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Postdemocrazia?, di Pierre Carniti

creato da webmaster ultima modifica 17/09/2015 12:35
La democrazia è sempre più malandata. Ma come e da che cosa è stata prodotta questa sofferenza? Provo a dirlo sinteticamente...

 

I  sintomi sembrano non lasciare dubbi. Malgrado i riti, le celebrazioni, gli inchini retorici, la democrazia è sempre più malandata. L’aspetto singolare è che, a differenza di quanto nei decenni passati molti avevano temuto, il suo deperimento non è la conseguenza di trappole, di imboscate, ma piuttosto di svuotamento, sottonutrizione, apatia, indifferenza. In effetti non è difficile constatare un crescente “disagio della democrazia”, una “rassegnata accettazione del suo cattivo funzionamento” e del suo progressivo svuotamento (analizzati acutamente da Carlo Galli in: “Il disagio della democrazia”, Einaudi editore). Ma come e da che cosa è stata prodotta questa sofferenza? Provo a dirlo sinteticamente e quindi, inevitabilmente, in maniera discutibile.

Nelle sua lunga storia la democrazia ha conosciuto molte versioni, non poche contraddizioni e momenti di successo alternati a periodi di dura sconfitta. Secondo la famosa tesi del politologo americano Samuel Huntington, la forma di governo democratica, dopo le sue prime sperimentazioni nel mondo antico e nelle repubbliche medioevali, si afferma in Occidente e nel mondo per successive ondate o cicli evolutivi. La prima innescata dalle rivoluzioni americane e francese si è protratta per tutto il diciannovesimo secolo fino alle soglie della Prima guerra mondiale. La seconda ha avuto inizio alla fine della Seconda guerra mondiale e si è estesa nel mondo in coincidenza con il processo di decolonizzazione. La terza ha avuto  inizio a partire dal 1974, con la fine della dittature in Europa (Portogallo, Spagna, Grecia) e nell’America latina.

Che si condivida o meno questa periodizzazione, resta il fatto che tra  i risultati più vistosi e significativi della democrazia ci sono sicuramente quelli del 1945 e nel 1989 del secolo scorso. Quando è riuscita a sconfiggere il totalitarismo. Ma il dato per certi versi ancora più rilevante è stato, nel secondo dopoguerra, la capacità di conquistare una larga maggioranza degli elettori dei paesi occidentali sulla base della sua variante moderna. Vale a dire: “il compromesso socialdemocratico”. Compromesso fondato sull’accettazione di una economia di mercato (che è bene lasciare funzionare perché produce ricchezza), ma anche sul riconoscimento delle forze del lavoro che, organizzate, costituiscono l’altro imprescindibile pilastro della società. Il tutto nel quadro di uno Stato democratico in grado di mediare i conflitti tra capitale e lavoro e di investire nelle politiche sociali per migliorare le condizioni di eguaglianza. Quanto meno dei punti di partenza.

Tuttavia, il dato che non va assolutamente offuscato è che l’equilibrio democratico (per sua natura sempre instabile) realizzato nella seconda metà del novecento, ha retto finché, nel mondo, la democrazia è stata una parte. Cioè fintanto che è stata politicamente determinata ed aveva un chiaro avversario: il comunismo. La sconfitta del comunismo (le cui cause sono state indagate da una estesa letteratura che qui non intendo riprendere) ha infatti apparentemente permesso alla democrazia di dilagare in gran parte del mondo. Seppure con rilevanti eccezioni (basti pensare alla Cina). Fino al punto che nell’opinione pubblica internazionale si è addirittura fatta strada la convinzione che si fosse ormai prossimi ad una universalizzazione della democrazia. Purtroppo però la sua espansione si è esaurita soprattutto nell’adozione di alcune istituzioni formali. Perché ciò che realmente è tracimato, a partire dalla fine del comunismo, è stato soprattutto il capitalismo. Che della democrazia è (seppure contraddittoriamente) costitutivo, ma che oggi, nell’età della globalizzazione, si manifesta piuttosto come forza sovrastante la politica, lo Stato, la società. In sostanza i soggetti della democrazia.

In effetti oggi assistiamo ad una progressiva ed incontrastata divaricazione fra Stato, mercato, Partiti, Forze Sociali. Sicché questi soggetti della moderna democrazia non riescono più a cooperare ed a interagire (come avevano fatto per almeno mezzo secolo) e le loro logiche, dopo aver permesso una sintesi in una certa fase della storia politica occidentale, deviano verso destini sempre più divergenti. Quindi, rispetto al secondo dopoguerra, i problemi della democrazia oggi sono  riconducibili piuttosto a fattori interni che a nemici esterni. Più a rischi di entropia, che di collisione. In realtà il capitalismo, che è riuscito a costituire una sua estesa zona franca, esige mano libera rispetto alla politica ed al diritto e rimette progressivamente in discussione (giudicandole un costo insopportabile e comunque non necessario) le conquiste dello Stato sociale.

Il risultato è che l’offerta ha finito per prevalere sulla domanda; i consumi sui bisogni; la competizione sulla solidarietà e l’eguaglianza. Il lavoro sempre più flessibile, precario, subalterno, disarticolato, diviso, deprivato di diritti rispetto all’esigenza, considerata prioritaria, di assecondare il profitto e quindi la crescita del capitale. Non è difficile capire come questo tipo di lavoro sia diventato un fatto privato tra il singolo e l’impresa. Con il dislivello di potere che si può immaginare. Di conseguenza il lavoro è sempre meno in grado di creare legame sociale, né sufficiente solidarietà. Meno che mai quella che nel secolo scorso veniva definita “coscienza di classe”. Anzi, addirittura marginale è divenuta la sua capacità di riuscire a formare l’identità del singolo. Perciò la “democrazia del lavoro”, fondata sulla cittadinanza politica e sulla partecipazione attiva è ormai solo un ricordo. Oggi essa è infatti soppiantata da quella che alcuni definiscono “democrazia liberista, o mercatista”. Caratterizzata dal prevalere di potere privati. A volte persino oscuri ed illegali. In sostanza, alle condizioni di lavoro sperimentate in passato nell’Occidente democratico, oggi si affianca un resto del mondo a democrazia sfibrata e debilitata, che retroagisce  sulla stessa democrazia occidentale. A sua volta “costretta” quindi ad abbassare i propri standard come condizione e pedaggio per far fronte alle nuove sfide.

Nel complesso perciò, l’economia globale deregolata e fuori controllo, incapace di rapportarsi a logiche diverse della propria, vale a dire non solo ad interessi particolari, ma a quelle dimensioni generali dell’esistenza di cui la politica si è storicamente fatta carico, genera una umanità disillusa e rassegnata. Che considera pura utopia poter gestire l’esistenza collettiva come un progetto razionale, anziché subirla come un disastro naturale. Nei confronti del quale l’unica cosa che finisce per essere considerata sensata è cercare di sopravvivere. Questa involuzione spiega perché, dal punto di vista sostanziale, la democrazia sia diventata, in larga misura, una pratica del tempo passato. Oggi ridotta di fatto a puro rituale, a semplice procedimento, a mero cerimoniale. Questo declino è riscontrabile ovunque. Ma in Italia appare più accentuato che altrove. Si capisce bene come, per cercare di correggere tale tendenza e tentare un rilancio sia necessario un impegno ed una determinazione di lunga lena. Di cui purtroppo, per ora, non si vedono tracce significative. Perciò una sua rivitalizzazione non sembra dietro l’angolo.

Tuttavia, per cercare quanto meno di avviare le condizioni per provarci, sarebbe opportuna una discussione propedeutica su almeno tre ordini di questioni: primo, la relazione tra politica ed antipolitica; secondo, la predominanza delle decisioni tecnocratiche sulla legittimità democratica; terzo, il rapporto tra politica e diritto, tra sovranità e controllo. Inutile sottolineare che si tratta di questioni le quali non esauriscono affatto i problemi che influiscono sul logoramento e la progressiva debilitazione della democrazia. A mio giudizio possono però contribuire ad iniziare il cammino per tentare un suo recupero. Provo quindi a formulare qualche opinione in materia.

 

1 – Lo scandalo delle ruberie e malversazioni consumato a livello delle regioni, dove consiglieri spudorati si sono autocertificati (senza alcuna vergogna e senza alcun rispetto della propria dignità) ogni tipo di spesa (dalla settimana bianca, a l’argent de poche per l’amante) fino alla improntitudine di quanti non hanno esitato a fare addirittura la cresta sulla stessa spesa, ha suscitato una comprensibile ondata di indignazione. E’  emerso così che: “In Italia, il finanziamento pubblico ai partiti è il più elevato al mondo: 200 milioni di euro all’anno, con il minor controllo in assoluto. Il costo della politica in democrazia è un ‘male’ necessario che potrebbe essere mitigato solo se sapessimo dove finisce questa marea di soldi”, ha scritto Aldo Grasso (Corriere della Sera del 30 settembre). Invece non ne sappiamo nulla, o quasi. Perché partiti e consiglieri regionali non sono tenuti a giustificare le spese con fatture o scontrini. Tanto meno ad indicarne le finalità. E’ quindi facile capire perché di fronte a diffusi episodi (si è incominciato con lo scandalo alla “vaccinara” del Lazio, che ha portato all’arresto del capogruppo del Pdl, si è proseguito con le inchieste aperte in Campania, Sicilia, Piemonte, Emilia) di malamministrazione e di arraffamento da parte di burini e coatti (regolarmente eletti!) si sia allargato il fossato che contrappone “società civile e società politica”, i cittadini al “ceto politico”. Insomma si sarebbero definitivamente aperte le cataratte dell’antipolitica. Con la cristallizzazione di un insanabile contrasto tra “noi” (la società civile) e “loro” (il ceto politico).

Ma questa “vulgata” ha un reale fondamento? Personalmente ho dei dubbi. Anche a prescindere dal fatto che la locuzione “società civile” è ambigua. Basti pensare alle riunioni di condominio (con i loro eccessi verbali, insulti e  conflittualità) che sono anch’esse rappresentative della società civile. Oppure a ciò che a volte sanno combinare gli “ultras” dentro e fuori gli stadi. Persino loro vanno considerati parte della “società civile”. Altrimenti pensiamo al comportamento di gran parte degli automobilisti nei grandi centri urbani che non si fanno scrupolo di parcheggiare, sulle strisce pedonali, sui marciapiedi, in seconda e persino in terza fila. Indifferenti ai disagi che producono agli altri ed alla circolazione. Anche loro sono un pezzo della cosiddetta “società civile”. Si potrebbero fare molti altri esempi. Si pensi soltanto all’abusivismo edilizio, al disseto del territorio, ai traffici di rifiuti inquinanti ed all’avvelenamento delle acque e dell’aria, o alla scandalosa evasione fiscale, per  trarre la sconsolante conclusione che purtroppo, mediamente, “loro” non sono così diversi da “noi”. Che, insomma, la società politica  riflette largamente la società civile. Si ma “loro” hanno rubato! Obiettano alcuni. Certo. Ma purtroppo questo non risulta essere un requisito esclusivo della politica. Se, come diceva Carlo Dossi, “a molti non mancano che i denari per essere onesti”, si deve riconoscere che, anche tra coloro che i denari li hanno, l’impulso all’onestà appare spesso tutt’altro che irresistibile.

Alla degenerazione della politica italiana Giuseppe De Rita ha dato una interpretazione sociologica. “C’è […] da domandarsi (scrive sul Corriere della Sera  del 5 ottobre 2012) quale sia il motore immobile e ricorrente di queste ondate di sputtanamento. A guardar bene, si capisce che esse sono legate all’entrata nel gioco politico e del potere pubblico, di gruppi a lungo tenuti in condizioni di marginalità minoritaria, ma che una volta “sdoganati” si sono accanitamente volti a recuperare il tempo perduto senza alcun rispetto umano. Un Paese per secoli povero non passa ad essere signorilmente borghese solo perché è diventato agiato; deve necessariamente assorbire ondate di parvenu, di ex poveri che vogliono esprimere anche senza stile la propria coazione alla ricchezza.” La sua conclusione è che, come tante volte è già avvenuto nel passato, anche questa volta la “chimica evolutiva del corpo sociale” saprà però “ruminare e metabolizzare i parvenu” e, dunque,  sconfiggere la protervia dei neocafoni.

Le considerazioni sociologiche di De Rita hanno una loro suggestione. Tuttavia, personalmente penso che separare la propensione al malaffare, il pervertimento di una parte della politica , da una società fondamentalmente incline al bene, sia una operazione comprensibilmente consolatoria,  ma anche fondamentalmente elusiva. Proviamo a pensare al problema della corruzione che pesa in maniera drammatica sulla condizione economica e sociale dell’Italia e malgrado ciò Governo e Parlamento sono rimasti impantanati per mesi, incapaci di varare adeguate misure dissuasive e quelle che alla fine sono riusciti a varare difficilmente risolveranno il problema.

Secondo l’Ocse, il nostro indice di corruzione è il doppio di quello della Spagna e della Francia. E’ più del doppio degli Sati Uniti. E’ quasi tre volte quello dell’Inghilterra e  dell’Austria. E’ tre volte quello della Germania. E’ quattro volte quello del Canada e della Svizzera. E’ sei volte quello dell’Olanda e della Norvegia. E’ nove volte quello della Svezia, della Norvegia, della Danimarca. Con tutte le gravi conseguenze che queste differenze producono sugli investimenti, la crescita, il Prodotto Interno Lordo. Ebbene, alla realizzazione di questa deplorevole performance il “pubblico” ci mette sicuramente del suo. Ma anche il “privato” non si risparmia certo. In buona sostanza, i ladrocini i furti e le ruberie, non riguardano esclusivamente la rappresentanza politica. Perché sono parte integrante anche della mentalità, della condotta (verrebbe da dire dell’antropologia) degli italiani.

Per rendersene conto basta riflettere su un punto. Oggi ci lamentiamo giustamente del fatto che il degrado della politica ha raggiunto livelli inimmaginabili fino a qualche decennio fa. Ma probabilmente se questo ha potuto accadere è perché via ha potuto influire anche la circostanza che una parte della rappresentanza politico istituzionale è stata nominata senza che nessuno si dovesse prendere la briga di votarla ed esibita poi come una scelta tesa a valorizzare la cosiddetta “società civile”. Non di rado, con un tasso di cinismo ed impudenza che è arrivato fino al punto di nominare parlamentari della Repubblica, o consiglieri regionali, persone dotate di tutt’altri meriti e capaci di tutt’altri servizi rispetto a quelli in passato richiesti al personale politico. Per altro queste decisioni sono state difese e dichiarate legittime (senza che venisse registrata alcuna reazione sdegnata) non da qualche irresponsabile demagogo, ma da parlamentari della Repubblica. “Non escludo che senatrici o deputate siano state elette dopo essersi prostituite”, ha infatti dichiarato la deputata (arrivata in Parlamento con il Pdl e poi passata al Fli) Angela Napoli,  (Repubblica, 8 settembre 2010). A cui è seguita la tempestiva replica assolutoria del deputato Pdl: G. Straquadanio (Repubblica, 13 settembre 2010) “Se anche una deputata o un deputato ammettessero di essersi venduti per fare carriera o per un posto in lizza non sarebbe una ragione sufficiente per lasciare la Camera od il Senato”.

Ovviamente non tutte le forze politiche hanno seguito questi criteri per selezionare la propria rappresentanza quando hanno “pescato” tra i componenti della “società civile”. Tuttavia, il fatto che qualche partito vi abbia potuto fare ricorso è comunque indicativo della circostanza di come la politica si sia sciaguratamente uniformata ai modi ed i mezzi con cui da sempre in Italia sono condotti gran parte degli affari privati. Di come, in pratica, l’immoralità diffusa nei rapporti tra privati abbia contaminato la politica, fino a rendere del tutto infondata la contrapposizione, largamente accreditata dai media, tra “loro” e “noi”.

Il punto infatti non è, come sembrano inclini a ritenere diversi commentatori, la carenza di etica “nella” politica, quanto piuttosto la penuria di etica “della” politica”. In effetti ciò che sta venendo alla ribalta è la mancanza di una politica culturalmente e moralmente migliore rispetto a quanto mediamente riesce ad esprimere la società. Cosa che invece si era largamente verificato nei primi decenni del secondo dopoguerra. Quando questo o quel partito poteva essere contrastato e contestato, ma al contrario la politica ed il suo ruolo essenziale venivano riconosciuti, accettati ed in generale rispettati.

Sia come sia, ora ci troviamo di fronte ad una ondata di piena dell’antipolitica. Del resto non si fa fatica a capire che episodi gravi di malversazione, di peculato, di saccheggio, di frode, che stanno continuamente venendo alla luce, producano un atteggiamento di discredito e di rifiuto verso la politica ed i politici. Senza andare quindi molto per il sottile tra quanti si comportano bene e fanno il loro dovere e quanti usano invece il loro incarico solo per arraffare e depredare. Senza per altro distinguere tra reati e responsabilità penali, che sono sempre personali, e responsabilità politiche. Che sono invece sempre collettive. Nonostante ciò, la reazione dell’opinione pubblica è assolutamente comprensibile ed in una larga misura giustificabile. Bisogna dire però, che essa finisce anche per oscurare o addirittura a rimuovere del tutto elementi costitutivi della forma mentis, della cultura, del carattere degli italiani. I quali (per la loro storia) hanno sempre avuto uno scarso sentimento di appartenenza ad una comunità e, dunque, anche scarse virtù civiche. O, se si preferisce, predisposizione al “bene comune”

C’è un grande classico della nostra lingua e della nostra cultura che offre una folgorante sintesi di questo aspetto dello spirito degli italiani che riesce a sfidare i secoli. Si tratta dei “Ricordi” di Guicciardini i quali per Roberta De Monticelli (“La questione morale”, Raffaello Cortina Editore) costituiscono i “minima immoralia di una gloriosa tradizione”. Basti pensare che tra i precetti rivolti ai suoi contemporanei Guiccirdini raccomanda tra l’altro: “Pregate Iddio  di trovarvi dove si vince, perché vi è data laude di quelle cose di che non avete parte alcuna”. Raccomandazione inutile.  Come è facile capire. Perché (ora come allora) dalle parti di chi vince c’è sempre una gran ressa. Tant’è vero che anche nella fauna politica attuale ci sono personaggi e formazioni partitiche che di quel principio hanno fatto un punto decisivo (quando non esclusivo) del loro programma.

Non basta però pregare Iddio, lo storico e politico fiorentino esorta infatti anche ad essere pronti per scendere in tempo dal carro dei vincitori quando si incomincia ad intuire che questi stanno per diventare perdenti. Nel suo decalogo Guicciardini impartisce inoltre consigli sull’arte dell’apparire e del raggiro; sul fatto che le bugie a forza di ripeterle tendono ad essere scambiate per verità; che la colpa delle nefandezze non sia di chi le compie, ma del fatto che le cose sono bacate all’origine; che non si può rinunciare ai vantaggi presenti per evitare grandi mali a chi verrà dopo di noi, “perché altrimenti ti perdi el bene che tu potevi avere”.

Scrive in proposito Roberta De Monticelli “Quello che più colpisce in questi concetti è quell’aria di familiarità che hanno purtroppo alle nostre orecchie. Sono la feccia precettistica della meschinità, del servilismo, della doppiezza, del familismo, della diffidenza e della furbizia”. Ciò che li ispira è il “tornaconto”, mentre “il sentimento fondamentale è un disprezzo per il proprio prossimo, che oscilla tra gli estremi dell’indulgenza e del rancore. Propendendo decisamente per quest’ultimo con un’ossessiva insistenza sul sospetto, la paura e la vendetta. Apparentemente gli unici motori della storia”.

Il tutto fondato in uno scetticismo “metafisico, logico e pratico” che diventa completo cinismo, in quanto essenzialmente alimentato da risentimento e disprezzo. “Quanto è diversa la pratica dalla teorica!”  afferma Guiccirdini. Ed ancora: “Conoscere non è mettere in atto”. Sebbene la “teorica”, il “conoscere”, siano in definitiva le idee (anche intese nel senso di ideali). Cioè cose per cui varrebbe la pena di battersi. Ma per lo scetticismo pratico di Guicciardini che il “mondo vada come va” è motivo più che sufficiente a rendere “astratta”, “velleitaria” ogni suggestione del “dover essere”. Per la buona ragione che i fatti si presentano assai spesso in contraddizione con i doveri.

E quindi, come scrive Francesco De Sanctis nella sua celebre Storia della letteratura italiana, secondo Guiccirdini: “Essendo il mondo fatto così, hai a pigliare il mondo com’è e condurti di guisa che non te ne venga danno, anzi la maggiore comodità possibile. Così fanno gli uomini ‘savi’ ”. Per concludere drasticamente che i Ricordi di Guicciardini sono indicativi “della corruttela italiana codificata ed innalzata a regola di vita”. Per la buona ragione che “Questo è il succo dell’arte della vita seguita da’ più, ancorché con qualche ipocrisia, come se ne vergognassero. Ma Guiccirdini ne fa un codice, fondato sul divorzio tra l’uomo e la coscienza, e sull’interesse individuale. E’ il codice della borghesia italiana, tranquilla, scettica, intelligente e positiva, succeduta a’ codici d’amore e alle regole della cavalleria” Si tratta, in sostanza, di un codice fondato “sull’interesse individuale”. Che è poi il famoso “particulare” di guicciardiana memoria.

Sicché, assecondate anche da queste opinioni ed abitudini, dal modo di pensare e di agire di gran parte degli italiani, “peculato e malversazioni”, hanno potuto proliferare fino ad alimentare oggi una “travolgente” ondata di antipolitica. Attenzione però a non commettere un serio errore di valutazione. L’antipolitica non si nutre solo degli scandali, delle ruberie, dello sperpero del denaro pubblico, dissipato con l’incomprensibile e costosa proliferazione dei livelli istituzionali e degli enti pubblici. Che, sulla base di intenzioni preannunciate da membri del governo e dirigenti di partito, potrebbero essere ora sottoposti ad una blanda dieta dimagrante. Infatti, per quanto possa apparire paradossale, tra gli zelanti patrocinatori dell’antipolitica si distinguono anche un certo numero di “notabili” della politica e di “maggiorenti” dell’economia.

In effetti quando (sui giornali e nelle chiacchiere da bar dei salotti televisivi) si discute di un governo “Monti bis” come di una prospettiva, non solo augurabile, ma sostanzialmente inevitabile, è  evidente che si sta portando acqua al fiume dell’antipolitica. Non fosse altro perché tra sei mesi (poco più, o poco meno) dovremmo andare a votare. Ebbene, a causa del Porcellum nelle elezioni precedenti non abbiamo potuto sceglierci i Parlamentari. Ora, se il governo venisse deciso e precostituito prima delle elezioni, saremmo espropriati anche del diritto di dire la nostra su come e da chi preferiremmo essere governati. Rendendo sostanzialmente inutile la stessa partecipazione al voto.

Non è difficile capire che se ciò dovesse malauguratamente accadere verrebbe inferto un colpo, probabilmente mortale, alla democrazia. La cui parabola, iniziata come è noto con la “democrazia deliberativa” degli antichi ed approdata alla “democrazia rappresentativa” dei moderni, si risolverebbe ora in una assolutamente inconsistente “democrazia d’opinione”. Della quale si può fare benissimo a meno. Anche per la buona ragione che (a proposito di spreco di denaro pubblico!) sarebbe assai meno costoso commissionare un “sondaggio di opinione”, anziché dare seguito alla finzione di un dispendioso rito elettorale deprivato di qualunque potere decisionale. Tanto più se tutto (dalla direzione del Governo alle politiche di bilancio), non si capisce bene con quale autorità e soprattutto legittimità, fosse stato deciso prima.

C’è quindi solo da sperare che i “politici” e gli “ottimati”, propugnatori di una tesi che li rende potenziali (ed auguriamoci inconsapevoli) necrofori della democrazia, siano messi nella condizione di non fare danni definitivi. Insomma si rendano conto che, per tante ragioni, la barca dell’antipolitica ha già il vento in poppa. Non si capiscono quindi i motivi che possono indurre a sostenere posizioni il cui unico effetto non può realisticamente essere altro che quello di gonfiargli ulteriormente le vele.

 

2 – Proprio mentre l’accademia svedese ha deciso di attribuire all’Unione Europea il premio Nobel per la Pace, per aver assicurato oltre sessanta anni di pace in un continente storicamente più incline al conflitto, in diversi paesi è dilagata la protesta sociale nei confronti delle istituzioni europee. In effetti, conferito proprio in questi giorni il premio appare singolare. Sembra quasi che faccia del sarcasmo. E’ come se invece di suggellare un progresso costituisse un richiamo sul rischio di un arretramento. Mostra quel che l’Europa avrebbe voluto essere e non è ancora, o non è più. Gli scontri sull’euro, la Grecia trasformata in capro espiatorio e campo di battaglia, il peso abnorme della Germania: non è l’Unione che avevano in mente i padri fondatori, ma “una costruzione che si decostruisce, che arretra invece di completarsi”. Ma forse il conferimento del premio vuole essere anche un monito: le guerre divorano le democrazie, ma è il degradare delle democrazie e delle loro istituzioni che può gettare popoli senza più guide nelle guerre.

A prescindere dal premio e dal suo significato, alla base della dilagante protesta sociale, la ragione è duplice. La prima riguarda il deficit democratico. La seconda concerne invece la contestazione delle politiche deflattive imposte a livello europeo. Sul primo punto condivido la definizione di Gianfranco Pasquino. Secondo  Pasquino si è infatti in presenza di un deficit democratico “sia qualora il circuito istituzionale ed il sistema elettorale offrano ai cittadini poche opportunità di partecipazione politica incisiva ed efficace; sia qualora le decisioni prese dalle elite politiche (e burocratiche) non rispondano alle esigenze di quei cittadini, vengano prodotte attraverso modalità e procedure opache e rifuggano  da qualsiasi controllo”, incluse l’adozione di “relazioni di responsabilità”  da parte dei decisori nei confronti di coloro che li hanno eletti e che subiscono gli effetti e le conseguenze delle decisioni, e della effettiva possibilità degli elettori di cacciare (sconfiggere) e sostituire i decisori”. La seconda ragione mette all’opposto in rapporto la democrazia con i suoi contenuti. Ha, in sostanza a che fare con le conseguenze delle politiche che vengono imposte. Le quali, anziché contribuire a risolvere la crisi, sembrano piuttosto aggravarla.

Per quanto attiene specificatamente l’aspetto democratico, alcuni ritengono che il deficit sia collocato fra le aspirazioni/aspettative dei cittadini e le risposte/prestazioni dei governanti. Cioè sul piano quantitativo: “molte aspettative/poche risposte”. Ma il deficit è però anche qualitativo. Si capisce bene che collegato, ad esempio, al tenore di vita ed al welfare (e ad aspettative crescenti) è praticamente sempre possibile riscontrare un deficit nei regimi democratici. Però non è affatto chiaro perché questo deficit debba essere definito democratico. Infatti può benissimo manifestarsi anche in regimi non democratici (autoritari, totalitari, teocratici, ecc) perché in realtà è un deficit che attiene al funzionamento del regime. Dunque tecnicamente non è un deficit democratico, ma piuttosto un deficit funzionale. Cioè un deficit di prestazioni, di rendimento (politico? Istituzionale? Socio-economico?).

Ora, il sostantivo deficit non può che significare mancanza, carenza. L’aggettivo democratico indica invece che quello che manca è qualcosa che attiene alla democrazia. Ebbene, con riferimento all’Europa sembrerebbe che l’aggettivo “democratico” attenga quasi esclusivamente ai procedimenti di vario tipo attraverso i quali vengono scelti i rappresentanti nelle tre maggiori istituzioni: Consiglio, Commissione, Parlamento. In effetti alle istituzioni europee viene attribuito un deficit democratico soprattutto in quanto prive di una legittimazione elettorale specifica. Certo i capi di governo che fanno parte del Consiglio europeo non sono stati democraticamente eletti in quel Consiglio, ma ne fanno parte in quanto membri di diritto. Tuttavia, acquisiscono e perdono la qualità di membri di diritto attraverso procedure democratiche nazionali. Poiché tutti i governi dell’Unione europea sono effettivamente democratici (altrimenti non potrebbero fare parte dell’Unione), i capi di governo di ciascun Stato hanno acquisito la loro carica attraverso procedure democratiche, cioè elezioni libere e competitive e le perderanno in conformità con quelle stesse procedure. Tuttavia, in sede di Consiglio, ciascuno dei capi di governo è espressione della sua specifica maggioranza politico-parlamentare. Anche se non di rado mira a qualificarsi come rappresentante di più elevati interessi nazionali. Qui comunque si annida il deficit democratico. In quanto nessuno dei capi di governo ha ricevuto uno specifico mandato, elettorale e politico, relativo alle materie di carattere “europeo” che debbono essere affrontate e risolte. E, obiezione ancora più significativa, nessuno di loro verrà mai chiamato a rispondere ai propri cittadini relativamente alle scelte “europee” effettuate, accettate, o subite in Consiglio. Alla inadeguatezza democratica delle procedure di selezione (e di legittimazione) dei rappresentanti, si deve poi aggiungere l’elemento delle modalità decisionali. Come ben sappiamo la democrazia si fonda su decisioni prese a maggioranza. Sicché, la persistenza nella Unione europea di votazioni nelle quali  è richiesta l’unanimità, che sostanzialmente conferisce il potere di veto e quindi anche di ricatto ad uno o più attori politici, non può che essere considerata una ferita alla democraticità delle decisioni.

Ci sono quindi motivi di riserva sulla legittimità delle determinazioni che vengono assunte. Riserva che diventa ancora più estesa e forte quando si tratta di applicare le prescrizioni della “troika” (Commissione, Bce, Fondo Monetario). Prescrizioni alle quali, sul piano formale non si può riconoscere alcuna base di legittimità, mentre dal punto di vista sostanziale sono purtroppo destinate ad aggravare i problemi anziché risolverli. In buona sostanza è possibile pensare che il deficit democratico coincida con un deficit di prestazioni, di rendimento. Sia come sia, il conferimento del Nobel coincide con un periodo di nuvole basse sia per la democrazia che per le speranze europee.

Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini hanno sostenuto (Repubblica, 5 ottobre 2012) che le sventure europee e non solo  siano iniziate con la “liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitali” attuata da Regan e dalla Thatcher. Essa avrebbe infatti rovesciato i rapporti di forza tra capitale e lavoro e tra capitalismo e democrazia, determinando l’insorgere di enormi diseguaglianze. Si è cercato allora di contrastare la caduta della domanda che ne è seguita attraverso una enorme espansione del debito privato. Successivamente questo debito è stato continuamente rinnovato rendendo il capitalismo un sistema in cui i “debiti non si pagano mai”. Per di più in seguito, con lo scopo dichiarato di evitare una profonda depressione dell’economia, i governi hanno sostituito debito privato con debito pubblico. A quel punto avendo compromesso i loro bilanci, sono stati puniti dallo stesso sistema che avevano salvato. “Paradossalmente una crisi provocata dall’indebitamento privato è ricaduta sugli Stati che hanno cercato di contenerla”.

Ruffolo e Sylos Labini ritengono perciò che per l’uscita dalla crisi sia necessario intervenire sui fattori di squilibrio che l’hanno generata. In particolare essi indicano quattro linee d’azione. La prima riguarda il ripristino di un controllo politico dei movimenti di capitale su scala globale. In sostanza dovrebbe essere riconosciuta la completa libertà dei movimenti delle merci da una parte  reintroducendo invece la vigilanza dei movimenti di capitali dall’altra. Ciò consentirebbe, a loro giudizio, di riequilibrare i rapporti di forza tra capitalismo e democrazia e tra capitale e lavoro. La seconda presuppone un rilancio della domanda pubblica con un piano di ampia portata per finanziare la ricerca, gli investimenti e le infrastrutture. La terza linea riguarda una politica dei redditi tendente a realizzare una più equa distribuzione delle risorse. La quarta consiste in una vera integrazione delle economie europee da attuarsi con programmi e tempi prestabiliti. Riferendo l’esempio americano ed il ruolo in esso esercitato da Hamilton che da primo segretario del Tesoro degli Stati Uniti fece assumere alla Federazione gli ingenti debiti che i singoli Stati avevano accumulato, sostituendolo con un debito federale, la loro proposta politica è che l’Europa debba fare il salto politico decisivo da una Confederazione di Stati ad una Federazione. Essi sono infatti convinti che senza il trasferimento di sovranità dagli Stati ad una Federazione non sarà possibile realizzare effettivamente un sistema di governo unitario, efficace, saldo.

Intanti, mentre immaginiamo e discettiamo di un futuro migliore, i paesi dell’Europa meridionale, tra i quali l’Italia, sono piegati dalla deflazione. Le cose potrebbero andare diversamente? Monti è convinto che non ci siano alternative a quello che sta facendo. Che cioè, in sostanza, non esistano opzioni al peggioramento delle condizioni sociali. Se non l’uscita dalla moneta unica. Perché il nostro debito pubblico non consentirebbe alternative alle misure che sono state prese. Ma è proprio così? Chiariamo subito un punto. Contrariamente a quanto sostiene la vulgata mediatica, la crisi che stiamo vivendo non è ascrivibile al debito pubblico. Il debito pubblico, comportando un costo del servizio del debito di 80 – 90 miliardi all’anno, aggrava seriamente i problemi di bilancio. Ma non è quello il detonatore della crisi. Se infatti il problema fosse il debito pubblico non si capisce perché siano andati in crisi paesi come l’Irlanda e la Spagna, il cui debito prima dell’esplosione della crisi era di circa il 40 per cento del Pil, o il Portogallo il cui debito era attestato al 65 per cento del Pil. Quindi inferiore a quello tedesco. Lo stesso debito greco era di circa il 110 per cento del Pil. Un valore non drammatico e per di più con tendenza in forte calo. D’altra parte, se consideriamo le cose sul versante opposto, dobbiamo chiederci perché non vada in crisi il Giappone il cui debito nel giro di un paio d’anni si stima raggiungerà il 250 per cento del Pil.

Del resto, come ricorda Franco Foglia (Mondoperaio, settembre 2012), anche nel 1929 la crisi negli Stati Uniti non è esplosa per il debito pubblico, attestato su valori molto contenuti. Egli ritiene perciò che il debito pubblico equivalga alla febbre, dopo che si è contratta qualche malattia. Naturalmente anche di febbre si può morire. La malattia però è un’altra e si chiama debito privato. Con quel che ne consegue. Ovvero il deficit delle partite correnti (debito estero). In effetti in Irlanda, Spagna, Portogallo, ed anche Italia è il debito privato ad essere salito con la sua componente estera a livelli drammatici.

Gli esperti considerano a rischio il debito privato quando, grosso modo, supera il 110 per cento del Pil, e quello estero quando supera il 3 – 4 per cento del Pil. In effetti la speculazione sta mordendo l’Italia proprio perché da noi il debito privato ha superato il 100 per cento del Pil, ma soprattutto perché il deficit delle partite correnti era (nel 2010) di circa 3,5 punti di Pil. Gli economisti sostengono  infatti che a 3 punti c’è una grave crisi. A 4 punti il fallimento. La domanda quindi è come potrà mai l’Italia superare l’ostacolo dei 50 – 60 miliardi di debito annuale con l’estero che si accumula anno dopo anno, senza poter svalutare? Recuperando quindi competitività. Qui è il punto critico. Se infatti si nutrono dubbi  in ordine alla circostanza che l’Italia possa ragionevolmente farcela, quale credibilità può avere il suo debito? Molto bassa ovviamente. A prescindere dal suo ammontare. Del resto il debito pubblico spagnolo è tuttora largamente inferiore a quello tedesco eppure i suoi tassi di interesse sono cinque volte maggiori. Come possiamo allora risolvere il problema della competitività (che permetterebbe, aumentando le esportazioni, di contribuire ad eliminare il debito con l’estero) senza uscire dall’euro? E quindi senza una svalutazione. Che, si badi bene, non sarebbe di tipo competitivo ma di adeguamento al differenziale inflazionistico cumulato negli ultimi anni con l’ex area del marco?

La soluzione che purtroppo ci viene imposta è la deflazione. D’altra parte cosa altro può fare il governo Monti se non deflazionare l’economia (riduzione del potere d’acquisto di salari e pensioni) considerato che le politiche keynesiane sono largamente proibite dal trattato di Maastricht? Per di più quando è stato varato l’euro non sapevamo forse che se un paese dell’Unione  avesse praticato una sleale deflazione competitiva, come più o meno ha fatto la Germania, questo avrebbe obbligato tutti gli altri paesi ad adeguarsi? Come abbiamo fatto a non rendercene conto?

Se ovviamente l’impossibilità di aggiustare i cambi porta all’accumulo di debito estero, perché non è stata imposta una regola per disciplinare questo indebitamento, visto che è lo sbilancio delle partite correnti (debito estero) a generare la crisi? Foglia ricorda che “a dire il vero questo sbilancio nel trattato di Maastricht viene  stigmatizzato, ma non viene posta alcuna regola quantitativa (come ad esempio è stato fatto per il debito pubblico) e quindi non è prevista alcuna sanzione. Il fatto non è casuale. Niente è casuale in quest’Unione europea. Anche quello che a prima vista lo sembra”. In effetti calmierare il deficit pubblico significa negare (o per lo meno ridimensionare) il ruolo dello Stato nell’economia (considerato aprioristicamente negativo), mentre calmierare il deficit privato significa ostacolare il movimento dei capitali privati (considerato aprioristicamente positivo). Si tenga conto inoltre che “Chi è in surplus (la Germania che ha dettato le regole) non è certo interessato a limitare il deficit di altri paesi. Ma se il surplus di un paese minaccia la capacità degli altri paesi a finanziare il proprio deficit, allora questi ultimi dovrebbero avere la possibilità di adottare misure protettive nei confronti di quello in surplus”. Non pochi pensano ormai che l’esito finale di questa crisi di finanza privata (seppure presentata come crisi di finanza pubblica) possa essere la disgregazione dell’Euro.  E’ questa, d’altra parte, la ragione per cui il livello dello spread btp/bund è così alto. Se infatti l’Euro dovesse crollare la valuta tedesca rivaluterebbe, quella italiana invece svaluterebbe. Quindi il tasso di interesse sconta questo differenziale di prospettive.

A tutto questo si aggiunge poi il fatto che l’Euro, trasferendo gli oneri della rigidità del cambio sul mercato del lavoro, ha condannato l’Europa alla recessione ed alla disoccupazione. Sicché non è affatto improbabile che, in coincidenza con l’assegnazione del premio Nobel per la pace, si produca un inatteso aumento di conflittualità ed il risorgere di spinte nazionalistiche. Come reazione alle posizioni egemoniche tedesche. E’ grosso modo quanto si  è verificato ad Atene, il 9 ottobre 2012, in occasione delle proteste contro la visita della cancelliera tedesca Angela Merkel. In quella circostanza, decine di migliaia di persone hanno accolto la cancelliera in piazza Syntagma (dove si trova il parlamento greco), scandendo slogan antitedeschi e sventolando bandiere naziste. I greci (ma non solo) considerano infatti la Germania la vera responsabile della crisi che ha messo in ginocchio il paese ed accusano la Merkel di pretendere misure di austerità sempre più severe ed anche  in buona sostanza praticamente impossibili da attuare.

Abbiamo lo stesso mercato e la stessa moneta, ma alcuni paesi possono accedere al mercato dei capitali pagando un modesto tasso di interesse, mentre altri sono costretti a pagare interessi molto più elevati. I Paesi debitori cercano di risanare i loro bilanci con la riduzione delle spese e l’aumento delle imposte, ma questa politica, benché necessaria, ha l’effetto di peggiorare la crisi economica, aumentare la disoccupazione, ridurre in ultima analisi il gettito fiscale ed allontanare il traguardo del risanamento dei conti pubblici. In questa situazione la divisione fra Paesi creditori e  Paesi debitori diventerà un male cronico. Sempre più difficilmente curabile. Se il matrimonio tra i primi ed i secondi non funziona, occorrerà prima o poi prendere in considerazione il divorzio. Vale a dire la possibilità che uno dei due gruppi abbandoni l’eurozona. Se ne uscissero i debitori la svalutazione della loro nuova-vecchia moneta ingrosserebbe il debito e li renderebbe prima o poi insolventi. Con effetti disastrosi per l’economia, non soltanto europea. Se ne uscisse  il drappello dei creditori, guidati dalla Germania, invece l’euro dei debitori si svaluterebbe, le loro economie diventerebbero più competitive, i proventi delle esportazioni crescerebbero e ridurrebbero il debito. Non è tutto. Nell’eurozona dei debitori niente impedirebbe ai suoi membri di accordarsi rapidamente  sulla costituzione di un fondo per il riscatto del debito e sull’emissione di Eurobond.

Queste due alternative non sono necessariamente obbligate. A patto che la Germania decida di rivedere il proprio atteggiamento e spinga la signora Merkel ed il governo tedesco a dare prova di maggiore coraggio, accettando di adottare misure che rendano l’euro ciò che ancora non è: una responsabilità comune.

Se questo non dovesse verificarsi, indipendentemente dal riconoscimento del Nobel, i motivi di preoccupazione per il futuro dell’Europa sono destinati ad aggravarsi. Perché con la crescita della sofferenza e della protesta sociale, non canalizzata verso una concreta e positiva soluzione dei problemi, si possano accentuare anche i rischi di possibili cortocircuiti democratici. Barbara Spinelli ritiene che “L’Europa, rimasta a metà cammino,  non è ancora l’istituzione sovranazionale che preserva la democrazia e lo Stato sociale. Viene identificata con uno dei suoi mezzi – l’euro – come se la moneta e le misure fin qui congegnate fossero la sua finalità, il suo orizzonte di civiltà. La fissazione sui piani di salvataggio finanziario ed il rifiuto di ogni via alternativa hanno fatto perdere di vista la democrazia e la solidarietà” e l’idea che l’Europa unita avrebbe potuto e potrebbe costituire un riferimento per il mondo. Mentre, al contrario, oggi nel momento in cui le viene assegnato il Nobel per la pace, viene paradossalmente contestata sul piano della democrazia da una numero crescente di suoi abitanti.

 

3 – L’Italia è passata dal consociativismo della prima Repubblica allo spirito talebano della seconda, come proprio modo peculiare di affrontare le questioni. Con questa logica la scelta è: o di qua o di là. In genere senza vie di mezzo. Perché in mezzo c’è solo il campo di battaglia attraversato da furori ideologici, intransigenze, contrapposizioni. Questo vale per le politiche del lavoro, come per la nuova legge elettorale. Per i temi etici, come per il rapporto tra politica e diritto, tra sovranità e controllo.

Con riferimento a quest’ultimo aspetto, nelle democrazie costituzionali contemporanee (la frase ha ormai sostituito la nozione più tradizionale e più restrittiva di “Stato di diritto”) i contenuti programmatici presenti nella Costituzione sono ritenuti immediatamente esigibili. Quindi l’interpretazione dei grandi valori di libertà sanciti nella Carta, delegata ai custodi delle leggi chiamati a far parte della Corte Costituzionale, assume una centralità politica sempre più prorompente. In effetti, accanto agli organi rappresentativi espressi dalla sovranità popolare con il compito di legiferare operano, con sempre maggiore invasività, gli interpreti del dettato costituzionale. I quali sebbene tecnici estranei al circuito elettorale, non si limitano al compito di controllo della legalità ed ai conflitti di attribuzione, ma stabiliscono la vigenza  di contenuti peculiari nell’ordinamento. Il legislatore e l’interprete entrano così in un rapporto complesso e dai confini mobili che mette in causa i paletti tradizionalmente utilizzati per delimitare il territorio riservato rispettivamente alla giurisdizione ed alla decisione politica.

Naturalmente non si tratta di un requisito esclusivo della situazione italiana nel rapporto tra politica e diritto. Il fenomeno dell’ipertrofia dell’interprete coinvolge infatti tutte le principali democrazie occidentali, ma anche paesi ex-comunisti e gran parte delle nazioni latino-americane. Basti pensare,  per fare solo un paio di esempi, alla risoluzione della spinosa vicenda di attestare (dopo brogli acclarati) chi avesse vinto le elezioni americane tra Bush ed il suo rivale democratico. O all’aspettativa  trepidante dell’opinione pubblica europea nell’attesa della decisione della Corte costituzionale tedesca chiamata a pronunciarsi sulla legittimità o meno  dell’istituzione dei cosiddetti fondi salva Stati. Si tratta di vicende che esemplificano il fatto che sempre più decisioni cruciali nel loro impatto ricadono sulle spalle dei supremi giudici delle leggi.

Michele Prospero, professore di scienza politica e filosofia del diritto alla Sapienza di Roma, ha messo bene in evidenza lo spostamento palese della distribuzione dell’autorità a favore delle Corti e delle autorità indipendenti a scapito dei Parlamenti e degli esecutivi. In sostanza la decisione giudiziaria penetra in ambiti estranei a quelli specificatamente giudiziari e gli interpreti ovunque sottraggono spazio al pubblico potere. Quindi il rapporto tra politica e diritto, tra sovranità e controllo, registra una evidentissima alterazione degli antichi equilibri descritti dalla teorie classiche.  Infatti, più o meno ovunque si registra l’attribuzione di competenze e funzioni di realizzazione della giustizia a organi neutri che nella loro azione espansiva evocano, per alcuni versi, l’emergere di un embrionale governo dei giudici. Cioè il giudice legislatore che interviene a soccorrere dove la legge è carente. Il giudice amministratore che assume espliciti compiti di mediazione e decisione. Il giudice inquisitore che svolge compiti di pulizia morale e nel suo repulisti finisce per sostituire l’esausta dialettica politica. Tutte queste tipologie di giudici svelano la conquista di spazi egemonici da parte degli operatori del diritto. Si diffonde così velocemente la velleità di risolvere grandi questioni della vita moderna (laicità, ambiente, nuove tecnologie informatiche, nuovi diritti, marginalità sociale, dilemmi relativi alla vita ed alla morte, trasparenze del potere, ecc) per via giudiziaria.

L’interprete della legge finisce quindi  con il caricarsi, di fatto, di una investitura etica e sostituisce con le sue azioni cariche di valori e significati le autorità politiche. Nel proporsi come referente delle ansie di giustizia deluse, il giudice prende quindi il posto del conflitto sociale che appare spento. Anche nell’offrire supplenza a compiti politici di sorveglianza il giudice diventa destinatario di aspettative di ricambio politico e potenziale motore delle istanze di innovazione. Per altro, il controllo  di legalità dell’azione politica affidata solo alle Corti, con il declino del compito ispettivo esercitato dall’opposizione, determina serie alterazioni  nel funzionamento dell’ingranaggio dei pubblici poteri. Pure l’introduzione, che a volte appare discrezionale, tramite sentenze espansive di nuovi diritti del cittadino, attribuisce alla magistratura una delega ad elevato ed incontrollato ruolo simbolico. In effetti, per molteplici profili la magistratura occupa spazi e funzioni che la tramutano in una possente leva della società civile contro la corruzione, contro l’arbitrio del potere. Il perseguimento del diritto finisce così per essere carico di ambiguità. Perché viene cercato conferendo, di fatto, ai giudici mansioni politico-rivoluzionarie.

Questo sovraccarico di compiti e di aspettative riposte nella magistratura mette in causa un equilibrato rapporto funzionale tra i poteri e debilita la democrazia. “L’interprete - sottolinea il professor Prospero – indossa spesso i panni del decisore sovrano senza però la necessaria legittimazione. Sicché la legittimazione molto carente che è alla base della assunzione giudiziaria di compiti multiformi, che nella loro configurazione invadono il terreno riservato alla decisione politica, infrange senza alcun dubbio il dogma occidentale della soggezione del giudice alla legge”.  La supplenza giudiziaria, che accompagna il recupero del diritto attraverso strumenti procedurali eccentrici, apre quindi grandi dilemmi nell’organizzazione di poteri che scavalcano il primato della legge.

Anche a prescindere da patologiche debolezze individuali di pubblici ministeri incapaci di resistere al fascino dei media, al richiamo della pubblicità e persino all’invocazione di un esplicito sostegno popolare alla loro attività professionale, l’invadenza delle Corti rinvia pure ad un processo istituzionale che allarga a dismisura i confini della giurisdizione e contrae visibilmente gli spazi del legislatore. Mentre, nei rapporti sociali, la legislazione tende invece a sostituire la contrattazione tra le parti. In sostanza assistiamo al transito dalla garanzia politica a quella giuridica. Dalla garanzia contrattuale e quella legislativa. Sicché, tanto a livello politico che sociale la partecipazione tende a diventare sempre più inconsistente ed irrilevante. E comunque, l’interprete, accanto alla proliferazione di micro e macro poteri economici privati, contribuisce a svuotare sul piano dei rapporti politici il legislatore e su quello dei rapporti sociali il negoziatore. Partecipando quindi anch’egli al processo inquietante di corrosione della democrazia in atto.

Risultato: abbiamo messo in piedi un ordinamento punteggiato da miriadi di corpi contundenti, perché le leggi sono troppe. E perché i confini tracciati tra il sovrano ed il controllore vengono sempre più alterati. Il che contribuisce ad aprire sempre più delicate questioni di democrazia. La politica come sfera della legittimazione e del conflitto sui fini collettivi, non può essere espropriata dalla critica giudiziaria che si trasforma in un contropotere invasivo. Tocca quindi alla politica ridefinire, in accordo con la società, un equilibrio infranto, superando le condizioni che hanno portato ad uno straripamento giudiziario. Vale a dire una produzione legislativa eccessiva che, proprio con la regolamentazione esasperata e minuta, incrementa la discrezionalità della magistratura e con essa l’incertezza normativa. Ma anche una ritardata regolazione delle controversie più nuove della modernità, che giustifica le invadenze delle Corti le quali non farebbero altro che occupare i vuoti della legge.

In effetti sia l’eccesso che la carenza di legge sono i due guai che alterano i rapporti tra politica e diritto, fino a mettere in causa seriamente il senso della democrazia costituzionale.

 

Malgrado i limiti segnalati ed altri che potrebbero essere facilmente aggiunti, la democrazia è oggi l’unico regime politico legittimo. Quanto meno nelle aree geografiche di cultura occidentale, o occidentalizzata. Essa ha infatti vinto la sua battaglia dopo che per millenni la si è considerata non il migliore, ma il peggiore tra i sistemi di governo delle società umane. O almeno una formula di governo insufficiente da sola a dare buona prova di sé. In proposito ha fatto scuola il giudizio di Platone: essere cioè “la democrazia [….] una piacevolissima forma di governo, piena di varietà e di disordine, che dispensa una sorta d’eguaglianza agli uguali come agli ineguali.” Ma soprattutto essere la democrazia il regime in cui il popolo è adulato, piuttosto che educato, cosicché “un tal governo non si da alcun pensiero di quegli studi a cui occorre attendere per prepararsi alla vita politica, ma onora chiunque, per poco che si professi amico del popolo”.

Le cose sono cambiate negli ultimi due secoli. In particolare le due guerre mondiali del secolo scorso hanno spalancato una strada trionfale alla democrazia. La sconfitta delle autocrazie degli imperi centrali nella prima e dei totalitarismi fascisti e nazisti nella seconda non lasciava alternative. “Ondate democratiche” si sono susseguite ed hanno travolto progressivamente i residui regimi autoritari che, nell’Occidente europeo, erano sopravvissuti  alla sconfitta bellica  dei loro partner totalitari, e hanno raggiunto finalmente i paesi dell’Est al momento del crollo dei regimi comunisti. Sicché, nel nostro mondo politico culturale, alla democrazia nessuno oggi oserebbe contrapporre un altro ideale di governo.

Perciò la  democrazia come parola non ha nemici. “Nessuno - sostiene Gustavo Zagrebelski -  (in: “L’interesse dei pochi, le ragioni dei molti”, Einaudi editore) potrebbe ora proclamarsi antidemocratico o anche solo a-democratico (come quelli che si dicono a-fascisti essendo fascistoidi) ed, allo stesso tempo, candidarsi ad un ruolo politico significativo. Rimossa la democrazia non c’è sistema di governo che si possa dire legittimo.” Ma, seppure alla democrazia non vengano esplicitamente contrapposti altri modelli di organizzazione politica, di fatto i gruppi di potere oligarchico, ne pervertono però gli istituti, erodendoli, manipolandoli, corrompendoli dall’interno. In tutti i  modi utili a piegarli ai propri fini. Senza contestarli. Anzi spesso esaltandone retoricamente il valore. Soprattutto dopo che li si sia potuti alterare tramite abusi. Le cose vanno propriamente in questo modo che, persino un piano di rovesciamento della Costituzione nel nostro Paese, elaborato segretamente da una struttura massonica deviata e mirante a promuovere con la corruzione delle istituzioni dal loro interno un regime autoritario, si era autodefinito “Piano di rinascita democratica”.

Inchini retorici a parte, sulla democrazia come su ogni altra forma di governo è sempre incombente il pericolo del crollo, del disfacimento. Questo è un dato dell’esperienza che non può essere sottovalutato e tanto meno negato. Per altro le forme di governo sono vitali fino a quando sono animate da una forte motivazione, da un principio. Quando invece la molla è ormai totalmente dispiegata e, dunque, non ha più alcuna forza da sprigionare, quello è il momento di inizio della decadenza. A quel punto, la questione gravida di conseguenze pratiche è chiedersi se l’esito finale del processo corruttivo sia o non sia inevitabile. Per rispondere si può prendere a prestito l’espressione di Norberto Bobbio “le  promesse non mantenute della democrazia”, e chiederci: queste promesse possono o non possono essere mantenute? Se le promesse possono essere mantenute e non lo sono, la responsabilità ricade su di noi che abbiamo fallito il compito. Se invece non possono essere mantenute la democrazia  è in sé stessa un regime illusorio, apparente, falso, immaginario, ingannevole, specioso. Nel migliore dei casi una fata Morgana che distribuisce illusioni. Nel peggiore una maga Circe che, dagli esseri umani tira fuori il lato peggiore. Se fosse così sarebbe un regime dell’inganno e della corruzione. Anzi un regime che seduce con l’apparenza per dissimulare una sostanza repulsiva.

Stando così le cose è necessario prendere atto di un apparente paradosso: mentre da parte dei potenti della terra si accentua la loro dichiarata adesione alla democrazia, cresce al contrario e si diffonde lo scetticismo presso coloro che sono l’oggetto e spesso le vittime della attuale struttura del potere. L’aspetto paradossale è che per secoli la democrazia ha costituito la parola d’ordine degli esclusi dal potere. Parola d’ordine che serviva a contestare l’autocrazia dei potenti. Ora sembra essersi trasformata nel suo contrario. Vale a dire nell’ostentazione di quest’ultimi per rivestire la propria supremazia. Tuttavia, presso i cittadini comuni non c’è (ancora?) un rovesciamento a favore di concezioni politiche antidemocratiche.  C’è piuttosto un accantonamento, un fastidio diffuso, un “lasciatemi in pace” in presenza dei panegirici relativi alla democrazia. Che sulla bocca dei potenti per lo più trasmettono una ideologia al servizio del potere e nelle parole dei deboli suonano invece spesso come vuote illusioni. In breve assistiamo ad una reazione anti-retorica al tracimare di una futile retorica democratica. Ma assistiamo impassibili anche ad un progressivo svuotamento del valore della democrazia.

Quando, come sta avvenendo sempre più frequentemente negli ultimi tempi, con riferimento al ceto politico si sente affermare con fastidio : “tanto sono tutti uguali”, non significa forse che la democrazia ha perso di valore? Non significa forse che ha perso di attrattiva presso gran parte dei cittadini i quali tendono sempre più a considerarla una vuota rappresentazione, o persino l’occultamento di un potere dal quale essi sono comunque esclusi? Che la considerano una recita “ad usum Delphini”? Cioè, in sostanza, una cosa che è stata accomodata in funzione degli interessi di oligarchie particolari. Il diffondersi di questo sentimento potrà essere l’astensione dal voto o l’adesione passiva ed abitudinaria. In entrambi i casi si tratta di un distacco. Nel quale lo scetticismo a-democratico dal basso tende a fare da contrappeso alla retorica democratica dall’alto.

In questo contesto, le oligarchie che insidiano la democrazia, per il solo fatto di essere tali tendono naturalmente, anzi necessariamente, all’illegalità ed alla corruzione. Poiché le oligarchie sono ovviamente costruite e finalizzate  all’accaparramento di ricchezza, il potere di cui si parla oggi è soprattutto il potere illegale e corruttivo del denaro del quale si tende ad occultare il possesso e la gestione per riuscire a corrompere i diversi ambiti della vita politica e sociale. Del resto, come ha chiarito efficacemente Montesquieu: chi detiene il potere, se non incontra limiti, è portato ad abusarne. Purtroppo, le oligarchie del nostro tempo non incontrano altri limiti se non quelli rappresentati da altre oligarchie. Naturalmente i regimi dei pochi sono incompatibili con la legalità uguale per tutti. Le oligarchie hanno perciò sempre bisogno di privilegi.  Cioè di leggi che valgono solo per loro, diverse da quelle che valgono per tutti gli altri. O quanto meno hanno bisogno che le leggi generali ed astratte per loro siano interpretate ed applicate in modo tale da non contraddire l’esistenza dell’oligarchia stessa.

Ciò che occorre loro infatti è una “giustizia dei pari”, diversa da quella comune. Un “foro speciale”, non di giudici imparziali, ma al contrario “giudici amici”. Parafrasando Tocqueville che ha scritto: “Una aristocrazia non potrebbe lasciarsi sfuggire i suoi privilegi senza cessare di essere una aristocrazia” noi potremmo dire la stessa cosa dell’oligarchia. D’altro canto la legalità uguale per tutti, lo si capisce senza bisogno di complesse spiegazioni, è incompatibile con la divisione della società in appartenenti ed esclusi dal potere oligarchico. Ebbene, quando nel sentimento comune si sommano due percezioni: l’estraneità al potere e la sua illegalità e corruzione, si determina una miscela esplosiva che produce una convinzione di estraneità e di indifferenza verso la democrazia ed il suo destino. E’ esattamente ciò che si è verificato a seguito delle vicende che hanno travolto la politica nel discredito. Occorre perciò rendersi conto che se non si riuscisse a mettere in campo una adeguata reazione non emergerebbe nemmeno nessuna realistica possibilità di soluzione dei problemi politici, economici e sociali con i quali siamo alle prese.

Ed inoltre, per scongiurare il rischio che si diffonda il convincimento del carattere illusorio delle promesse democratiche non basta affidarsi soltanto ai sentimenti  apologetici del “governo del popolo”, smentiti poi dalla realtà di tutti i giorni. Ogni concezione realistica della democrazia deve sapere che essa ha sempre a che fare con l’insidia che tende ad espropriare i “molti” a favore dei “pochi”. Per riuscire a rimediare a questo stato di cose dobbiamo riuscire ad utilizzare le istituzioni della democrazia. Senza istituzioni infatti tutte le proteste, le contestazioni, le ribellioni tendono a  consumarsi in momenti di forza cieca. Occorrono quindi istituzioni  per radicare nel tempo il contrasto contro le involuzioni oligarchiche ed, al tempo stesso, ridurre la violenza. Tenerla sotto controllo ed orientarla. In una parola: occorrono istituzioni per normalizzarla. Cioè per trasformare il momento dello pseudo-eroismo in momenti prosaici, ma costruttivi e continuativi. Si può dire con Zagrebelski:  “la democrazia non è, nel senso che non può essere, l’autogoverno del popolo che si afferma durevolmente. E’ invece la possibilità istituzionalizzata, dunque resa stabile secondo procedure riconosciute ed accettate, di combattere e distruggere sempre di nuovo le oligarchie che essa stessa nutre dentro di sé.”

Una definizione in negativo, quindi. Qualcosa che si qualifica per essere contro un’altra. Da questo punto di vista la democrazia è tutt’altro che un ideale astratto ed impossibile. E’ invece una possibilità. Cioè una serie di strumenti che spetta a noi utilizzare per tradurre in pratica l’avversione alle oligarchie. Se gli strumenti esistono e non sono utilizzati, non si può dire che non c’è democrazia. Si deve dire che la democrazia (come possibilità) c’è. Ciò che manca è invece la pratica della democrazia. Quindi la responsabilità dello scacco non deve essere addossata alla democrazia in quanto tale. Ma deve essere assunta da noi. Incapaci di utilizzare le possibilità che essa ci offre. Se finiamo per cedere alla neghittosità, all’infingardaggine è perché sulla libertà e sulla responsabilità morale prevale il richiamo del gregge, la tendenza gregaria.

Al contrario, la democrazia vuole potenti gli inermi ed inermi i potenti. Vuole forti i giusti e giusti i forti. E’ per questo che i suoi nemici mortali sono le concentrazioni oligarchiche del potere. Il che ha fatto dire sconsolatamente a Jacques Maritain: “la tragedia delle democrazie moderne  è che non sono ancora riuscite a realizzare la democrazia”. Attenzione però a non commettere un reio errore di valutazione. Contrariamente a quello che molti sembrano ritenere, il fondamento della democrazia non è il “buonismo”.  Essa non è infatti il regime che pone fine ai conflitti, eliminandone le cause. Il suo tempo non è quello in cui tutti i contrasti sono pacificati. Non è il regno dell’armonia, della giustizia e della concordia. Non è il luogo ove “il lupo dimorerà con l’agnello, il leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello ed il leoncello pascoleranno insieme, il lattante si trastullerà sulla buca della vipera” (Isaia, 11, 1 – 9). Quello è il tempo del Messia, non della democrazia. D’altro canto, finché ci sarà politica, ci saranno conflitto, ingiustizia, discordia. Il problema non è come eliminarli, ma come affrontarli. La democrazia è infatti la modalità per dare al conflitto un canale di interlocuzione e di soluzione.

Stando così le cose, il fatto che la gestione della crisi economica e sociale abbia prodotto un distacco, una indifferenza, un disamore verso la politica (e, dunque, verso la democrazia) deve costituire motivo di allarme e di seria preoccupazione. Perché, in assenza di una concreta rivitalizzazione della democrazia, non è nemmeno ipotizzabile una reale fuoriuscita dalla crisi.

Roma, ottobre 2012

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 listing Il 117 è sul RAZZISMO (Dove nasce il razzismo? Cosa ci fa diventare razzisti? C'è il razzismo nella Chiesa?), in preparazione.

 listing Il 118 è sull'ECONOMIA CIVILE (Cosa è l'economia civile? I Pro e i Contro di questo modello? Dove è applicato e come?)  testi da inviare entro il 15 dicembre 2019.

 listing Il 119 è sul DIALOGO INTERRELIGIOSO  (Quanto abbiamo paura delle altre religioni? Le religioni dialogano tra di loro? Qual'è la finalità del dialogo? Cos'è il fondamentalismo religioso?)  testi da inviare entro il 31 gennaio 2020.

 listing Il 120 è sui DOVERI (si parla spesso di diritti: e i doveri? Cosa intendiamo per doveri? Esistono gruppi, culture e religioni che danno seria testimonianza sui doveri? Come educare ai doveri?)  testi da inviare entro il 15 marzo 2020.


Se avete qualcosa da proporci su qualcuno di questi temi siamo ben lieti di accoglierlo. Accettiamo anche contributi in altre lingue.