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Quei bambini ucraini rimasti in silenzio: il loro dramma nei racconti dei medici, di Goffredo Buccini

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 09/03/2022 09:43
Gli specialisti volontari: «Molti si sono bloccati, hanno il padre al fronte e la madre traumatizzata» Una tredicenne: «Prego perché taccia la sirena che ho nella testa»…

bambini ucraini hanno smesso di parlare. Lo raccontano i medici dal campo: molti, di appena due o tre anni, sono regrediti verso il silenzio, per paura, per autodifesa. Lo spiega bene uno psicoterapeuta dell’infanzia che da molto tempo si batte per i più deboli di loro: «Stanno rinchiudendosi, il blocco delle parole significa blocco delle immagini nella vita, rottura della relazione con almeno una delle due figure di riferimento: e tanti hanno il papà al fronte e la madre traumatizzata», dice Damiano Rizzi, presidente di Soleterre, la Ong che sta esfiltrando dal mattatoio di Putin, tramite un corridoio umanitario «non ufficiale» via Leopoli, decine di piccolissimi malati oncologici, sopravvissuti per giorni negli scantinati di Kiev.

I bambini ucraini hanno smesso di dormire, dopo notti all’addiaccio sui vagoni dei treni, nei corridoi della metropolitana, sotto le macerie di un ponte. «Prego perché taccia la sirena che ho nella testa», ha confessato una rifugiata tredicenne ai volontari di Save the Children, altra Ong benemerita che da Suceava, in Romania, 60 chilometri dal territorio ucraino, organizza l’accoglienza e ha già visto passare in pochi giorni per quel pezzo di confine 70 mila minorenni inseguiti dalle bombe (molti dei quali non accompagnati). «È una guerra contro i bambini», sbotta Daniela Fatarella, direttore generale dell’organizzazione attiva in più di cento Paesi: «E non solo contro quelli ucraini, contro tutti i bambini del mondo. Il prezzo del grano alle stelle sta riducendo alla fame quelli che in Siria, Yemen o Libano avevano già gravi problemi alimentari».

I bambini ucraini non riescono più a star fermi, dopo essere stati sigillati nei rifugi e avere abbandonato i padri alla frontiera. «Nei campi dei rifugiati li vedi correre senza sosta da un posto all’altro, in ipercinesia, s’allontanano e tornano a controllare di continuo dove sta la madre, hanno paura di perdere anche lei», racconta Gabriela Alexandrescu, Ceo della Save the Children rumena: «Le mamme sono l’ultimo baluardo, eroine del conflitto, portano sulle spalle un carico enorme».

I numeri di questa guerra contro i più indifesi tra gli ucraini sono già un oltraggio all’umanità: con un milione di bimbi profughi (fonte Unicef), sei milioni e mezzo a rischio e una cifra imprecisata di vittime (solo a Kharkiv il sindaco parlava di cento bambini uccisi l’altro giorno), ci restano negli occhi le immagini più spaventose o struggenti, il piumino blu di Alisa, 9 anni, ammazzata a Irpin mentre trascinava i trolley con la famiglia, sterminata accanto a lei; la ciocca viola di Polina, 10, da mostrare alle compagne delle elementari; il sangue di Kirill, 18 mesi, sul sudario bianco nel quale lo hanno avvolto i genitori, per la corsa vana all’ospedale di Mariupol.

Non c’è pietà nemmeno per i piccoli ricoverati. «I russi colpiscono quartieri civili, mettono a rischio anche gli ospedali pediatrici: può diventare una strage di bambini», ci scrive da sotto le granate Andrii Loboda, direttore della clinica pediatrica universitaria di Sumy, a poca distanza dal confine: «Siamo bloccati dal 25 marzo e ci manca tutto, dagli antibiotici in giù. Ci bombardano e portiamo i nostri malati in cantina, resistiamo anche se Putin ci ha tagliato acqua e luce. Hanno colpito l’orfanotrofio. Il difensore civico dell’infanzia, Lyudmila Denisova, ha calcolato 38 bambini morti e 71 feriti, ma l’elenco si allunga di ora in ora». Nel vicino villaggio di Bitytsia otto bimbi sono stati uccisi l’altra notte, ha riferito il coordinatore militare, Dmytro Zhyvytsky.

L’elenco di chi non c’è più annichilisce vite piene di silenzio. Le parole perdute dei bimbi di Kharkiv, di Mariupol o di Kherson certificano la cifra genocida della guerra di Putin: un’intera generazione è nel mirino, gli ucraini di domani. I più grandicelli, tra le macerie di Kiev, hanno detto al nostro Lorenzo Cremonesi: «Saremo i partigiani del futuro».

«L’instabilità di oggi può avere ripercussioni per molto tempo», spiega ancora Damiano Rizzi: «Non finisce certo quando questi bambini vengono accolti come profughi. Restano depressione e ansia. I bambini smettono di parlare per una forma di ritiro protettivo, così cerchiamo di spingerli a disegnare, per recuperarne il mondo interno». Con un viaggio della speranza di ottocento chilometri, in treno merci, in pullman e a piedi, attraverso il confine polacco, i volontari di Soleterre sono riusciti a portar via da Kiev diciotto bambini malati di cancro. 

Sono quelli che vedevamo nei primi giorni chiusi in cantina sotto le bombe, segnati dalla chemio. «Sotto quelle bombe ci sono stati 120 ore! Adesso sono qui, al piano sotto di me, al San Matteo di Pavia», si commuove Rizzi. Una goccia, certo. Come quel bambino mostrato dalla Cnn mentre piangente attraversa il confine da solo, col numero dei parenti in Slovacchia scarabocchiato sulla mano. Ma tante gocce faranno un’accusa per crimini di guerra, domani: quel giorno i bambini dell’Ucraina torneranno a parlare chiaro e forte. 

https://www.corriere.it/cronache/22_marzo_09/quei-bambini-ucraini-rimasti-silenzio-loro-dramma-racconti-medici-507a5824-9f1c-11ec-937a-aba34929853f.shtml

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