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Quell'Italia "feudale" che emerge dalle inchieste, di Giovanni Belardelli

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 13/06/2019 09:56
I casi di corruzione che da settimane occupano le prime pagine dei giornali ci dicono qualcosa di importante sul Paese, sulla sua identità e la sua storia…

 

Le inchieste per corruzione che da settimane occupano le prime pagine dei giornali ci dicono qualcosa di importante sul nostro Paese, sulla sua identità e la sua storia. Qualcosa che avvicina fatti pur diversi come lo scandalo che ha colpito i vertici Pd della Regione Umbria, l’inchiesta milanese che ha coinvolto l’imprenditore D’Alfonso e il vice coordinatore regionale di FI, quella della Dda di Palermo che ha appena portato all’arresto di Paolo Arata, la stessa indagine che riguarda l’ex presidente dell’Anm Palamara. 

Al di là della specificità di ogni caso giudiziario, per il quale le responsabilità andranno accertate dalla magistratura, nelle vicende citate emerge la presenza determinante di reti clientelari e rapporti di fedeltà personale che vengono prima dei propri compiti istituzionali. Non a caso, nella recente inchiesta milanese, la procura si è esplicitamente riferita a un «sistema feudale» per definire degli illeciti che si collocano dentro una struttura di relazioni organizzata in sostanza secondo il principio del vassallaggio. Appunto, come nella società feudale.

Un tale riferimento va forse considerato come qualcosa di più che una semplice metafora. Tralasciando gli eventuali aspetti penali, gli incontri tra Palamara, alcuni membri del Csm e due politici del Pd, finalizzati secondo l’accusa a pilotare le nomine ai vertici di alcune procure, sembrano indicare la presenza di una rete fatta di relazioni personali e d’interesse che prescindono dal ruolo istituzionale (e dai relativi obblighi) di ciascuno. 

Come, se le accuse si dimostreranno fondate, ne prescindevano i funzionari regionali siciliani accusati di rispondere a Nicastri e Arata, favorendoli nelle autorizzazioni per l’eolico e il bio-metano. Caratteri ancora più esplicitamente feudali presenta lo scandalo che ha coinvolto la sanità umbra, dove emergono chiare relazioni di vassallaggio. Relazioni che si manifestano con palmare evidenza in quei passaggi di foglietti con le domande da porre a un concorso o i nomi delle persone da assumere per obbedire al volere del proprio «signore», che abbiamo visto ripresi nei video degli investigatori. 

In sostanza, certe inchieste giudiziarie mostrano indirettamente l’immagine di un’Italia in cui – al di là delle regole, delle leggi, delle funzioni istituzionalmente stabilite – parti importanti della presenza pubblica sono regolate da relazioni personali-clientelari. Relazioni che in altri Paesi non è che siano assenti ma hanno generalmente un peso inferiore, non altrettanto capillare.

Oltre vent’anni fa, un disincantato osservatore come il filosofo Lucio Colletti scriveva su questo giornale che «l’Italia da tempo non è più uno Stato effettivo o reale, ma solo un’entità statuale apparente». In effetti, nel nostro Paese, alla presenza di reti di fedeltà e obbedienza di tipo feudale corrisponde uno Stato spesso debole o evanescente, almeno in due ambiti che furono decisivi nella costituzione dei moderni Stati europei. Il primo riguarda il monopolio dell’uso legittimo della forza, a cui in Italia si sottraggono non soltanto – come sempre si ricorda – aree importanti del Mezzogiorno controllate dalla criminalità organizzata. Non meno rilevante è che quel monopolio della forza, inteso come repressione dei comportamenti illegali, non riesca a esercitarsi pienamente neppure in luoghi che non soffrono di una altrettanto massiccia presenza di organizzazioni criminali. 

Pensiamo alle decine di migliaia di abitazioni occupate abusivamente (e generalmente con la violenza) in alcune grandi città. Oppure alla zona attorno alla centralissima stazione Termini di Roma, regolarmente pattugliata dalle forze dell’ordine che denunciano affittacamere abusivi, comminano il Daspo urbano o il foglio di via, infliggono multe salatissime. Ma il giorno dopo si ritrovano spesso di fronte alle stesse persone che di quei Daspo, di quelle denunce, di quelle multe semplicemente se ne infischiano.

La debolezza dello Stato si manifesta anche in un secondo ambito, non meno decisivo nella formazione in età moderna delle grandi compagini statuali europee: il fisco. Anche qui gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, con i livelli altissimi dell’evasione sia delle imposte sui redditi sia di quelle locali (in alcune zone del Paese l’evasione della Tari – riferiva Fubini sul Corriere del 6 maggio – sfiora il 60%). 

A tutto questo, cioè alla debolezza dello Stato e alla corrispondente resistenza di un «sistema feudale», i partiti sembrano per nulla interessati. Se ne comprende la ragione. Tramontate da tempo le ideologie novecentesche, rivelatesi confusissime se non pericolose quelle nuove – tipo la democrazia diretta attraverso la piattaforma Rousseau-Casaleggio – a tenerli in piedi sono rimaste soprattutto le reti di fedeltà, vassallaggio e ubbidienza personale. Non necessariamente con profili penali, ma certamente con caratteri che anche in questo caso non è improprio definire feudali.

 

https://www.corriere.it/opinioni/19_giugno_12/quell-italia-feudale che-emerge inchieste-300e65c0-8d2d-11e9-98ba-037337dafe50.shtml

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