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Profonda umanità: il Papa a Lampedusa, di Eugenio Melandri

creato da D. — ultima modifica 18/09/2015 13:59
In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro...

“La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro”. E' uno dei passi dell'omelia di Papa Francesco a Lampedusa. Ha scelto di cominciare da qui, da questa isola ai confini tra Europa e Africa, i suoi viaggi apostolici. Con uno stile nuovo, sobrio. Con la voglia di mettere davvero la chiesa in mezzo agli ultimi, ai poveri, a quelli cui nessuno pensa. Anzi ha scelto di mettersi accanto a chi viene troppo spesso espulso, non riconosciuto, colpevolizzato. Solo per il fatto di essere povero, in cerca di un presente e un futuro per sé e per la propria famiglia. Non fa sconti a nessuno Francesco. Non scende a compromessi. Interpella ciascuno personalmente. Perchè ognuno smetta di vivere in quella bolla di sapone che gli impedisce di fare i conti con la realtà. “Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto”. Il papa non parla di razzismo. Neanche di esclusione. Paradossalmente parla di “indifferenza”. Di questa “globalizzazione dell'indifferenza” che forse è peggio dello stesso razzismo. Perchè significa lavarsi la coscienza, sentirsi a posto. Lasciare che le cose avvengano. Senza porci interrogativi. Senza lasciarci interpellare dalla domanda che Dio ci pone”Dove è tuo fratello?”. Di qui il significato di questa visita: “Ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta, non si ripeta per favore”. In una parola, per rompere quella bolla di sapone che ci fa vivere in un mondo a parte, sordo alle domande e alle sfide di questo nostro tempo. Quelle bolle di sapone che, non permettendoci di vedere e di capire il dramma che continua a ripetersi nel mediterraneo, non ci permettono di piangere.
Torna con insistenza nel magistero di Francesco questo richiamo alle profondità dell'umanità: la tenerezza, la commozione, il pianto per e con chi soffre. Il pianto che è il contrario dell'indifferenza, è la partecipazione che si fa “sim-patia”, cioè capacità di soffrire insieme: “Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere”. Quasi a dire che ad ognuno di noi tocca qualcosa da fare. Anche solo com-patire, commuoversi, piangere. Sapendo che anche noi siamo responsabili. Abbandonando la cultura dell'Innominato: “Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto”. Come troppo spesso è senza nome e senza volto il potere che sta alle origini di queste tragedie. Una denuncia forte nei confronti di “coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”.
Quello di Papa Francesco a Lampedusa è stato un viaggio di penitenza. Per domandare perdono. Per dare alla chiesa la rotta di un cammino che stia sempre e solo con quelli che vengono messi da parte dalla società del benessere. Con quelle periferie della storia e dell'esistenza che sono la frontiera a cui il vangelo chiama. Forse non avremo la forza di cambiare politicamente le cose. I signori anonimi che governano il mondo appaiono sempre più forti. Ma almeno possiamo rompere le bolle di sapone che ci isolano dal mondo. E, soprattutto, piangere.


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