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Questo eterno presente non ci fa pensare al futuro, di Giuseppe De Rita

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 23/10/2021 10:00
Costretti nel «corto raggio», avremmo invece bisogno di ragionare sull’ampiezza dei problemi imposti da un profondo passaggio di tutta l’economia ad un mondo «post-globale»…

Colpisce, e negativamente, la povertà del dibattito sulle prospettive di lunga durata dell’economia italiana e sulla sua collocazione nella dinamica dell’economia mondiale, su cui i vari soggetti stanno modificando le loro strategie di fondo. 

Stiamo uscendo, noi italiani, da una pandemia che ci ha costretti ad una «casalinghità» degli interessi e delle intenzioni di tutti. E la cosa ci poteva stare. Ma oggi, nel dopo pandemia, il dibattito d’opinione non può attestarsi sul primato della cronaca e delle relative emozioni, come si avverte leggendo la maggior parte dei titoli dei quotidiani, anche in prima pagina. Abbiamo invece bisogno di ragionare e di avere idee e decisioni che interpretino l’ampiezza dei problemi imposti da un profondo passaggio di fase o di ciclo di tutta l’economia mondiale: il passaggio ad un mondo «post-globale». 

È da una parte evidente il primato assoluto della globalizzazione e delle sue strategie di lungo raggio, rese opportune o obbligate da quella dilatazione universale delle innovazioni (tecnologiche, industriali, logistiche, finanziarie) che i vari soggetti economici hanno cercato di cavalcare e non di subire.

E di converso sta tornando importante l’economia di corto raggio, con attenzione a problemi interni ai diversi sistemi economici. Si pensi solo al rilievo che vanno assumendo ovunque le tematiche della sostenibilità, della riconversione ecologica, della qualità dei servizi di vita collettiva, del fisco come strumento di lotta alle diseguaglianze sociali, fino alla esaltazione della economia circolare. Stravince il corto raggio. E non solo su scala internazionale, ma anche in casa nostra, se si pensa alla dinamica cauta dei consumi e dei risparmi, al crescente ruolo economico dello Stato e dei relativi meccanismi consensuali, alla perdurante opzione del sovranismo economico, una opzione verosimilmente destinata a restare. 

Questa molteplice rivincita del corto raggio la si ritrova puntualmente nei grandi impegni a livello internazionale, dalla presenza del termine «resilienza» in ogni ambizione programmatica dell’Europa di oggi al «build back better» di un Biden interprete del sentire collettivo degli americani, evidentemente scottati dall’essere stati presenti e potenti nelle più disparate contingenze mondiali. Ma vivere nel corto raggio potrebbe rivelarsi un passaggio duro specialmente per noi italiani, che per decenni abbiamo costruito la nostra presenza e potenza internazionale sulla strategia delle filiere lunghe (quella del made in Italy, quella enogastronomica, quella del primato nella produzione dei macchinari, quella del turismo). Oggi quelle filiere diventano crescentemente più fragili, perché ogni loro segmento può improvvisamente entrare in crisi (nella gestione finanziaria come nella catena logistica) e ci troviamo quasi nella necessità di trovare altre idee e altre strategie più funzionali all’operare in un sistema economico a corto raggio.

Dovremo fidarci come sempre di quella capacità di adattamento continuato che contraddistingue la sfida a sopravvivere dei nostri imprenditori, vecchi o giovani che siano. Temo che non li aiuterà il quotidiano dibattito d’opinione, paradossalmente prigioniero del cortissimo raggio della cronaca e dei suoi abituali territori; e così estraneo ai problemi qui richiamati da delegare implicitamente verso l’alto il pensarci su e il decidere per il meglio. Magari riservandosi di addebitare vocazioni «dittatoriali» per quei pochi che professionalmente si danno carico di pensare e per quei pochissimi che, per servizio alla collettività, si danno carico di decidere. 

https://www.corriere.it/opinioni/21_ottobre_22/questo-eterno-presente-non-ci-fa-pensare-futuro-07a3064a-3361-11ec-a09a-b9f5a5e6bd67.shtml

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