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Preti e cultura, intervista a Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 14/09/2015 13:00
Intervista di Pierpaolo Pacello a Rocco D'Ambrosio sulla formazione culturale dei futuri preti.

 

“Col volto delle persone semplici negli occhi e nel cuore”!

Intervista a don Rocco D’Ambrosio sulla dimensione culturale della formazione dei seminaristi. Don Rocco D'Ambrosio è docente di Filosofia Politica presso la Pontificia Università Gregoriana e la Scuola Superiore dell'Amministrazione dell'Interno di Roma. Ha insegnato per 19 anni presso la Facoltà Teologica Pugliese di Molfetta.

  1. Quest’anno la traccia formativa propostaci dall’equipe e dal rettore, dal titolo “Per rendere ragione della speranza che è in voi (1Pt 3,15)” riguarda la dimensione culturale della nostra formazione. Quali sono stati i passi della sua formazione culturale? Quali le persone che l’hanno segnata?

Iniziamo dalle persone. Vengo da una famiglia molto semplice, il mio papà nella vita è stato un commerciante e un postino, mia madre ha portato avanti il negozio di papà. A casa si parlava e si parla tutt’ora il dialetto! Per questo posso dire che vengo da una famiglia semplice e bella e che la cultura per me è stata sempre un patrimonio che dovevo conquistarmi. Ho avuto poi ottimi insegnanti dalla scuola elementare sino alle scuole superiori che mi hanno insegnato a scrivere bene. Ho incontrato due preti, il mio parroco e il mio viceparroco, molto diversi tra loro, che mi hanno insegnato una cosa molto importante: per essere prete dovevo studiare in seminario e continuare a farlo anche dopo. Ricordo ancora i libri sulle loro due scrivanie, le letture eclettiche dell’uno e quelle più legate alla teologia dell’altro. Sono stati due preti che in maniera diversa mi hanno trasmesso questo gusto. E infine c’è stato un uomo, di nome Mariano Magrassi, che ha visto in me un dono che neanche io all’epoca riuscivo a vedere. Mi disse che mi avrebbe ordinato, che sarei stato per due anni in cattedrale a contatto con le persone semplici e che poi sarei tornato a studiare “col volto di quelle persone negli occhi e nel cuore, perché tu sei nato per insegnare !”.

2. In questi anni qual è stato il più ampio terreno di confronto culturale con chi non frequenta i nostri ambienti? Quale lo scambio più fecondo?

Ricordo ancora una delle cose più simpatiche che abbiamo fatto in seminario coi miei compagni. Eravamo un gruppo di amici di corsi diversi coi quali decidemmo di leggere ciascuno un libro al mese per parlarne in una serata insieme. Iniziammo a leggere libri di non credenti, di chi magari non accettava Gesù Cristo o la Chiesa. Così il terreno di confronto è stato ampio e disparato. La difficoltà però, che rimane tutt’ora, è quella di individuare i libri! Ieri e oggi viene pubblicato di tutto, nelle librerie c’è roba di qualità e roba da quattro soldi.  Per questo bisogna consultare persone competenti sul tema, come i docenti, per farsi indirizzare.

3. Il confronto col mondo credo che per noi sia all’ordine del giorno. Quali le attenzioni da avere in qualsiasi tipo di ricerca culturale?

Il primo anticorpo nella ricerca culturale è la fonte! Se stai studiando una cosa devi andare alla fonte, al primo che l’ha detto. Il secondo sono gli autori cosiddetti probati, i maestri. E non è autore probatus chi ripete, ma chi ha coscienza critica. Stabilito questo vai avanti solo. Ma attenzione: lo Spirito di Dio è su di noi ogni volta che cerchiamo la verità. E lo Spirito soffia dove vuole e come vuole, c’è bisogno di una grande libertà interiore! Se sei vincolato interiormente avrai sempre paura di ciò che leggi.

4. Quale il senso più vero della formazione culturale di un seminarista del 2014? A cosa serve?

Serve ad annunciare il vangelo. E, come dice Papa Francesco in Evangelii Gaudium, annunciare il vangelo è amare Gesù Cristo! Studiare e formarsi culturalmente serve ad amare meglio Gesù Cristo e a portarlo oggi al mondo che ci circonda. Il mondo di oggi è complesso, non lo si può leggere con pochi parametri culturali, quasi fossimo ancora in una società monolitica. Ci sono cittadini stranieri, coppie divorziate, massoni, atei. Come faccio io oggi ad annunciare il vangelo a queste persone? Solo per buona volontà? No, non basta, ci vogliono strumenti culturali. Nel ministero alla lunga succede che ti stanchi, perché l’annuncio del vangelo comporta una fatica. Per questo devi continuamente nutrire il cuore con la preghiera e la testa con la creatività, con lo studio, come nutriresti il corpo. Lo studio è passione e senza di questa la mediocrità è sempre alle porte!

5. Alcuni consigli per la nostra formazione culturale di questi anni.

Negli anni di seminario bisogna studiare anzitutto bene le materie d’esame. Quando ci sono i periodi meno impegnativi, come l’estate, si devono approfondire temi che non si sono approfonditi durante l’anno e che ci hanno colpito. Poi in tutti i periodi avere comunque un costante approccio alla cultura moderna, mi riferisco alla letteratura, poesia, saggi, riviste di qualità. Dopo gli anni della formazione molto dipende dagli incarichi che si hanno, dai ritmi personali, dal lavoro pastorale che assorbe tantissimo. Ricordo però che Magrassi spingeva sempre i preti a darsi dei tempi per la propria formazione e lettura, per alcuni aspetti obbligava al giorno libero, da dedicare alla preghiera e allo studio. Ma la di là di questo vi auguro quanto ha scritto Georges Bernanos:”Ho letto buoni e bei libri. Ho compreso, grazie ad essi, che possiamo valere qualcosa soltanto con il sacrificio e la totale dimenticanza di sé a vantaggio di Dio e della sua causa e che il miglior modo d’arrivare al disprezzo della morte è l’offerta della vita della morte”.

intervista di Pierpaolo Pacello per la rivista In Dialogo, dicembre 2014

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