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Quando Bergoglio parlava di lotta, di Aldo Maria Valli

creato da webmaster ultima modifica 24/09/2015 13:48
Un papa sociale la cui idea di democrazia può essere compresa attraverso il testo di un discorso pronunciato quando era cardinale e ora pubblicato da Jaca Boo.

In questi primi mesi del pontificato di Francesco abbiamo visto quanto sia importante per papa Bergoglio l’idea di popolo.

Partiamo dalla teologia. Ispirandosi alla teología del pueblo (corrente teologica argentina che ha avuto in Lucio Gera e Juan Carlos Scannone, maestro di Bergoglio, i principali rappresentanti), l’attuale pontefice ha messo in primo piano nella riflessione pastorale la religiosità popolare, che qui in Europa è stata invece a lungo denigrata.

Nell’intervista alla Civiltà cattolica Francesco dice: «L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio […]. L’appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza a un popolo». E ancora: «Il popolo è soggetto. E la Chiesa è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori […]. E l’insieme dei fedeli è infallibile nel credere, e manifesta questa sua infallibilitas in credendo mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo che cammina».

Consapevole di aver espresso un concetto forte, il papa, poco dopo, precisa che bisogna stare bene attenti a non pensare che questa infallibilitas di tutti i credenti sia una forma di populismo. È, piuttosto, una valorizzazione del messaggio del Concilio, ma anche del pensiero di sant’Ignazio, fondatore dei gesuiti. Fu infatti il Concilio a proporre l’idea di Chiesa come popolo, come comunità di tutti i battezzati, senza distinzioni gerarchiche, e fu Ignazio a parlare di Iglesia militante.

Quando parla della santità del popolo di Dio, Francesco dice di vederla nella pazienza di tanti uomini e donne che fanno il loro dovere, che servono la vita, che si mettono a disposizione dei più svantaggiati. È stata, dice, «la santità dei miei genitori: di mio papà, di mia mamma, di mia nonna Rosa che ma ha fatto tanto bene».

Ma la valorizzazione del popolo, da parte di Bergolio, oltre che sul piano teologico, e quindi pastorale, avviene anche su quello sociale e politico. Lo si vede bene leggendo Noi come cittadini. Noi come popolo, il testo del discorso che l’allora arcivescovo di Buenos Aires tenne il 16 ottobre 2010 per i duecento anni dell’indipendenza argentina e che la Jaca Book opportunamente propone in traduzione italiana (96 pagine, 9 euro) con la prefazione di monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio consiglio della giustizia e della pace.

Viene fuori qui un Bergoglio sociale la cui idea di democrazia va conosciuta. Il futuro papa si dichiara infatti a favore di una democrazia «ad alta intensità», caratterizzata da una forte partecipazione popolare, e denuncia con decisione il «divorzio», così lo chiama, tra élite politica e popolo, così come la politica che si mette al servizio di interessi particolari e non del bene comune.

Il contesto, lo ripetiamo, è quello argentino, ma la riflessione di Bergoglio supera i confini del suo paese natale. Così, quando punta il dito contro la politica asservita a interessi settoriali e individuali e ridotta a strumento di gestione di posti e di spazi, senza capacità progettuale e  senza limiti e contrappesi nei confronti del capitale, è evidente che il messaggio ha una valenza molto ampia e riguarda anche noi.

La riflessione sul significato della parola cittadino è particolarmente stimolante. Cittadino, spiega Bergoglio, viene dal latino citatorium. Dunque «il cittadino è il convocato, il chiamato al bene comune, convocato perché si associ in vista del bene comune». Perché ci sia comunità ognuno deve avere un munus, un compito, un obbligo, un impegno nei confronti di sé e degli altri. Sono, queste, categorie messe ormai in secondo piano o del tutto dimenticate, dice Bergoglio, nell’epoca dell’individualismo consumistico, perché oggi il cittadino è più che altro colui che chiede, critica, domanda, esige e, semmai, moraleggia, ma non è più colui che aggrega e si mette in gioco.

Da dove ripartire, allora? Occorre valorizzare l’identità, e questa la si recupera con il senso di appartenenza a un popolo in cammino. In questo modo non abbiamo più, da un lato, l’individuo isolato e dall’altro il mucchio indistinto, la massa amorfa, ma abbiamo il popolo, e «popolo è la cittadinanza impegnata, riflessiva, consapevole e unita in vista di un obiettivo o un progetto comune».

Contro il particolarismo e la frammentazione, grandi mali delle nostre comunità disgregate, occorre passare dall’essere semplice abitante all’essere cittadino. Nell’idea di cittadinanza c’è la dignità e la responsabilità, ma la cittadinanza deve essere “integrale”: i diritti vanno rispettati sempre.

All’interno di questi ragionamenti, Bergoglio utilizza spesso una parola che non siamo abituati a trovare nel vocabolario sociale e politico di un ecclesiastico. È la parola lotta. Ecco un esempio: «Essere cittadini significa essere convocati per una scelta, chiamati a una lotta, a questa lotta di appartenenza a una società e a un popolo. Smettere di essere mucchio, di essere gente massificata, per essere persone, per essere società, per essere popolo. Questo presuppone una lotta».

Il concetto ritorna più volte e fa sensazione. I vescovi, di solito, parlano semmai di lotta interiore, di lotta morale, ma la lotta alla quale si riferisce Bergoglio è non solo spirituale: è culturale, sociale e politica.

«La lotta – dice Bergoglio – ha due nemici: il menefreghismo, mi lavo le mani di fronte al problema e non faccio niente, ma così non sono cittadino, e la lamentela». Ma nessuna di queste reazioni è cristiana. Il cristiano scende in campo e lotta. Lotta per i diritti umani (ben sapendo che «affermare i diritti umani comporta anche la lotta per cambiare queste strutture ingiuste»), per la giustizia sociale («Dobbiamo recuperare la missione fondamentale dello Stato, che è quella di assicurare la giustizia e un ordine sociale giusto al fine di garantire a ognuno la sua parte di beni comuni, rispettando il principio di sussidiarietà e quello di solidarietà»), per «sradicare la povertà», per la «cultura dell’incontro» che salvaguardi le differenze «convergendo sui valori che garantiscono la dignità della vita umana, l’equità e la libertà».

Costola argentina della teologia della liberazione, la teología del pueblo, così importante per la formazione del gesuita Bergoglio, rifiuta la lettura della società in chiave marxista e soprattutto prende le distanze dalla lotta di classe, ma la valorizzazione del ruolo storico e culturale del popolo è netta, così come il richiamo alla lotta in quanto consapevolezza della tensione agonistica che deve caratterizzare la partecipazione del cristiano alla vita sociale.

in “Europa” del 9 novembre 2013
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