi mangia una volta …”, “chi vive in baracca …”, “chi muore al lavoro..”, “chi ruba …”, “chi odia i terroni …” per me esprimono la scomparsa di alcuni valori importanti come il rispetto della legge, della propria vita e di quella degli altri, dell’ambiente che ci circonda, delle cose che non sono mie …. Come posso ancora credere che questo cielo possa diventare sempre più blu? Dove sono le alte idealità, le mediazioni culturali, l’esigenza di progresso, di pace, giustizia e libertà che auspicava don Tonino Bello nel commentare la politica un’ arte nobile e difficile? La canzone di Rino Gaetano è ancora profondamente e tremendamente attuale, altro che progresso. Tutto per colpa di una società basata sull’INDIVIDUALISMO.

Rino Gaetano scrive “chi è morto di invidia e di gelosia”... Leggendo un articolo sul Messaggero di S. Antonio vi riporto alcuni pensieri del cardinal Bergoglio, oggi Papa Francesco (tratti da “Umiltà, la strada verso Dio” e “Guarire dalla corruzione” da poco in libreria) il quale sottolinea che questi sentimenti nascono quando si guarda la pagliuzza che è nell’occhio altrui e non la trave che è nel nostro occhio … e cita Sant’Agostino che chiama il mormoratore “uomo senza speranza, colui che è solito pronunziare giudizi temerari maldicenti... pronto a sospettare ciò che non vede”, la mormorazione ci porta a concentrarci su mancanze e difetti altrui e ci porta a sentirci migliori. Contro questo cattivo spirito, la tradizione cristiana pone la pratica dell’accusare se stessi, prima l’ autocritica, che Papa Francesco considera un  “antidoto all’individualismo”, il rinunciare al trucco (maquillage) che ci nasconde, perché si  manifesti la verità.  Don Rocco cita Thomas MertonNo man is an Island”, e voglio aggiungere che non siamo tanti “io”, ma tanti “noi”. C’è infatti, come sottolineato nel testo, una  carenza di senso civico e di capacità di relazionarsi, difficoltà di immaginarsi in realtà che non ci appartengono per poterne capire le problematiche e, aiutare chi le vive, ad affrontarle. Ed è proprio questo il sentimento che emerge dal testo di questa canzone, una realtà che ha molti aspetti che non vanno, ma quasi non me ne curo, quasi che il guardare il cielo diventi un modo per non affrontare i problemi che mi circondano, a maggior ragione poi se non mi riguardano …. maledetto egoismo …. Durante un incontro di formazione del gruppo liturgico don Oreste ha sottolineato un aspetto vero e dal significato profondo, dicendo che “Papa Francesco sta indicando il ritorno ad uno Spirito di povertà, ed è giusto che la chiesa debba essere povera, ma non deve permettere che in essa  CI SIANO I POVERI. Il povero esiste e deve interpellarmi come cristiano”.

E’ necessario sviluppare il senso dell’essere comunità e come ricorda don Milani “bisogna interrogarsi su come essere fedeli, amare gli altri, essere solidali attraverso la politica, la partecipazione, il tenere a cuore il problema dell’altro che non è diverso dal mio”. Una sintesi del comandamento dell’amore: “ama il prossimo tuo come te stesso”!!! Questi dovrebbero essere i presupposti per diventare, come scrive ancora don Rocco citando Aristotele, un POLITIKON, dal greco polis = città, relativo all’insieme di relazioni umane, cioè politico inteso come “relazionabile”! La FORMAZIONE, la PARTECIPAZIONE e LA RESPONSABILITA’ fanno di un politico un CITTADINO MATURO e viceversa. Purtroppo oggi il termine politica fa paura, evoca sentimenti negativi, di sfiducia, di insicurezza. Come afferma Arendt “la politica consiste nel pregiudizio verso la politica”. Oggi si stenta a parlare di fiducia, il sociologo Mauro Magatti ha titolato un suo editoriale così “la poca fiducia è una emergenza” perché senza la fiducia la vita insieme è impossibile .Il disorientamento e l’insicurezza che ha alimentato questa crisi sono più di una semplice sfiducia”. Ma i sociologi oltre a presentarci la situazione reale ci indicano le soluzioni per riemergere e tra queste bisogna ritornare al rispetto delle regole, rivalutare il territorio, ritornare alla logica del formarsi sul lavoro, lo sperare che l’emergere della figura femminile possa indurre una mediazione maggiore per ridurre le conflittualità …, ma la soluzione indicata come l’unica via da seguire, anche se stretta, è il recupero della fiducia stessa . Ilvo Diamanti( studioso delle dinamiche sociali, opinionista e presidente dell’Istituto Demos & Pi)  afferma che esiste un istinto di sopravvivenza nell’uomo che lo spinge a cercare una propria cittadinanza, relazioni personali, e l’unica cittadinanza che possa dare un senso del futuro è proprio la fiducia. E come non si può non citare il momento in cui Papa Francesco, affacciandosi dalla Basilica di San Pietro, ha esordito usando la parola FIDUCIA. Da  vera credente  come non posso non collegare la parola FIDUCIA con FEDE, affidarsi a qualcuno per scrollarsi il peso dei problemi, affrontandoli insieme (l’importanza del “noi”) per vivere con maggiore serenità e poter intessere rapporti duraturi . Un input forte lo ha lanciato (durante il Convegno ecclesiale Diocesano) Mons. Matino proponendo una SFIDA EDUCATIVA(la stessa che ci lancia don Rocco in questo libro) all’etica, alla Fede e alla speranza, una “SFIDA VALORIALE”.

E noi giovani come ci poniamo di fronte alla politica? C’è chi la snobba; c’è chi non ne capisce nulla; c’è chi vorrebbe capire ma non sa da dove iniziare; c’è chi confonde la frequentazione della sede di un partito con l’ufficio di collocamento e si atteggia a sostenitore del suo gruppo; c’è chi, come me, ha iniziato la sua esperienza politica per gradi, prima invitata e accolta in un gruppo che poi si è manifestato come una grande famiglia in cui poter esprimere liberamente i propri pensieri e confrontarsi (relazione), poi è arrivata la candidatura alle comunali in una lista civica (inizio di spirito di corresponsabilità), poi è continuata e continua con incontri in cui si parla della situazione politica attuale e di decisioni da prendere in comune (fiducia) ed oggi sono lieta di essere qui stasera ed iniziare questa SFIDA EDUCATIVA-FORMATIVA, con l’intento di mettere a frutto quanto verrà detto e di partecipare sempre con maggiore entusiasmo ad incontri formativi come questo (PARTECIPAZIONE E FORMAZIONE). I giovani possono sicuramente diventare dei POLITKON, ma devono essere formati e quindi ben vengano incontri di formazione o di dialogo come questo, ma quello che ho sperimentato con la mia candidatura è la tristezza della sfiducia nei nostri confronti, l’essere considerati dei perditempo e incapaci di assumersi responsabilità politiche. “C’è una difficoltà nell’organizzare la speranza dei giovani” lo ha detto Giovanni Paolo II! Ma voglio consigliare ai giovani che come me frequentano o vogliono inserirsi in un gruppo politico, che vogliono “fare politica”, di provarci, ma seriamente, perché dobbiamo conquistare la fiducia di chi non crede nel giovane politico. Sarà l’esperienza dei veterani a formarci e poi dobbiamo informarci ed  essere ottimisti, anche se attualmente è difficile esserlo, perché come ha detto ancora Mons. Gennaro Matino sempre durante il Convegno: “delle volte ci sentiamo schiacciati dal peso delle difficoltà, ma la speranza è un metodo, è una luce che rischiara i momenti di buio. Il rischio di mortificare i giorni è non avere speranza. Se hai un sogno, se ti dai un futuro, a tutte le età sei comunque giovane, ma se non lo fai, allora a tutte le età sei vecchio!!!”. E infine egli definisce Gesù il nostro “stilista” e facendo riferimento a quanto ha detto la beata Madre Teresa di Calcutta “io sono una matita nelle mani di Dio”, affidiamoci nelle mani del nostro Stilista e lasciamoGli disegnare la nostra vita.  Poi un consiglio per i politici di oggi, che ho rubato da un articolo di Leo Fasciano su Insieme di gennaio 2013, il quale cita un pensiero di don Primo Mazzolarinon a destra non a sinistra non al centro, ma in alto” definita provocazione morale e intellettuale, uno sforzo di elevazione e purificazione personale per essere nuova creatura rigenerando così la vita sociale e politica.

Concludo ringraziando don Rocco e tutti coloro che ho citato, perché con i loro pensieri mi hanno aiutata a riflettere e ad interrogarmi su quanto io possa essere o diventare un politikon, un cittadino maturo, e spero che lo stesso valga per tutti i presenti. Il termine EMERGENZA su molti fronti non deve spaventarci, ma stimolarci a reagire-agire, e non deve essere una cosa solo per i ”più grandi”, ma è una cosa da tutti, quindi anche noi giovani dobbiamo fare appello alla nostra maturità che non è legata solo all’età, dobbiamo fare domande e pretendere risposte, fare proposte e pretendere l’attuazione di esse, sfruttare la nostra intelligenza e non atrofizzare i nostri cervelli nella monotonia delle nostre giornate trascorse davanti al pc, usiamoli questi computer, ma per relazionarci, confrontarci, informarci ….

Mi auguro di cuore che uscendo da qui stasera ciascuno porti con se una parola, un pensiero, una canzone che gli ricordi questo incontro positivamente e che ciò aumenti l’interesse verso questo genere di esperienze.

 

 

Salvami

di Francesco Grisorio [27 anni, studente universitario iscritto alla facoltà di Giurisprudenza (Bari)]

 

“Salvami” è una canzone del 2002, scritta ed interpretata da Jovanotti, che affronta i temi della guerra e della globalizzazione. Il testo di “Salvami” si presenta come un flusso continuo di parole; un elenco di notizie politiche ed economiche; un vortice di informazioni simile alla scaletta di un notiziario televisivo.
”Salvami” è una canzone che ritengo si caratterizzi per due ordini di motivi.

In primo luogo, per la vena polemica che ne connota il testo. Infatti, mediante “Salvami”, Jovanotti mosse - con sprezzante ironia - critiche nei confronti di coloro che  nel 2001, in seguito all’attentato terroristico ai danni delle torri gemelle di New York, si schierarono a favore dell’invasione dell’Afghanistan da parte dell’esercito statunitense per rovesciare il regime talebano. In particolare, Jovanotti entrò in aperta polemica con la scrittrice Oriana Fallaci che all’epoca giustificò la reazione americana esternando la propria posizione in alcuni editoriali pubblicati a sua firma sugli organi di stampa italiani.

In secondo luogo, un altro aspetto che personalmente ritengo contraddistingua questa canzone è legato al videoclip promozionale che nel 2002 accompagnò il lancio di “Salvami”. Nella fattispecie si trattava di un collage di immagini che immortalavano lo stesso Jovanotti durante una miriade di comparsate in trasmissioni televisive; una centrifuga di immagini e suoni che metaforicamente rappresentava l’assuefazione della società contemporanea all’uso distorto dei mass-media che, ancora oggi a dieci anni di distanza dal lancio di “Salvami”, prediligono maggiormente la quantità dei messaggi inoltrati rispetto alla qualità degli stessi.

Tante notizie, tanti fatti, tante parole incomprensibili che ci sfuggono, proprio come in “Salvami”.
Una informazione convulsa da cui mettersi al riparo grazie all’analisi e comprensione delle parole, possibile per il tramite della eterointegrazione di conoscenze e competenze, come riferisce don Rocco d’Ambrosio in “La Storia siamo Noi”.

Solo attraverso la interazione di vari settori del sapere come la teologia, la sociologia, la comunicazione, il diritto e l’economia, possiamo relazionarci con la realtà e comprendere il complesso fenomeno politico, abbandonando l’approccio da tifo da stadio che contraddistingue il dibattito politico italiano.

La politica non solo si serve della conoscenza come sua principale risorsa, ma per molti aspetti la politica è conoscenza, conoscenza della vita, conoscenza della quotidianità.

La padronanza della parola può quindi supportarci nell’opera di filtraggio e comprensione della convulsa mole di messaggi inoltrati dai mezzi di comunicazione, e, di conseguenza, salvarci - è proprio il caso di dire – dal rischio di tramutarci in analfabeti politici.

La parola è quindi un’arma bianca che ci consente di isolare colui che Brecht definisce sapientemente in una sua poesia l’analfabeta politico. Il prodotto malsano di un modo di intendere la politica come un corpo estraneo alla società contemporanea, come un microcosmo incapace di incidere sul nostro vissuto quotidiano.

L’analfabeta politico assume un atteggiamento fuorviante e demagogico che non può che creare falle nel sistema democratico. Un pericolo da evitare: perché siamo liberi di decidere in maniera poco saggia di non occuparci di politica, ma dobbiamo esser consci del fatto che la politica si occuperà sempre di noi.

Ieri mentre pensavo a come concludere questo mio breve intervento, mi sono accidentalmente imbattuto in una puntata televisiva – tanto per restare in tema - di “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli dedicata alla figura di don Tonino Bello del quale proprio oggi, 20 aprile 2013, ricorre il ventennale della scomparsa.

Ho deciso allora di andare a frugare tra le innumerevoli citazioni illuminanti del vescovo di Molfetta per recuperarne una che potesse essere in qualche modo inerente al tema del mio commento a “Salvami”, incentrato sulla funzione della parola e sulla necessità di non cadere nella tentazione di assumere un atteggiamento indifferente nei confronti del fenomeno politico. Ovviamente la ricerca ha prodotto esiti positivi.
Ho quindi estrapolato da “Fatti per essere felici” la seguente citazione di don Tonino:”Ricordiamoci che delle nostre parole dobbiamo render conto agli uomini, ma dei nostri silenzi dobbiamo render conto a Dio”.


Noi: un piatto di grano che diventa Storia

di Francesco Ricciardelli [ 21 anni, ha conseguito licenza liceale presso il Liceo Scientifico di Minervino “Enrico Fermi”]

L’autore è chiaro ed esplicita fin dall’inizio il senso del brano, ma con un’anastrofe efficace: ‘’la storia siamo noi’’ (anziché ‘’noi siamo la storia’’). Ma necessariamente c’è un invito a fermarsi, perché De Gregori non sta affermando nulla di rivoluzionario e tale concezione idealistica, se da un lato dà importanza a tutti, dall’altro blocca decisamente ogni idea di autocompiacimento: noi siamo la storia, è vero, ma cosa è poi la storia? Si canta che siamo ‘’onde nel mare’’, cioè movimento, parte influente in ciò che accade, anche se solo in parte, siamo da un lato rumore nel silenzio e dall’altro silenzio. Nessuno deve sentirsi offeso, perché questo ‘’noi’’ non è un soggetto parziale, non è una contrapposizione noi-voi: sta ad intendere ‘’noi,  genere umano’’ e nessuno deve sentirsi escluso, nel bene e nel male.

De Gregori non fa altro che riaffermare la concezione moderna della storia, vista come intreccio complesso di fenomeni e processi disparati. Ecco che il brano, pur mantenendo il tono di una verosimile elegia alla storia soprattutto per effetto della melodia dolce, pare trasformarsi in più occasioni in una canzone-denuncia contro il qualunquismo e le banalità. L’io lirico dà il tu ad un uomo qualunque, uno dei tanti aghi sotto il cielo. Alle persone che dicono ‘’tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera’’ viene dedicato un vago ed impersonale ‘’ti dicono’’, come a dire che non meritano d’essere menzionate con precisione: la storia va oltre il portone ed entra, incendia le stanze della tua casa dove ti sei nascosto. E una volta fatta irruzione ovunque, la storia mette sempre la propria sentenza inequivocabile, “dà torto e da ragione”. E si torna a ribadire che noi siamo la storia, anche in un’azione quotidiana come quella di scrivere, anche la gente comune che non indirizza gli eventi a proprio vantaggio: quelli che non posseggono niente e hanno “tutto da vincere”, quelli che, al contrario, potrebbero perdere tutto e poi la stragrande maggioranza che ha “tutto da vincere e tutto da perdere”, che subisce una vera sconfitta solo se non si mette in gioco.

Non si tratta di riuscire ad acquisire un ruolo nella storia, ma di essere consapevoli del ruolo che già si possiede, tant’è vero che la gente “quando si tratta di scegliere e di andare/te la ritrovi tutta con gli occhi aperti/che sanno benissimo cosa fare”. La storia “nessuno la può fermare”, va avanti con le sue conseguenze provocate da qualcosa o qualcuno di ben preciso, “è per questo che la storia dà i brividi”, ed è per questo che è ancora più necessaria una coscienza storica. La gente fa le sue scelte che modificano il corso degli eventi, che possono portare cose buone, ma anche cose cattive. Forse qualcuno potrà spiegare, qualcun altro giustificarsi: ci sono precisi meriti e precise colpe, la storia parla chiaro, ‘’nessuno la può CAMBIARE’’. Quando De Gregori canta ‘’siamo noi padri e figli’’, sintetizza in un espressione un concetto fondamentale per lo storicismo: ‘’l’attuale non è mai completamente spiegabile se non mediante il remoto; negarlo equivarrebbe a cadere in un errore analogo a quello del fisico, siamo noi, bella ciao, che partiamo’’. Un legame con un brano della musica popolare, nato come canto popolare delle mondine lombarde, ma noto soprattutto per la versione partigiana, un legame con la Resistenza, l’antifascismo, la Costituzione del ’48: un efficace denuncia contro il neofascismo. Il brano si conclude riaffermando e sintetizzando tutto ciò che s’è espresso precedentemente: ‘’la storia siamo noi’’ che decidiamo di partire.

E alla fine un’immagine che si lega con una circolarità perfetta alla prima:  ‘ la storia siamo noi/siamo noi questo piatto di grano’’, cioè ciò che di più terreno c’è al mondo, una verità semplice e vitale. La storia siamo noi uomini: nulla di astratto  o trascendente. Io da giovane cristiano mi ritrovo in questa canzone perché si esprimono i due atteggiamenti di un credente: il tendere degli aghi verso il cielo che indica la santità e le difficoltà di un credente nel grano piegato dal vento. Essere cristiano nel mondo di oggi e quindi partecipante alla storia contemporanea dove la fede è denaro ed egoismo, dove è semplice allontanarsi dai principi (o dalle fondamenta) della fede cristiana, ma io, da giovane credente e facente parte di un gruppo che mi aiuta a mantenere e capire la fede cristiana voglio essere testimone di questa fede in questa storia.

 

Io, Noi, la Storia

di Giacomo Cocola [36 anni, Ingegnere Elettronico]

 

Don Rocco D’Ambrosio nella sua riflessione sul brano “La storia siamo noi” di De Gregori, ci dice chiaramente che il continuare a pensare che la storia la facciano i grandi del mondo è un errore imperdonabile, infatti la storia siamo ognuno di noi, con quello che siamo e con quello che facciamo;

Francesco che, mi ha preceduto nel commento al testo di questa canzone, ha sottolineato le difficoltà che incontra nel vivere da cristiano nel mondo perché nel dialogo giornaliero con la maggior parte dei giovani si riscontra le solite frasi “in questo paese non si fa nulla” oppure nell’ottica politica “sono tutti uguali”, “fanno schifo” facebook è ricco giornalmente di queste frasi.

Forse quello che spaventa i giovani e li rende così indifferenti alla vita sociale e politica, come ci suggerisce Don Rocco D’Ambrosio, “ha sede nella persona stessa. I loro atteggiamenti sociopatici o anarchici sono causati da carenze educative offerte nell’esperienza relazionale ed istituzionale.” In effetti la società in cui viviamo, una società egoistica, in cui l’io ha priorità assoluta, in cui valori come famiglia, società, uguaglianza, partecipazione, sono stati sostituiti essenzialmente con denaro e egoismo non ci aiuta ad essere comunità. Abbiamo bisogno di essere ri-educati alla vita sociale. Chiunque di noi abbia un ruolo educativo deve essere vicino a chi è più giovane di lui e stimolarlo a vivere la vita sociale.

È anche vero che oggigiorno le istituzioni ci sembrano più lontane da noi cittadini, specialmente dai più giovani, ma dobbiamo imparare che le istituzioni siamo noi. In democrazia, come sappiamo,  tutti hanno pari dignità sociale e pari responsabilità per quanto riguarda la gestione del Paese. Disinteressarsi della politica quindi vuol dire disinteressarsi del proprio futuro. Nella mia esperienza ho capito che bisogna avere la consapevolezza che possiamo influenzare le scelte sulla società fatte della politica, e solo partecipando ad essa potremmo effettivamente, concretamente decidere sul nostro futuro. Non curarsi del proprio futuro e lasciar ad altri questo enorme e complesso compito è un atto vile e da immaturi. Protestare senza proporre, senza mettersi in gioco è sin troppo facile.

E’ storia di oggi, cade a pennello, quando chi dovrebbe dare l’esempio di ricerca di unità in questo periodo storico cede a vuoti personalismi e non si va oltre i propri schemi e confini per cercare il bene di tutti.

Solamente rimettendo al centro della nostra vita, quindi partendo dalla persona, gli antichi valori  che oramai si stanno perdendo nel denaro, riusciremo a costruire un percorso positivo di partecipazione che culminerà nel naturale interesse  alla vita sociale e politica di ognuno. Partire dall’io per arrivare al noi. Cambiare noi per cambiare la società; questo perché noi siamo la società e costruiamo la storia.

 

La Politica è morta: 10 parole da cui Ripartire”

di Francesco Delfino [31 anni, laureato in Scienze politiche]

Il titolo della canzone, che trova giustificazione nel racconto delle prime due strofe, ci rappresenta un mondo vuoto e senza senso, in cui all’uomo manca qualcosa, in cui gli eventi di disperazione, dipendenza, di ricerca effimera di gioia, lasciano spazio al vuoto. Questa mancanza di senso della storia segnata da illusioni e false rappresentazioni in cui credere sono state al centro del pensiero filosofico di origine materialista e in particolare in Nietzsche. L’assenza di Dio nella storia porterebbe, secondo il testo di Guccini, a mancanza di costume, di legalità, e all’utilizzo della fede e dei valori come delle bandiere in cui nascondere corruzione e interessi illeciti. Pertanto occorre professare una nuova fede, quella vera, in un Dio Risorto, che non è solo morte, sofferenza, sacrificio, ma anche speranza, voglia di fare bene, insita in ogni uomo, che spesso si esprime nella novità e nel cambiamento.

I primi a dover testimoniare tale fede e tale anelito al bene comune, sono innanzitutto i credenti. Il cristiano secondo la sua fede non può esimersi dall’essere impegnato nella società, ad essere responsabile nella comunità civile, e a sporcarsi le mani nella politica.

Lo spunto di questa canzone ci dà l’occasione per riflettere sul ruolo che i cattolici in Italia hanno nella politica e nell’impegno sociale. Innanzitutto è facile rilevare come i cattolici impegnati nella politica sono sparsi in ogni parte e si riconoscono in quasi tutte le componenti politiche. Tutti i partiti da desta a sinistra sono caratterizzati dalla presenza dei cattolici, che sembrano essere una corrente interna, quasi necessaria, piccola o grande che sia, da dovere accontentare o far tacere a seconda del bisogno o dall’opinione comune, o dal sondaggio in voga.

Chi tra i fedeli laici sposa l’impegno politico è diviso tra ricerca identitaria di uno spazio cristianamente ispirato e l’adesione a programmi con al centro temi di interesse e azioni sociali care al mondo cattolico. Riconoscibilità e attivismo quando vengono estremizzati spesso danno vita a finzioni o a camuffamenti che si bollano di cristiano, ma che poi si rivelano vuoti e inconcludenti, come i “sepolcri imbiancati” richiamati da Gesù nel Vangelo. E allora si cerca o a tutti i costi di dimostrare una identità attraverso l’ attaccamento ai valori, alla difesa di temi morali, per poi scadere nella incoerenza delle pratiche e della testimonianza; oppure ci si appropria di temi cari alla Chiesa di intervento sociale (“anche il papa l’ha detto”, “anche Gesù fece questo”, ecc.) tralasciando le ragioni e le convinzioni di fondo che giustificano l’azione. Questo ha prodotto negli ultimi 20 anni due effetti: la presenza dei cattolici in quasi tutti i partiti come detto, e l’assenza di un partito che rappresenti tutti i cattolici, o gran parte di essi, come lo era stato in passato. Questi due effetti possono essere giudicati in modo positivo o negativo, considerati una ricchezza o una povertà,  a seconda delle analisi. Certo è che i politologi fanno difficoltà a capire dove votano i cattolici praticanti, proprio perché nelle comunità non vi è un chiaro orientamento o una indicazione forte. Possiamo definire che anche i cristiani in politica hanno ceduto al relativismo.

 

Ponendo lo sguardo alle macerie prodotte dalla 2^ repubblica in termini di rappresentanza politica, e a giudicare quanto è avvenuto nell’ultimo anno (scandali, antipolitica, arresti , ruberie, ecc.),  mi chiedo se non sia giunto il momento di provare a riaggregare tutte quelle donne e uomini di buona volontà che a partire dal loro credo provino e ritessere le trame della buona politica, in una nuova fase ricostituente della politica italiana dove ritornino al centro le idee e i valori che orientino le scelte dei partiti, per archiviare il personalismo dei leader, la logica antitetica destra-sinistra, l’incapacità di saper parlare al territorio e alla gente. Le rappresentanze cattoliche impegnate nel sociale potrebbero riunirsi per costituire una piattaforma innanzitutto programmatica che trovi sbocco in un movimento politico nuovo che abbia come capisaldi i principi della Dottrina Sociale della Chiesa.

Questo processo deve avvenire innanzitutto investendo nella formazione di nuove e giovani generazioni di classe dirigente politica, sulla scia di quanto già prodotto da “Cercasi un Fine”, con un richiamo alle comunità a sostenere elettoralmente e nella reciproca delega quanti decidono di accogliere la responsabilità politica diretta nei vari livelli amministrativi. Credo che questo compito spetti ai laici e non alle gerarchie ecclesiastiche, a vario titolo impegnati e organizzati nella società italiana, che devono liberarsi sia dal clericalismo che dal clientelismo partitico. Il mondo variegato di associazioni, sindacati,movimenti, comitati, consulte, ecc. di ispirazione cristiana possono costruire questo necessario percorso quale servizio alla nazione per rimettere in ordine il caos di identità politica  nel quale viviamo  e che produce l’attuale situazione di crisi e di stallo delle istituzioni.

Da dove partire? Per i credenti il riferimento è posto nella Parola di Dio. Allora ho accolto la sfida lanciata nel testo da don Rocco D’Ambrosio nell’individuare 10 parole evangeliche che possono essere poste a base di un programma politico, e che ho cercato di sintetizzare così:

1 -      I POVERI “Avevo fame e mi avete dato da magiare”.

La prefigurazione del giudizio finale fatta da Gesù non è solo un programma di vita spirituale, con le cosiddette opere di misericordia, ma può diventare anche un impegno di vita sociale, quando al centro dell’agire politico viene fatta una scelta preferenziale per gli ultimi.

2 -      GIUSTIZIA “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia“.

Ad ognuno deve essere garantita una pari dignità nei diritti, nelle possibilità, nella distribuzione dei beni. La giustizia non è un giudizio, ma un cammino di educazione, infatti per Dio la giustizia si traduce in misericordia.

3 -      VERITA’ “Io sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità”.

Così si rivela Gesù a Pilato che lo stava giudicando. Per noi rendere testimonianza della verità significa essere capaci di denuncia, essere consapevoli della realtà, conoscere i fatti e le storie di vita della gente, evitando finzioni, coperture, distorsioni, informazioni di parte e convenevoli. Significa trasparenza negli atti e libertà di comunicazione.

4 - PACE “Pace a voi”

E’ il saluto del Risorto. La pace oltre che un sentimento interiore e uno stile di vita personale, deve essere anche la chiave per interpretare situazioni di conflitto interno, sociale e tra gli Stati. Avere come obiettivo la pace, significa, ripudiare la guerra in ogni sua forma, evitare dispendiose azioni di armamento, evitare la militarizzazione del paese, intraprendere politiche di accoglienza e cooperazione tra i popoli.

5 -      CREATO “ Vide che era cosa buona (Genesi)“ .

Il primo appello che il Papa Francesco ha rivolto ai politici è stato mirato alla salvaguardia dell’ambiente. La custodia del creato emerge sempre più come una esigenza vitale dell’uomo, che si fonda non in un ecologismo praticante ma in un umanesimo che parte dal rispetto dell’uomo, del suo essere, della sua natura, della sua struttura, e della dimensione in cui esso vive. L’impegno politico si traduce  in scelte di sostenibilità che garantiscano benessere e salute alle presenti e alle future generazioni.

6 -      DIRITTI UMANI “Siate come i bambini”.

Gesù aveva a cuore i bambini e in essi vedeva coloro che erano meno difesi e non potevano far emergere la loro voce. Ponendoli al centro Gesù indica che anche a loro è annunciato il Regno di Dio. Pertanto l’invito è quello di riconoscere a tutti la dignità di uomo, piccoli o grandi che siano, dall’inizio della vita fino alla sua naturale fine.

7 -      SOLIDARIETA’ “Non sono venuto per essere servito ma per servire”.

E’ questo lo stile evangelico che è richiesto anche nella politica. Politica come servizio e non come opportunità o interesse. Questo significa anche valorizzare la rappresentanza, le organizzazioni, le forme associate di servizio alla “polis” nell’ottica della sussidiarietà, riconoscendo e promuovendo la partecipazione attiva dei cittadini alla vita civile.

8 -      LAVORO “Non sei il figlio del carpentiere?”

Gesù è stato per gran parte della sua esistenza terrena  un lavoratore della bottega paterna. Il lavoro è al centro della vita dell’esistenza delle persone, è il mezzo che dà il pane, che offre dignità, in cui si esprimono le professionalità e le capacità intellettuali. Il lavoro è vocazione. Pertanto va tutelato e garantito in ogni sua forma e nel rispetto dei tempi di vita dell’uomo.

9 -      FAMIGLIA “Cresceva e si fortificava in età, sapienza e grazia”.

Gesù è nato in una famiglia, a ha sempre indicato la famiglia come luogo in cui si realizza e si fonda la società. Il cristiano impegnato è pertanto chiamato a custodire tale forma di organizzazione sociale, fondato sull’unione in matrimonio tra uomo e donna, e a promuovere la generazione dei figli.

10 - AMORE “Amate i vostri nemici”.

Tale dichiarazione stride violentemente con lo scenario che ogni giorno vediamo in politica. La frase evangelica indica la ricerca della concordia anche con chi ci sembra più lontano da noi. Il dialogo come stile di confronto tra le parti può costruire azioni condivise tese alla ricerca del bene comune.

 

 

Siamo Stato Noi

di Rossella Fusano [22anni, iscritta alla facoltà di Lettere – Università di Bari, curriculum:editoria e giornalismo]

 

L'anafora, rappresenta per antonomasia, la figura retorica della ripetizione. Riprendere, una parola o un'espressione all'inizio di una frase o di un verso successivo, serve a sottolineare un'immagine o un concetto. L'effetto è tanto maggiore quanto più numerose risultano essere le ripetizioni. Caparezza nel suo brano musicale dal titolo “Non siete Stato voi”, adempie perfettamente ai suoi buoni propositi che parlano di denuncia ad un sistema canceroso da estirpare come la “malerba” dal terreno paludoso, richiamando ripetutamente all’attenzione il titolo della canzone ad ogni capoverso. Sarà lo stesso cantautore a dichiarare in un’ intervista uscita sul “Fatto Quotidiano” il 25 febbraio 2011, come l’indignazione e la rabbia si siano tradotte in un pezzo musicale, attraverso la sua voce - che ha persino abbandonato per l’occasione il sottile filo dell’ironia per la quale è tanto nota – al fine di parlare o meglio urlare quanto vile ed infruttuosa sia questa nostra realtà. I politici tutti, vengono dipinti nelle loro vesti, nei loro “costumi da sovrani, noleggiati con soldi immeritati”. Politici che sono “confratelli di una loggia che poggia sul valore dei privilegiati”. Mi chiedo dunque, cosa sia il privilegio? Dove esso risieda? Se il privilegiato è colui il quale non può essere scardinato da una di quelle poltrone rosso porpora vellutate, per il resto dei suoi giorni..allora riteniamoci fortunati di sedere su di uno sgabello di legno tarlato come quello del falegname della bottega accanto; su di una piccola sedia consumata, come quella dei bambini nel loro primo giorno di scuola; sui sedili insudiciati dei tram che di buon mattino prestano i loro servizi a tanti cittadini; sulle panchine di una villa dove nascono i primi incontri felici degli innamorati. La politica, quella accomodante, quella che nasce per servire il cittadino, ma finisce per servire e riverire quegli “uomini di polso soltanto perché circondati da una manica di idioti, non si può dir politica”!. Se è vero che come soleva ribadire Bismark “La politica non è una scienza ma un’arte; se è altrettanto vero che “ in democrazia nessun fatto di vita si sottrae dall’interesse della politica” a detta di Gandhi, allora è doveroso far nostro il pensiero di Machiavelli secondo il quale “Governare è far credere”! La “credibilità”, genera la “fiducia”. La “fiducia” rende saldo il popolo. Il popolo, vero ed unico governo, elegge uomini, che anche attraverso i loro limiti, devono essere in grado di dar voce alle loro paure, ai loro auspici, ai tanti bisogni. Luigi XIV sosteneva e credeva di esser lui solo lo Stato, oggi invece ciascuno di noi è chiamato a sentirsi Stato. Allora mi piace pensare..che “siamo Stato noi” quando andiamo incontro al fratello bisognoso, togliendoci un po’ delle nostre ricchezze; “siamo Stato noi” quando viviamo in libertà, denunciando l’omertà; “siamo Stato noi” quando ci sentiamo costruttori di un presente ed un futuro migliore; “siamo Stato noi” quando comprendiamo che non per forza l’erba del vicino sia la migliore, ma impariamo a guardare alle nostre risorse, alle tante opportunità di crescita, ai verdi giardini della nostra patria; “siamo Stato noi” quando denunciamo con coraggio i soprusi, quando la menzogna ci spaventa, quando la violenza non trova dimora nelle nostre dimore; “siamo Stato noi” quando scegliamo il coraggio e l’amore come i vestiti più belli da indossare ad ogni occasione; “siamo Stato noi” quando desideriamo ardentemente che vengano attuate leggi giuste, che vadano in favore dei più poveri, dei senza tetto, dei diseredati. Le leggi dovrebbero garantire la distribuzione della felicità al maggior numero di uomini. Siamo chiamati a valorizzare la cultura del filantropismo e a debellare le forme di anarchia, come quella che oggi grava nel nostro Paese. Perché la politica è dottrina del possibile, la politica è il governo dell’opinione, della proposta, del pensiero. Le scelte politiche spesso determinano la storia. La storia di per sé è vissuto, è memoria, è maestra dell’esperienza, è specchio d’eterna ammirazione, è passato che diventa presente, è moto perpetuo e generoso di insuccessi e vittorie. La storia è donna ma è anche uomo.. la storia siamo noi!

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