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Povertà ed esclusione sociale, di Giovanni Paradiso

creato da pigre71@alice.it — ultima modifica 30/09/2015 11:43
L’Italia è il secondo paese in Europa con il più alto tasso di povertà persistente. Secondo i dati recentemente diffusi dal Ministero del Welfare, nel 2010 i “poveri persistenti”, cioè che lo erano anche in almeno due dei tre anni precedenti

 

Nell’ambito delle attività di coordinamento comunitario delle politiche economiche e occupazionali i capi di Stato e di Governo della UE hanno adottato la cosiddetta Strategia EU2020. Una strategia che si prefigge di portare l’Unione su un binario di crescita economica e occupazionale. In tale prospettiva, il Consiglio Europeo ha voluto comunque mantenere  una visione sociale  del modello europeo, includendo tra i target  della strategia anche la lotta alla povertà e all’esclusione sociale. Inizialmente  la strategia aveva fissato in 20 milioni il numero di persone da far uscire dalla condizione di povertà o esclusione sociale entro il 2020. Successivamente, conformemente al principio della sussidiarietà gli Stati membri della UE sono stati autorizzati a fissare i propri obiettivi sulla base di  quelli che consideravano gli indicatori più appropriati.

L’Italia è il secondo paese in Europa con il più alto tasso di povertà persistente. Secondo i dati recentemente diffusi dal Ministero del Welfare, nel 2010 i “poveri  persistenti”, cioè che lo erano anche in almeno due dei tre anni precedenti, sono risultato oltre  10 milioni, il 70% degli oltre i 14 milioni di italiani a rischio povertà. La situazione risulta peggiore solo in Grecia. I dati sono il risultato di un nuovo metodo di indagine comunitario che al tradizionale indicatore di rischio di povertà relativo si aggiungono ora l’indicatore di deprivazione materiale(il non potersi permettere l’acquisto di beni durevoli, di consumare carne o pesce durante la settimana, usufruire di una vacanza o accedere un mutuo) e  di esclusione dal mercato del lavoro. Per la prima volta i ricercatori hanno esteso l’indagine anche a quelle fasce sociali che pur  non ancora in presenza di un rischio povertà relativo per ragioni di reddito  di fatto  però versano in una condizione di deprivazione  che si configura in uno stato di esclusione sociale. Risultano così a rischio di povertà ed esclusione sociale oltre   14 milioni, il 24,5% della popolazione appena sopra la media europea (23%).

In tale contesto in questi giorni sono stati resi noti anche i dati del rapporto  “Mamme nella Crisi” di Save the Children.  In Italia mancano i servizi all’infanzia e il lavoro, se c’è, è a rischio a seguito della gravidanza, con pressioni o dimissioni in bianco: sono questi gli elementi che spiegano il calo della natalità in Italia (-15mila nascite tra il 2008 e il 2010). Il rapporto donne-lavoro resta uno scoglio: nel 2010 solo il 50,6% delle donne senza figli era occupata (contro la media europea del 62,1%). Dato che scende al 45,5% con l’arrivo del primo figlio, al 35,9% con il secondo e a 31,3% nel caso di 3 o più figli. Tra il 2008 e il 2009 sono state 800 mila le mamme licenziate o spinte alle dimissioni. L’8,7% del totale delle interruzioni di lavoro nel 2009 è avvenuta per costrizione (era il 2% nel 2003). Sono queste condizioni precarie alla base della maggiore incidenza della povertà sui bambini e sugli adolescenti registrata in Italia.

I dati riportati da questi recenti studi presentano un quadro all’armante sulla condizione di vita in cui versa  un’alta percentuale di famiglie italiane, ancor più accentuato dal perdurare della crisi economica e dalle contrazioni delle risorse da destinare al Welfare a causa della spending review. In un simile scenario appare  quanto mai vitale il contributo  che le Associazioni di Volontariato unitamente all’opera svolta dalle Caritas offrono agli Organi Istituzionali territoriali per arginare un disagio sociale che non accenna ad arrestarsi.

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