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Quei calcoli sbagliati alle origini dei conflitti, di Paul Krugman

creato da D. — ultima modifica 17/09/2015 17:53
Cominciare una guerra è una pessima idea. Ma le guerre continuano a scoppiare.

È passato un secolo dall’inizio della prima guerra mondiale, quelli che molti all’epoca definivano «la guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre». Sfortunatamente, le guerre hanno continuato a scoppiare. E con le notizie dall’Ucraina che diventano più preoccupanti ogni giorno che passa, sembra il momento giusto per chiedersi perché.
Un tempo le guerre venivano combattute per divertimento e per profitto: quando Roma invase l’Asia Minore, o quando la Spagna conquistò il Perù, l’obiettivo era solo mettere le mani su oro e argento. E succede ancora adesso. In una famosa ricerca finanziata dalla Banca mondiale, l’economista di Oxford Paul Collier ha dimostrato che il miglior indicatore di rischio di una guerra civile, evento fin troppo comune nei Paesi poveri, è la presenza di risorse saccheggiabili come i diamanti. Tutte le altre ragioni che i ribelli adducono per le loro azioni sembrano essere più che altro razionalizzazioni a posteriori. Nel mondo preindustriale la guerra era, ed è ancora, una contesa tra famiglie criminali per il controllo del racket più che una battaglia per i principi.
Se invece siete una nazione ricca e moderna, la guerra — anche quando è facile e vittoriosa – non paga. E questo ormai da parecchio tempo. Nel suo famoso libro del 1910, La grande illusione , il giornalista inglese Norman Angell sosteneva che «la potenza militare è irrilevante sul piano sociale e sul piano economico». Come faceva notare, in un mondo interdipendente (che già esisteva all’epoca delle navi a vapore, delle ferrovie e del telegrafo), la guerra infligge inevitabilmente pesanti danni economici anche al vincitore. Senza contare che è molto difficile estrarre uova d’oro da economie avanzate senza finire per ammazzare la gallina.
Potremmo aggiungere che la guerra moderna è costosa, costosissima. Per esempio, secondo le stime, i costi finali (includendo cose come l’assistenza ai veterani) della guerra in Iraq finiranno per superare largamente i mille miliardi di dollari, molte volte di più dell’intero Pil iracheno.
Insomma, la tesi della Grande illusione era vera: le nazioni moderne non possono arricchirsi con la guerra. Eppure le guerre continuano a scoppiare. Perché?
Una risposta è che i leader forse non sanno far di conto. Angell, tra l’altro, spesso è stigmatizzato (ingiustamente) da gente convinta che con il suo libro avesse previsto la fine della guerra. In realtà lo scopo del giornalista inglese era, al contrario, quello di sfatare i concetti atavici, ancora molto diffusi ai suoi tempi, sulla ricchezza apportata dalle conquiste militari. E le illusioni di vittorie facili sono un fenomeno che vediamo all’opera ancora oggi. È solo una supposizione, ma mi sembra verosimile che Vladimir Putin avesse pensato di poter rovesciare facilmente il governo ucraino, o almeno impadronirsi di una grossa fetta del suo territorio, con poca spesa: un po’ di aiuti sottobanco ai ribelli e il bottino gli sarebbe caduto in grembo. E già che ci siamo, vi ricordate quando l’amministrazione Bush prevedeva che rovesciare Saddam Hussein e installare un nuovo governo sarebbe costato solo 50-60 miliardi di dollari?
Il problema maggiore, tuttavia, è che i governi spesso e volentieri ricavano un guadagno politico da una guerra, anche quando la guerra in questione non ha alcuna logica dal punto di vista degli interessi nazionali.
Recentemente Justin Fox, della Harvard Business Review, ha detto che la crisi ucraina forse affonda le sue radici nelle difficoltà dell’economia russa. Come sottolinea Fox, la prolungata fase di crescita economica è stata uno dei fattori che hanno consentito a Putin di rimanere saldamente al potere in Russia. Ma ora il motore della crescita ha cominciato a perdere colpi ed è verosimile che il regime putiniano avesse bisogno di sviare l’attenzione.
Tesi simili sono state avanzate per altri conflitti apparentemente insensati, come l’invasione delle Falkland da parte dell’Argentina nel 1982, da molti attribuita al desiderio della giunta militare al potere all’epoca a Buenos Aires di distrarre l’opinione pubblica dalla disastrosa situazione economica. (Per essere onesti, alcuni studiosi contestano con vigore questa tesi.) Ed è un fatto che quasi sempre una nazione si stringe intorno ai suoi leader in tempo di guerra, indipendentemente dall’assurdità della medesima o dall’impresentabilità dei leader. La giunta militare argentina godette per breve tempo di una forte popolarità durante la guerra delle Falkland. Per un certo periodo, la “guerra al terrore” portò l’indice di approvazione del presidente George W. Bush a livelli stratosferici, e la guerra in Iraq probabilmente gli fece vincere le elezioni del 2004. Conformemente alla tradizione, l’indice di gradimento di Putin è schizzato alle stelle da quando è scoppiata la crisi ucraina.
Senza dubbio è una semplificazione eccessiva dire che lo scontro in atto in Ucraina nasca unicamente dalla necessità di puntellare un regime autoritario in seria difficoltà su altri fronti. Ma una parte di verità in questa storia c’è di sicuro, e solleva prospettive inquietanti per il futuro.
Più nell’immediato, dobbiamo preoccuparci dell’ escalation in corso nel Paese dell’Europa orientale. Una guerra a tutto campo sarebbe un disastro per gli interessi della Russia, ma Putin potrebbe valutare che una disfatta degli insorti gli farebbe perdere la faccia in modo irrimediabile.
E se regimi autoritari senza una solida legittimazione possono lasciarsi tentare dal tintinnio di sciabole quando non riescono più a garantire prosperità, pensate agli incentivi che avranno i governanti cinesi se e quando il miracolo economico di quella nazione dovesse finire (cosa che secondo molti economisti avverrà presto).
Cominciare una guerra è una pessima idea. Ma le guerre continuano a scoppiare.


© 2-014 New York Times News Service

 

 

Repubblica 28.8.14

fonte: www.fondfranceschi.it, 31.08.2014

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