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Piccole scelte quotidiane: buone, contagiose e, spesso, invisibili, di Vittorio Pelligra

creato da Paolo Iacovelli ultima modifica 10/03/2022 09:21
Un secondo insieme di ragioni per cui il concetto di autointeresse si è imposto tra gli scienziati sociali, su una visione più complessa e plurale delle motivazioni umane…

Le motivazioni dell'azione umana sono plurali, l'abbiamo visto molte volte e anche solo la nostra introspezione ce lo suggerisce. Non siamo né totalmente autointeressati, né totalmente altruisti.

Tra la posizione di Hobbes e Mandeville da una parte e quella di Rousseau, Hutcheson e Shaftesbury dall'altra, c'è una sconfinata, variegata e complessa terra di mezzo dove abitano le persone reali, dove abitiamo noi. E in questa terra di mezzo le persone vacillano, ora assomigliano più al bonario dottor Jekyll ora invece al malvagio mr. Hyde. «Sia sul piano scientifico che su quello morale, venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità – scrive Stevenson nel romanzo - la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due».

Ed è paradossale – ma è questo il messaggio più interessante del libro – che sarà proprio il tentativo di separare la polarità del male da quella del bene, di cercare un bene più puro e incontaminato a rendere ancora più forte e, alla fine vincente, il male. La negazione della pluralità delle motivazioni umane, la compressione del male o del bene, rende il bene più innaturale e, soprattutto, il male più forte.

«Pensavo che se ognuna di queste (due nature) - continua Stevenson - avesse potuta essere confinato in un'entità separata, allora la vita stessa avrebbe potuto sgravarsi di tutto ciò che è insopportabile: l'ingiusto avrebbe potuto seguire la propria strada di nequizie, svincolato dalle aspirazioni e dalle pastoie del virtuoso gemello; al giusto sarebbe stato dato altresì di procedere spedito e sicuro nel suo nobile intento, compiendo quelle buone azioni che lo avessero gratificato, senza essere più esposto alla gogna e al vituperio di un sordido compagno a lui estraneo. Era una maledizione del genere umano che questo eteroclito guazzabuglio dovesse così tenacemente tenersi avviluppato... che fin nel grembo tormentoso della coscienza questi gemelli antitetici dovessero essere in perenne tenzone. Come fare, allora, a separarli?».

Questa riflessione letteraria riecheggia la posizione di Elinor Ostrom, prima donna a vincere il Nobel per l'economia nel 2009, appena quarant'anni dopo l'istituzione del riconoscimento, la quale amaramente riconosce che «Progettare istituzioni capaci di forzare o indirizzare individui puramente autointeressati verso l'ottenimento di esiti ottimali è stata la preoccupazione principale degli analisti politici e dei governi per gran parte del secolo scorso».

Ci siamo concentrati esclusivamente su mr. Hyde, suggerisce la Ostrom, per cercare di eliminare l'ineliminabile e, per questo, abbiamo progettato le nostre istituzioni, le regole, le norme, le organizzazioni come se fossero popolate interamente da esseri puramente autointeressati, e ci siamo l'obiettivo di costringere le loro stesse armi tali esseri alla cooperazione reciproca. Un vero paradosso. Ma perché l'idea di avere a che fare con mr. Hyde ha prevalso e ha portato alla dimenticanza dei molti Jekyll, o ancora più accuratamente a trascurare quel variegato un mix dei due che rappresenta l'essere umano?

La scorsa settimana abbiamo esplorato tre delle ragioni che hanno portato alla diffusione pervicace, tra gli economisti e non solo, dell'ipotesi di autointeresse come principio primo del comportamento umano: la diffusa confusione tra “motivazioni” e “atti” altruistici, il discredito dell'idea di una base morale comune e condivisa e, infine, “la banalità del bene”, il fatto che moltissimi atti di altruismo e di aiuto passano inosservati proprio perché sono estremamente comuni e, quindi, tendiamo a darli per scontati.

Oggi ci concentriamo su un secondo insieme di ragioni per cui, culturalmente, il concetto di autointeresse si è imposto tra gli scienziati sociali, su una visione più complessa e plurale delle motivazioni umane.

Il primo elemento riguarda il fatto che molte forme comuni di prosocialità non catturano la nostra attenzione perché, nonostante un atto altruistico implichi necessariamente un certo grado di sacrificio, molto spesso questo sacrificio è di modesta entità.

Fare la raccolta differenziata, ridurre i consumi per tutelare l'ambiente, essere gentili, affidabili, sinceri, non barare a scuola, pagare il biglietto dell'autobus, sono condotte che da sole non salveranno il mondo, ma certamente lo renderanno migliore. Possiamo dire che siano gesti eroici? Certamente no. Sono piccole scelte quotidiane che vanno nella giusta direzione, a volte più una questione di abitudine che di consapevole scelta etica.

Tuttavia, queste piccole scelte quotidiane, per via della loro natura moltiplicativa, possono produrre grandi conseguenze. Le ragioni sono almeno due: innanzitutto, ciò che per me può essere solo un piccolo gesto altruistico può rappresentare molto per qualcun altro, può determinare cioè un grande vantaggio per un terzo. Dare un bicchiere d'acqua a chi sta morendo di sete è il tipico esempio che bene mette in luce una simile asimmetria.

Consideriamo il costo che dobbiamo sopportare per dare delle indicazioni stradali corrette ad uno sconosciuto e quello che lui dovrebbe sopportare qualora le nostre indicazioni fossero fuorvianti.

La seconda ragione concerne il fatto che, in genere, queste piccole scelte quotidiane di onestà, affidabilità, mitezza e trasparenza, costituiscono le precondizioni sulle quali le comunità fioriscono e possono svilupparsi. Come ci ricorda Lynn Stout: «Proprio come canne sottili e fragili possono essere intrecciate insieme per formare un cesto abbastanza forte da sopportare un carico pesante, così molti piccoli atti di moderazione e considerazione, formano una società pacifica e prospera» (Cultivating conscience: how good laws make good people, Princeton University Press, 2011).

Un ulteriore fattore che rende così pervicace l'idea che il comportamento umano sia principalmente guidato dall'autointeresse è legato al fatto che le nostre percezioni sono spesso asimmetriche: siamo, per esempio, più sensibili alla disonestà che all'onestà. Immaginate di avere a disposizione quattro carte ognuna delle quali ha un numero su un lato e un colore sull'altro lato. I lati visibili delle carte mostrano 3, 8, “rosso” e “marrone”.

Quali carte dovreste girare per prime per verificare se è vero che una carta con un numero pari su una faccia avrà l'altro lato rosso? Meno del 10 percento dei partecipanti allo studio originale riuscirono a rispondere correttamente: bisognerebbe girare l'8 e la carta marrone. La ragione è tanto semplice quanto sfuggevole: se la carta 3 è rossa (o marrone), questo non falsifica la regola. Se l'8 non è rosso, allora questo viola la regola. Se invece la carta rossa è dispari (o pari), neanche questo viola la regola. Se, infine, la carta marrone è pari, questo viola la regola.

Gli psicologi evoluzionisti Leda Cosmides e John Tooby hanno riproposto questo problema ridescrivendolo in termini di relazioni sociali. Hanno posto ai partecipanti ad un loro esperimento questo quesito: «Una persona sta bevendo una birra; un'altra sta bevendo una cola; una terza persona dimostra quarant'anni e una quarta persona, invece, quattordici. Il proprietario del bar ti dice che nessuno dovrebbe bere una bevanda alcolica a meno che non abbia almeno diciotto anni. Quale delle quattro persone dovresti controllare per assicurarti che non ci siano violazioni in corso?»

In questo caso la maggioranza dei soggetti capisce che si dovrebbe controllare la persona che beve la birra e verificare che non abbia meno di diciotto anni, così come il quattordicenne, per verificare che non stia bevendo alcolici. La cosa interessante di questo studio è che nonostante i due problemi abbiano esattamente la stessa forma logica, la seconda versione risulta molto più intuitiva e facile da risolvere della prima (“Cognitive Adaptations for Social Exchange,” in The Adapted Mind: Evolutionary Psychology and the Generation of Culture, ed. Jerome H. Barkow et al., Oxford University Press, 1992).

Le spiegazioni che forniscono Cosmides e Tooby per spiegare questa differenza hanno sollevato un importante dibattito e non hanno ricevuto consenso unanime tra gli esperti, ma ciò che qui ci preme sottolineare è che quando un problema è inquadrato come se si riferisse ad un comportamento sociale disonesto sembra che il nostro cervello sia disposto a mobilitare più risorse ed in maniera più efficace di quando lo stesso problema viene presentato in termini puramente logici e astratti.

Questo innato talento per scoprire le truffe ci porterebbe, dunque, a fissare la nostra attenzione molto più spesso su quei casi relativamente rari in cui le persone si comportano scorrettamente di quanto non siamo disposti a fare nei casi opposti di comportamento onesto. Siamo cinici by design, sembrerebbero dirci questi studi. Alla base c'è probabilmente una storia evolutiva perché i danni legati al tradimento della fiducia sono spesso maggiori dei benefici associati ad una risposta affidabile. Così come la loss aversion ci spinge a valutare come peggiore una perdita di una certa somma rispetto al corrispondente incremento di benessere associato alla vincita della stessa somma, analogamente onestà e disonestà, egoismo e altruismo, vengono percepiti in maniera asimmetrica per indurci ad un atteggiamento di prudenza e, così, proteggerci da delusioni, danni e sofferenze evitabili.

Il combinato disposto di questi ulteriori tre elementi culturali e psicologici contribuisce a rendere ancora più attraente l'idea di autointeresse quale principio primo del comportamento umano. Ma così come verosimile non significa vero, allo stesso modo attraente non significa giusto.

https://www.ilsole24ore.com/art/piccole-scelte-quotidiane-buone-contagiose-e-spesso-invisibili-AE9GCCIB

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